Camilla Bisi.

IL MIO PRINCIPE.

1937. Sonzogno - Tipografia A. Matarelli, Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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PARTE PRIMA.
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IL VELIERO DALMATA.
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 1.
Un amico d'infanzia - lo scultore Dan Lucini, che per scrupolo non raro di scapolo maturo si era fatta una missione del suo avvenire di ragazza orfana ed emancipata, quindi doppiamente povera - capit un pomeriggio d'estate nella sala un po' buia, ove Domina vendeva ceramiche per conto della "Fornace".
Recava, con la pomposa modestia di un fidanzato timido che porti il tradizionale mazzo di fiori alla fidanzata, la proposta di un "impiego magnifico". Era la decima in un anno.
Gi dal primo pianerottolo delle scale Domina aveva distinto il suo fischio dolce e sconclusionato. Era un fischio caratteristico, senza armonia registrabile, cos involontario, in lui, che nemmeno nei momenti pi gravi o pi importanti egli si accorgeva di modularlo. Domina lo paragonava al ronronnare in sordina di un gatto grasso e felice.
Si era appena detta: "Ecco Dan", che la sagoma di lui apparve, stampigliata come in certe decalcomanie sul vetro smerigliato della porta della "Fornace".
- Novit, Dan?
A corto di respiro, Dan non aveva smesso il fischio in tono minore. Ritta, issata anzi, perch pi piccola dello scultore, per scrutarlo bene in volto, con le mani infilate nelle tasche della chiara giacca estiva, la ragazza aspettava che, col respiro, gli tornasse la voce.
- Ebbene?
- Volete andare a Venezia?
Venezia! Con la piazza e i campielli, con i ponti sul Canal Grande (quanti?) e le notti demussettiane, la citt che Domina Marsaglia non aveva mai visto, se non al cinematografo, sfolgor come un miraggio un po' oleografico.
Fu come se Genova fosse sparita d'un tratto. Poi ella pens di sognare, o che Dan fosse improvvisamente impazzito. Pos con cautela una mano sulla sua fronte, gli porse premurosamente una seggiola:
- Devo portarvi un bicchier d'acqua?
Quando Dan si infuriava, infuriava sul serio. Il volto di imperatore romano a riposo, glabro e rotondo, diventava vermiglio. La voce gli usciva di gola in falsetto. Gli occhi, rossastri, si arrotondavano anch'essi. Questo non contribuiva certo a renderlo pi bello. Domina glielo fece osservare con quella impertinenza affettuosa che era un poco il suo segreto per farsi voler bene.
- Lasciate in pace la mia bellezza. E ascoltatemi, seriamente...
- Se  possibile...
- Se  possibile. Vi ripeto ancora una volta: volete andare a Venezia?
Nei momenti di eccitazione, vi  chi urla di gioia e chi ammutolisce. Domina si sfil il giacchettino e se lo rimise un paio di volte. Cambi di domicilio ad una mezza dozzina di vasetti. Rischi di capovolgersi, affacciandosi di colpo alla finestra, sul caruggio maleodorante. Finalmente scoppi:
- Non fatemi morire... Ditemi se c' davvero una probabilit di questo genere...
- Ascoltatemi - spieg con lentezza Dan, mentre si calibrava sull'unica seggiola di cui la sala di vendita fosse dotata. - Voi non potete seppellirvi per tutta la vita in un vicolo di Campetto, ad aspettare i clienti per le ceramiche di Albissola.
No, non poteva. Domina se lo era detto tante volte. Ma non era una buona ragione per trovare, bell'e pronto, un impiego migliore di quello.
- Mi direte che vi ho trovato io questo posto. E aggiungo che ammiro la serenit e l'allegria che avete conservato, pur rischiando di soffocare in un ambiente simile.
- Ci sto benissimo, Dan...
- No. Avrei avuto troppo rimorso di pensare che non sareste pi uscita da qui. Allora...
- Allora? - chiese la ragazza, allungando una rapida carezza, quasi un'unghiatina, alla mano fraterna. - Allora, Dan?...
- Ho saputo, quindici giorni fa, che una fabbrica di vetri muranesi deve aprire una succursale a Genova. Quelli che la rappresentano sono amici miei. Hanno bisogno, naturalmente, di una persona educata, la quale abbia del tatto ed anche un po' di cultura. Per la direzione, volevano un uomo ed io ho suggerito una donna...
- Avete suggerito me?
Se l'eccitamento e l'attesa l'esaltavano, l'emozione vinceva Domina knock-out. Non sapeva spiccicare parola. E nemmeno - questo era assai pi grave - pronunciare il pi piccolo grazie. Ma i suoi occhi parlavano per lei. In quel momento essi raggiavano, grandi, umidi, felici.
Via dal vicolo di Campetto, per sempre! Lontano da quell'impiego in cui giovinezza, salute, bellezza e amore di vita si spegnevano a poco a poco. Via da quella vasta camera, gelida anche d'estate, cui la luce del giorno non giungeva che per qualche ora, e quella del sole mai. Via da quelle ciotoline, da quei boccali, da quelle giare istoriate, da quelle pentoline fiorite, troppo viste oramai per dire ancora qualcosa ai suoi occhi, mai sazii di nuova bellezza.
Spezzare il cerchio che da due anni la teneva ferma al monotono lavoro: spolverare gli aggeggi esposti, inventariarli, etichettarli, "imbonirli" ai clienti, i quali fin lass si avventuravano raramente; chiudere quindi ogni sera il magro bilancio col rammarico di una giornata quasi inutile; ad ogni fine mese ritirare dalle mani di un principale malcontento lo stipendio non lauto, con la certezza di aver compiuto il proprio dovere, ma con l'impressione umiliante di averlo guadagnato a ufo.
Aprire, aprire ancora una volta le ali per un nuovo volo. Esplorare altre vie!
Figlia di artisti, irrequieta ella stessa come un artista, Domina della vita godeva soprattutto l'ebbrezza sensuale dell'ignoto. Partire, posarsi, ricominciare. Vedere nuovi volti, entrare nella cerchia di nuove cose, impadronirsene e poi lasciarle.
Questo aveva dato alla sua giovane e non sempre lieta esistenza una variet di esperienza che ne era in fondo la segreta forza, e alla sua personalit una vitalit straordinaria. Tanto pi che ogni successiva esperienza era stata un gradino in salita, non un passo in discesa.
Orfana, poverissima, partita subito dopo la morte del padre da un modesto posto di miniatrice di scatole, poco per volta ella era riuscita, utilizzando le cognizioni d'arte e la disposizione alla pittura, a crearsi un lavoro decoroso.
La sala di vendita della "Fornace", situata in uno di quei palazzi genovesi che hanno bellissimi ambienti affrescati, affacciati su vicoli oscuri, era l'ultima tappa di un non breve cammino.
Ma una nuova mta ecco si profilava all'orizzonte e, come sempre, era la pi bella. Ma Venezia... come c'entrava il viaggio a Venezia, con tutto questo?
- C'entra sicuro - spiegava con sufficiente pazienza Dan: - credete possibile vendere dei vetri di Murano, ignorando come sono composti? Lo sapete che sono soffiati?
- Col fiato?
- Col fiato, proprio. Come spiegherete ai vostri clienti che un vaso quadrato, per esempio, non si pu soffiarlo? Bisogna stamparlo.  la differenza appunto fra vetro stampato e vetro soffiato.
- Credevo non ce ne fosse.
- Gi. Cos, quando vi ordineranno una dozzina di bicchieri eguali, tutti eguali, esattamente eguali, voi direte di s. E se undici saranno simili, rifiuterete alla fabbrica il dodicesimo, perch ha il fusto un po' pi sottile, o il margine un po' pi slabbrato. Non avete mai visto fare nemmeno una fialetta da iniezioni? Non avete mai letto il Fuoco di D'Annunzio?
Per difendersi dall'accusa di ignoranza, ella ammise di aver letto il Fuoco, la qual cosa scandalizz enormemente l'amico Dan Lucini, incoerente come tutti gli uomini, e passatista come uno scultore umbertino. Confess invece di non aver mai veduto soffiar nulla, tranne le bolle di sapone. Se per venire via dalla "Fornace" occorreva per studiare un intero trattato di arte vetraria, era dispostissima a farlo. Intanto, il viaggio a Venezia, quando?
- Subito. Domani vi presenter ai miei amici, per fissare le condizioni del viaggio e dell'impiego. Se tutto va bene, voi darete le vostre dimissioni, qui. A Venezia occorre andiate al pi presto, non solo per impratichirvi nella lavorazione, ma anche per fissare la dotazione di vetri per il negozio. Sar una specie di esame per voi, Domina, perch dovrete dar prova di "occhio" nella scelta. Avrete anche da lavorare. Ma Venezia vale la pena di essere vista, non vi pare?... E ora siete contenta, baccanetta?
La chiamava cos, negli sporadici accessi di irsuta tenerezza, genovesizzando, con un vezzeggiativo, il nome latino di "Domina".
* * *
"Bella". Questa era stata la prima impressione degli amici di Dan, quando la ragazza era entrata nella sala da t del "London". Avevano scelto per l'appuntamento quel locale appartato di via Caffaro, dove era possibile parlare tranquillamente di affari e bere nello stesso tempo del t eccellente.
La sala, situata al primo piano, tipicamente anglosassone, ricordava certe copertine di riviste inglesi, certi interni di Ideal Home: poltrone di vimini, balze di stoffe fiorite, tavolini bassi; l'ambiente, nelle cose e nelle persone, rammentava la pensione di famiglia, con in pi una intimit raccolta che non spiaceva, venendo dalla luce e dal rumore delle strade cittadine.
Era certo la cornice meglio adatta per avvicinare e per studiare una ragazza come Domina Marsaglia in cui, pi che la bellezza esteriore, la personalit irradiava fascino.
Bella certo la testa, piccola, dai capelli di un caldo color baio, divisi in due bande arricciate con ondulazioni assai folte, come quelle di certe Maddalene classiche. Capelli che dovevano essere lunghi, a giudicare dal nodo basso, composto in una pettinatura che attirava lo sguardo fra tante nuche femminili tosate.
Bellissimo l'ovale del volto, che scendeva al mento arguto come per la modellazione di una mano amorosa, in due guance non cave e non piene, sostenute - pensava Dan quando le osservava - da una impalcatura assolutamente perfetta.
Il naso profilato, non propriamente classico, intelligente nel disegno un po' allungato, sensuale nelle narici carnosette.
La bocca del tutto femminea, casta dolce e maliziosa, rialzata a sinistra in un sorriso appena accennato, sconcertante, che rammentava, pi assai che non la forza interiore e la profondit spirituale di monna Lisa, la saporosit tutta lombarda di una madonna luinesca.
Belli anche gli occhi, lionati eppure scuri, lustri come castagne mature nell'orbita vasta e allungata, sotto le palpebre larghe, sovrastate dal semicerchio dei sottilissimi cigli.
Snella la persona, senza altezza eccessiva e rotondit soverchia; un complesso armonico di forme, di colori, di gesti, s da fermare lo sguardo.
Ma ci che pi di tutto attirava nella ragazza, oltre lo strano sorriso che perdurava talvolta anche a palpebre chine, facendo pensare che ella seguisse interiormente visioni di letizia, era l'emanazione di una intelligenza singolare, di una personalit inconfondibile. " una signora. Ma  prima di tutto un'artista" Dan aveva detto di lei agli amici.
Artista infatti ella appariva subito, nel gioco della stoffa che la vestiva semplicissima e dei colori: nulla di soverchiamente vistoso, di troppo "alla moda". Ma un gusto sicuro, istintivo. Bigio e verde, quel giorno, bastavano a renderla elegante: un verde freschissimo, di giada, che rammentava piacevolmente, nel pomeriggio di fine agosto, il refrigerio di una caramella di menta o la profondit ghiacciata di certi laghi alpini.
Quei pochi tocchi di verde, sull'abito chiaro, diritto, di foggia quasi sportiva, davano risalto al tono luminoso della pelle, al ricco colore dei capelli, molto simile a quello di certi preziosi legni esotici.
Vederla, al basso tavolino, sorbire il t, con il gesto pacato della persona avvezza a certe abitudini di signorilit, era un piacere per gli occhi.
E un'altra cosa colpiva gli amici di Dan, i fratelli Contini, titolari di una casa di spedizioni, buoni borghesi che per un capriccio di gente ricca uscivano per la prima volta dal cerchio delle "polizze di carico", dei "certificati di imbarco", e delle "bollette doganali", ed era il fatto che quella donna giovane e bella non avesse avuto per loro, uomini, che un breve sguardo di cortese attenzione, nei primi minuti dell'incontro e della presentazione.
Ora, se i suoi occhi raggiavano, se la bocca sorrideva lusinghiera, era per la gioia di quel viaggio a Venezia, che diceva di non aver mai veduto. Era per il compiacimento di essere stata designata ad un posto come quello.
Artista: "Le ceramiche mi stancano, ormai. Ci si sente la mano dell'uomo, una mano qualche volta troppo pesante. Non  vero, Dan? Ma il vetro muranese, formato col fiato! Dev'essere un poco ci che Dio ha fatto con l'uomo. C' dentro un'anima". E nello stesso tempo attenta ai particolari, precisa negli affari: una donnina che aveva tutta d'aria di sapere quello che voleva.
Con lo stupore, affiorava nello stesso tempo nei due fratelli una inquietudine ancora imprecisa, che era forse solo diffidenza maschile verso quella preponderante intelligenza femminile. Dan l'aveva "garantita" quale collaboratrice preziosa. Ma poich aveva l'aria davvero di essere tutt'altro che stupida, conveniva metterla a capo di un'azienda dandole l'autonomia di un uomo? O non sarebbe occorso piuttosto un elemento pi docile, una individualit meno singolare, da piegare e da dirigere, cos come essi erano abituati nel loro scagno di Ponte Reale?
Questo era il senso delle occhiate che i due Contini, della "Italtraf" si scambiavano al disopra delle tazzine ormai vuote. Occhiate in genovese, caute, di cui alla ragazza non sfuggiva il significato. Ella era troppo agguerrita ormai alle diffidenze ed alle incertezze dei primi approcci, quando chi offre lavoro  un uomo, chi chiede lavoro  una donna.
Volevano dire, le occhiate del biondo, placido Dario: "Che cosa ne dici?". Rispondevano, quelle saettanti, tutte fosforo, del magro Filippo: "Tentiamo".
Come molti borghesi presi nel giro dei loro affari, essi non si occupavano, ne s'intendevano d'arte; ma avevano in Dan, artista, una fiducia illimitata. Se egli aveva detto: "Nessuno pi di Domina Marsaglia  adatto per dirigere un negozio come il vostro", voleva dire che aveva ragione. Che potesse poi esserci, fra lei e Dan, qualcosa di pi, o di diverso, di una "amicizia d'infanzia", essi lo sottintendevano senza dirselo.
Vissuta sempre nell'ambiente spregiudicato degli artisti, Domina portava nei suoi rapporti con gli amici una naturalezza che rasentava l'intimit, o per lo meno la fraternit. Dan Lucini era veramente un fratello per lei. Era ancora l'obeso ragazzo entrato nello studio del pittore Marsaglia, tanti anni prima, per studiare disegno anatomico: dopo la morte del padre di lei, egli era stato quasi il suo unico appoggio morale, un difensore naturale.
Ma ci che a lei ed a quelli che le assomigliavano, sembrava semplicissimo, appariva certo assai meno semplice agli occhi di gente come i Contini, avvezzi a considerare ogni relazione fra uomo e donna come un rapporto sessuale. Domina intuiva anche questo, con un senso di disagio che la umiliava.
Tuttavia, ragionavano i due fratelli, la ragazza si presentava bene. Questo era l'essenziale. Doveva essere di ottima famiglia; saper ricevere la clientela che avrebbe frequentato il negozio di Via Roma. Erano sempre in tempo, accordandole tre mesi di prova, a sciogliersi dall'impegno.
- Qui c' lo schema delle nostre proposte - si decise Dario - e qui c' anche la copia della lettera che lei dovr indirizzare alla "Fornace". Ha il contratto?
Domina porse il foglio protocollo, scritto a macchina fitto fitto, che la impegnava con la fabbrica di ceramiche per un tempo indeterminato.
- Benissimo. Con un mese di preavviso, lei  a posto. Ha gi avuto quest'anno le sue ferie?
- Non ancora. Si parlava di accordarmele in questi giorni.
- Le chieda immediatamente, con la stessa lettera di disdetta. E si prepari a partire. I venti giorni di ferie li passer a Venezia, naturalmente a spese nostre. Non ti pare, Filippo? Il negozio si aprir alla fine di ottobre o a novembre, non prima.
Si rivolse allo scultore, il quale dirigeva la parte decorativa dei lavori:
- Ricordati che deve diventare il pi bello di Genova.
Poi di nuovo alla ragazza:
- Legga bene. E se siamo d'accordo su tutto, ci dia una telefonata. Appena avremo firmato il contratto, lei ricever un assegno per le spese necessarie di viaggio.
Si alzarono in piedi, con la furia finale che caratterizza l'uomo d'affari, il quale pare accorgersi solo all'ultimo di aver perso del tempo ben altrimenti prezioso. La salutarono e salutarono Dan, fissando con lui un convegno per la sera. Pagarono la nota presentata da una miss moto contegnosa, verificando, senza falsi pudori, l'addizione e il resto. Uscirono dalla sala, seguiti dagli sguardi di qualche solitario bevitore di t. Avevano lasciato a Domina un foglio leggero, dattilografato, percorso da cancellature e da correzioni.
Il testo era stato certo redatto dal pacifico Dario, ed elencava le mansioni e le incombenze approssimative della "direttrice". Le cancellature e le aggiunte pignolesche erano invece di pugno del trepidante Filippo; quasi tutte definivano gli "obblighi". Ottime le condizioni: tre mesi di prova, otto ore di lavoro, responsabilit assoluta del negozio, mille lire di stipendio. Il salto dalla "Fornace" a Via Roma prometteva di essere prodigioso.
Ma insieme a quelle mille lire mensili, che erano un po' pi del pane assicurato, il pensiero del viaggio raggiava come un'attesa di gioia. Il settembre a Venezia, come suo padre aveva tanto sognato di passare con lei!
Apparve, il caro volto paterno, che il male e le sofferenze avevano precocemente invecchiato. Pareva pacificato, rasserenato di tanto dolore. L'impressione, la realt di quel volto fu cos viva, che quando Dan la prese sottobraccio, francamente sentimentale, dicendole: "Peccato per che andiate sola a Venezia. Lo sapete che Venezia bisogna vederla in due?", ella fu quasi tentata di rispondere: "Ma Dan, non vado sola. Pap sar con me".
Poi tacque, come sempre quando si trattava di suo padre. Era un suo segreto quello, che nessuno doveva sapere. Il legame magico, tenace, vivo che legava il genitore morto alla figlia sopravvissuta.

 2.
Una reale emozione, in quelle giornate che avevano per Domina un po' della favola e del sogno, fu l'assegno di mille lire, intestato al suo nome, consegnatole puntualmente al momento della firma del contratto. Era l'acconto per il viaggio a Venezia: un foglietto verdognolo, con diciture rosse, punteggiato e traforato. Una cosina da nulla, che si poteva piegare in ventiquattro pezzi, nascondere nella scatolina della cipria, perdere. Ma era il primo che ella possedeva e le parve molto bello. Peccato doverlo cambiare, vederlo trasformato in sudici biglietti di banca!
Altra gioia fu quella degli acquisti indispensabili per quel soggiorno, l'unico di qualche durata che ella faceva dopo molti anni di mediocrissima vita. Il settembre a Venezia voleva dire delle giornate non pi calde e nemmeno troppe fresche. Un tepore maturo senza ardore eccessivo. Delle sere ventilate. Una brezza vespertina di cui ella gi immaginava, sulla pelle, la carezza salmastra.
Voleva dire delle giornate soleggiate e brevi; e incontro ai vaporetti, sulla laguna, larghe peote cariche di frutta: uva e fichi in piramidi digradanti fino agli orli dei barconi. Suo padre si era deliziato ad ogni autunno veneziano di quel rigoglio di vita ed in moltissimi dipinti lo aveva fermato, con una tavolozza smagliante.
Contro quel cielo, dunque, che non si decideva ad essere meno estivo, contro quel mare fermo e violaceo, quelle tinte da pomario rigoglioso, solo il bianco ed i colori pastellizzati potevano "dire qualcosa".
Domina considerava troppo l'abbigliamento come una manifestazione personale per non farne, in un certo senso, una creazione d'arte. Prediligeva per l'estate mediterranea, per i climi solari, il turchino intenso, il rosso, il bianco, i verdi minerali, l'arancione. Ruggine e verde vegetale avrebbe scelto per gli abiti da pigro autunno in collina, o sui laghi. Ma solo bianco, e rosa sfumato, e azzurro smorto, e chiaro limone, si addicevano - ella pensava - alle pietre di Venezia. In stoffe calde, morbide, gi un poco pesanti.
Ricca, confessava che avrebbe speso per i suoi abiti delle somme forse enormi, tanto amava ci che della bellezza  contorno. Povera, sapeva con stoffe a buon mercato, tagliando e cucendo da s nelle ore di riposo, comporre alla sua giovinezza una cornice di gusto quasi impeccabile. Poteva cos passare, agli occhi di chi la conosceva solo superficialmente, per una ragazza elegante, abituata ad un lusso superiore ai proprii mezzi.
Dan Lucini, che talvolta guidava Domina nella scelta di un colore (mai di un modello, ch in questo, ella si affidava solamente al proprio gusto) aveva spesso osservato come, quando si accingeva alla ricerca o all'acquisto di una stoffa, di una guarnizione, di un nastro, il volto di lei esprimesse un piacere tutto fisico.
- Voi che negate di essere sensuale, non vi accorgete di vivere solo attraverso le vostre sensazioni? Pensateci bene se non  cos.
E Domina lo aveva ammesso: - infatti non sono "sensuale" nel significato erotico che si d comunemente alla parola. In tutte le simpatie che ho avute, ho sempre saputo dominare il mio cuore, il mio cervello, ed i miei sensi. Ma amo sensualmente, s: le stoffe, i colori, le cose belle formate dall'uomo, quelle create da Dio. Faccio delle "cotte" per un fiore. Soffro di una cosa brutta intorno a me, nell'ambiente in cui vivo, come se fosse una macchia o una percossa. La colpa  di pap, che mi ha insegnato fin da piccola a distinguere una cosa bella, da una che non lo  affatto.
S, la colpa era un poco del pittore Marsaglia, Dan doveva ammetterlo. Vissuto a lungo in Inghilterra, Mariano Marsaglia ne era tornato con pochi quattrini, ma con un bagaglio piuttosto ingombrante di teorie ruskiniane. E aveva tirato s quella bambinetta, che era intelligente e che prometteva di diventare assai bella, in un ambiente di saturazione estetica che, in certo modo, le aveva affinato fino all'inverosimile la sensibilit artistica.
Quella prontezza nel distinguere, d'istinto, il segno della bellezza anche in cose di poco conto. Quella ricercatezza nelle maniere e nella forma. Quel bisogno continuo di vivere fra opere d'arte. Quel sesto senso che, come un dono di rabdomanzia, le faceva scoprire sorgenti di gaudio in ci che agli altri appariva arido e piatto. Il garbo nell'abbigliarsi. Il gusto del disporre tutto ci che la circondava: mobili, libri, fiori, ninnoli. Tuttoci veniva infatti a Domina da quella vena ruskiniana che aveva fatto del padre un grande artista, ma anche un sognatore inetto alla vita.
Perfino il nome: "Domina" rifletteva, di John Ruskin, ci che il padre condivideva pienamente in materia di educazione femminile. Quando la piccina doveva nascere, egli stava centellinando con delizia il libro dedicato da Ruskin alle fanciulle, il Sesamo e Gigli, vangelo delle Inglesi estetizzanti. E aveva voluto che la sua creatura portasse, anche nel nome, quel segno di dominio che distingue l'ape-regina.
In Domina, l'impronta paterna si era per contemperata con l'eredit materna. Una donnina pratica, la moglie di Mariano Marsaglia, morta dopo pochi anni di matrimonio. Aveva servito al pittore da modella per le sue madonne di gusto preraffaellita, ma la fragilit dell'aspetto nascondeva una volont di ferro. Tenace, ostinata, realizzatrice. Del tutto ligure.
A Londra, incinta, malata, ella era stata per quel grande bambino pi che la donna, il compagno. Il compagno indispensabile all'artista, colui che conta il denaro occorrente, lo divide, lo conserva: colui che pensa al fuoco e al desco; colui che provvede industriandosi, quando il guadagno non basta.
Che cosa non aveva fatto, quella povera Cilin Marsaglia, perch la miseria londinese fesse meno cupa nella casupola di Hampstead? Riposava, da anni, in un cimitero che la citt, avanzando verso la campagna, forse aveva gi divorato.
Ritornato in patria, solo nella lotta per il pane e per la riuscita, la vita del pittore Marsaglia non era stata che una lunga agonia. L'insuccesso di un ultimo concorso, per il posto di insegnante in una scuola pubblica, lo aveva stroncato.
Guai se Domina, sola ormai nella lotta, non avesse avuto dalla madre la coraggiosa femminile tenacia, l'ottimismo invincibile e, nello stesso tempo la poliedrica attivit. Quello, la ritemprava dopo ogni prova, come un filtro di giovinezza. Questa, le permetteva di essere oggi ritoccatrice di lastre, domani alluminatrice di scatole per canditi; qualche mese decoratrice di paralumi o di ceramiche, per un certo periodo pittrice di occhi di bambola.
Del resto, bastava dare un'occhiata intorno alla camera d'affitto che la ragazza occupava in una casa mediocrissima, per accorgersi che cosa vuol dire, in una donna, l'armonica fusione del senso pratico e del senso estetico.
Salvo qualche buon quadro ed uno stipo tarlato, nobilissimo, ereditati dal padre, tutto era stato, in quella camera, trasformato da Domina, con un camouflage che non mancava di originalit. I mobili piccolo-borghesi, comunissimi, sparivano quasi all'occhio, nascosti da paraventi di iuta greggia, o panneggiati di mezzari, eredit paterna anche quella, perch avevano servito al pittore Marsaglia per le sue modelle.
C'era qualche po' di bohme, in quella camera, ma c'era anche una impronta personale spiccatissima. E non un oggetto, apparente, che fosse brutto o mediocre.
Aveva ragione, Domina. La sensualit estetica che lievitava in lei risaliva al padre. Ci non toglieva che quell'estetismo urtasse in Dan - non avrebbe saputo dire n come n perche - la sua supremazia di maschio, mentre interessava all'artista e piaceva all'amico.
- Che cosa farete dunque - le aveva chiesto proprio quel giorno, tornando dalle compere - quando incontrerete un uomo cos bello da impedirvi di dominare, come dite voi, il cuore, il cervello ed i sensi?
- Esiste? Voi credete che esista per me un uomo assolutamente bello? Bello come un fiore, come questa rosa, per esempio, o questa stoffa? - Aveva appunto fra le mani la cedevole ricchezza di una stoffa bianca, appena acquistata, che all'occhio appariva ruvida, morbidissima invece al tatto. La sollevava tra le dita, contro il sole. Se ne accarezzava il volto. - Guardate, Dan, che meraviglia! Tutte queste fibre, apparentemente tessute in semplice trama ed ordito, guardatele invece "contropelo"! Non c' un disegno quasi invisibile? Solo io che sono donna, l'avverto, o anche voi che siete artista? Credete che un volto di uomo, il pi bello, possa darmi il piacere di una stoffa cos?
Gioia, dunque, di acquistare le piccole cose che perdono le donne. Di tornare a casa carica di involtini e pacchetti azzurri, di ingombrarne le mani grasse e maldestre del servizievole Dan.
- Se non siete buono a portare un pacco, che cosa ci state a fare al mondo, allora? - Oppure: - Vecchio Dan, aiutatemi ad aprire tutte queste scatoline. Ma non buttate via la carta, con quei disegni, che  tanto bella! E le scatole? Non sono deliziose? Devono pure conoscere noi donne, i profumieri parigini, se curano il contenente pi ancora del contenuto!
- Che cosa ne fate?
Aperse un cassetto dello stipo: - Tutte qui. Tutte le ciprie che ho avuto. Tutti i profumi: aghi, bottoncini bianchi, bottoncini colorati, cotoni da ricamo. Senza nemmeno aprirle potrei dirvene l'odore a memoria. Ma buttarne via una? Mi sembrerebbe di disfarmi di qualcosa che  stato mio, che ha fatto parte di "me".
- Non siete che un'epicurea. Una voluttuosa. Una raffinata egocentrica.
- Che paroloni difficili, Dan!
- S. Un Oscar Wilde o un Andrea Sperelli in gonnella. Pericolosa!
- Per chi? Per me o per gli altri?
- Per gli altri, non me ne importa. Ma per voi... in certi momenti mi fate paura.
In quel momento, invece, lo tentava. La tentazione che si ha talvolta di un frutto, di una cosa assai dolce. La Domina delle ore d'affari era sparita, ancora una volta, sopraffatta da una Domina tutta femminea, tutta esteriorit e sensazioni. Lui, vecchio orso, non avrebbe mai clto il bellissimo frutto. Ma era possibile che qualcuno giungesse un giorno, con un volto giovane, con un riso vittorioso, a prendere Domina proprio in uno di quei momenti di pienezza sensuale.
Se ella era oggi "Domina" di nome e di fatto, sempre padrona dei proprii nervi e della propria femminilit rigogliosa, forse era solo perch, raffinata in ogni predilezione, artista in ogni atteggiamento, non aveva ancora trovato qualcuno pi raffinato e pi artista di lei.
* * *
- Parto ossequiata come una principessa - scherz Domina, avviandosi al treno. Era fiorita di un piccolo mazzo di gardenie che i compagni di viaggio - due vecchi signori e una famiglia carbonizzata che veniva da Varazze - annusarono sospettosamente, gi pregustando l'inevitabile emicrania. - I fiori. I cioccolatini. La trousse dei gioielli... - E mostr a Dan ridendo la borsetta piuttosto malconcia in cui aveva riposto, insieme col rossetto, la cipria, la matita per le labbra e svariati fazzolettini, qualcuna di quelle collane, pi decorative che preziose, che erano la voga del momento.
- Mi manca la cameriera e il cagnolino, e poi son perfetta. La diva in viaggio...
- Accompagnata dal fedele segretario.
- Dal fedele amico - corresse la ragazza.
Bravo Dan! Aveva voluto darle ancora una volta l'illusione di ci che ella aveva perduto per sempre. Il saluto della famiglia a chi parte, un po' di caldo al cuore di cui ella sentiva, pi spesso che non volesse ammettere, la mancanza. E alla compagnia dell'ultima ora aveva voluto aggiungere il dolce viatico di un sacchetto di cioccolatini e quello dei fiori, profumatissimi. Eppure Dan non era ricco.
- Ora salite in treno, baccanetta, e mettetevi gi comoda. Non state in piedi al finestrino. Non stancatevi. Pensate che da Milano avete altre quattro ore e mezza di treno. E a Milano non perdetevi alla stazione.
- Ma Dan - scoppi a ridere la ragazza, con tanta allegria che anch'egli si associ al suo riso, - la baccanetta non  pi minorenne. Perch non mi affidate al capotreno e non mi raccomandate alle Amiche della Giovane? Vi pare che la prossima direttrice dei "Vetri Muranesi" abbia bisogno della governante per viaggiare?
- Avete ragione - si scus lo scultore; - eppure mi sembrate sempre la bambina di Via Lavinia.
La guardava di sotto in s, con un piede appoggiato al predellino del treno, e negli occhi fedeli splendeva un'adorazione muta. Saliva, come dai ceri accesi intorno all'altare, ma ella non se ne avvedeva nemmeno, tanto era consueta. Alta al di sopra di lui, chiara sullo sfondo scuro del vagone, raggiava giovinezza e bellezza.
- Via Lavinia! Esiste ancora? - sospir la fanciulla. - Non  ancora sparito lo studio di pap? Ma non bisogna pensarci, Dan. Non siamo pi gli stessi, n io, n voi. Ed ora, addio. Lasciatemi chiudere lo sportello.
Sporgendosi gli agit scherzosamente sul naso le gardenie, di cui a lui, fermo a vederla sparire, giunse ancora una zaffata di profumo come un gentile saluto.
- Grazie... grazie di tutto!...
Con passi lenti, con un po' di malinconia, lo scultore si avvi all'uscita. Domina lontana voleva dire per lui, senza che osasse confessarlo a nessuno, nemmeno a se stesso, la citt vuota, nemica, noiosa, deserta.
Povera ragazza! Si godeva i primi venti giorni di vacanza, dopo tanti anni di duro, coraggioso lavoro.
Nel treno che la portava verso Milano, la "povera ragazza" intanto, felice, dimentica, odorava il mazzo di fiori, col capo un poco riverso sullo schienale del sedile. I compagni di viaggio la sbirciavano. Domina non se ne avvedeva, tutta intenta all'ininterrotto sfilare di immagini verdi. Verde, verde, dopo tanto mare, tanto grigiore di ulivi!
Poi, quando i Giovi le mandarono incontro il primo soffio di un'aria diversa da quella marina, pi grassa, meno temprata, ella la bevve con delizia, gi sradicata con la persona e col pensiero dalla sua vita genovese, gi tutta tesa verso le cose nuove che le venivano incontro.
La stazione di Milano, mentre usciva da quella prima parte del viaggio come da un sogno, le diede un senso di bolgia infernale, che fu accentuato dal treno per Venezia, in coincidenza con l'espresso Paris-Simplon. La stazione era affollata di gente che transitava, passando dal mare ai monti, in cerca affannata di posto nei convogli per i laghi. Il treno era sovraccarico fino all'inverosimile.
"Un'orda di barbari - scrisse la stessa sera a Dan dall'albergo, accanto al Ponte di Rialto. - Stranieri: tedeschi, romeni, giapponesi, bulgari che venivano da Parigi, tutti diretti a Trieste, Abbazia, Bucarest. (Si vede che viaggio? Divento poliglotta!). Nel mio vagone c'erano due americani, uomini, zitti come pesci, che avevano paura del sole italiano. Loro volevano le tendine abbassate e si moriva dal caldo. Noi le alzavamo a turno. Un divertimento da averne il mal di mare. C'era anche una bella signora romena per la quale tutti gli uomini perdevano la testa e con la quale avrebbero tanto volentieri parlato romeno. Naturalmente, ho trovato due compagni di viaggio che hanno fatto anche a me un dito di corte: un dito in due: mezzo ciascuno.
"Ora sono sola e saggia nella sala di lettura dell'albergo. Gi, sulle fondamenta di Rialto, c' un gruppo di tedeschi che gorgheggiano. Io sto facendomi succhierellare dai pappataci e simili, ma non oso andare a letto per paura di non dormire. L'albergo  zeppo: ho una camera che  uno spavento. Uno sgabuzzino senza finestra, con uno sportello che d sul corridoio. L'ho accettata perch era l'unica a disposizione, ma con la promessa che domani ce ne sar libera una migliore. Temo per di non essere entrata nelle grazie del portiere (e poi dicono che i portieri d'albergo hanno l'"occhio clinico") che mi deve aver presa per una istitutrice a spasso. Il mio trucco non deve essere ancora perfetto, perch, mentre mi squadrava, mi sono proprio sentita un'anima di povera disoccupata.
"Domani avr l'esame a Murano ed ho paura. Per questa sera basta. Mi affaccer al "verone" della sala e chi sa che qualche tedesco sentimentale non mi faccia una serenata. Scrivetemi presto, Dan".
Pure dorm lo stesso, nella camera-sgabuzzino, cui giungevano il ronzo dell'ascensore, lo sciacquo del bagno, le voci delle cameriere, lo scalpicco dei viaggiatori.
Non era l'arrivo a Venezia come il pittore Marsaglia le aveva tante volte descritto (lui c'era venuto in viaggio di nozze). Il tramonto sulla laguna, il ponte, Cilin che giungeva le mani come davanti a qualcosa di sacro.
L'arrivo era stato quasi una delusione. Buio, folla, vaporetto ingombro di gente e di bagagli. Grida, fanali e lumi. Il Canal Grande livido nella sera gi autunnale. E infine la piccola noia di quella camera eccessivamente brutta. Ma era stanchissima e aveva poco pi di vent'anni. Ci si pu addormentare, a vent'anni, sopra una delusione, quando c' la speranza per l'indomani di una camera affacciata sul Canal Grande.

 3.
Invece della camera "bella" che aveva sperato, assegnarono a quella signorinetta che viaggiava sola, e che aveva tutta l'apparenza di non poter troppo scialare, una camera aperta su di una stretta calle, nel retro dell'albergo. Era la solita camera di tutte le locande, con in pi la veneziana zanzariera. Ma "guardava in cielo" come piaceva a Domina, ed era vigilata da un campanile in pietra grigia, che rammentava singolarmente quello delle Vigne, tanto vicino alla sua casa genovese.
Rimase per amore di quel campanile, ed anche perch rifuggiva dal chiedere due volte la stessa cosa. Ora, un pochino agghindata, la stanzetta era quasi graziosa, e con quel letto parato di tulle bianco le richiamava la camera di un collegio svizzero dove, giovinetta, aveva trascorso alcuni mesi.
Poche cose portate da Genova bastavano a farla casa sua: una scatola intarsiata, il calamaio, la cartella da scrivere, la scatoletta da lavoro. C'era anche nella bottiglia un mazzo di garofani rossi che mettevano allegria. Li aveva acquistati tornando da Murano: i fiori erano l'unica cosa a buon mercato che avesse trovato a Venezia.
All'albergo tornava la sera, dopo le nove, un poco stanca per la giornata trascorsa in fabbrica: si coricava e si addormentava subito, dopo la cena frettolosa e solitaria in una trattoria di calle Goldoni. Raramente, prima di tornare all'albergo, si avventurava fino in piazza, o fino alla Riva degli Schiavoni.
Pure quel ritmo di vita metodica, contrastante con l'idea brillante ch'ella si era fatta del suo soggiorno veneziano, non dispiaceva del tutto a Domina. Era compensata se non altro dal quotidiano viaggio a Murano, dalla sosta nell'isola, viaggio e sosta ch'ella rigodeva ogni volta come il primo giorno, con meraviglia un poco bambina. Il vaporetto era come un tram dal fischio petulante, che caricava e deponeva ad ogni corsa mattutina e serale quasi sempre la stessa gente. Di giorno invece il pubblico variava, aumentato dai forestieri, attirati dalle Vetrerie. Gli approdi rappresentavano tante fermate obbligatorie: San Michele, il pontile di Murano. Ma mentre la maggior parte dei passeggeri scendeva al primo approdo, Domina proseguiva sino al terzo.
Il battello in quel punto lasciava la laguna aperta, perlacea; si inoltrava entro il canale, fra le case basse e rosse della fondamenta Vetrai, si fermava in un bacino pi largo, di fronte al Museo. Quasi sempre, alla banchina dell'ultimo approdo erano attraccati dei grandi velieri che venivano da Fiume col legname delle vetrerie: tronchi di faggio in cataste enormi. Gli uomini che li scaricavano parlavano uno strano linguaggio ed erano tutti biondi, dal tipo slavo accentuato.
Anche la fabbrica pareva una nave ancorata, all'altra estremit del canale, dove esso sbocca nuovamente nella laguna. Una nave grande, rossa, quadrata, che per al di l delle mura di cotto e delle trifore di marmo, oltre il tetto, lasciava indovinare il verde di un giardino e la pace di un cortile simile a quella di un chiostro.
Un silenzio solenne, sonnolento, silenzio di cose morte, circondava il bellissimo edificio da poco restaurato; rarissimamente Domina incontrava qualcuno costeggiando il rio. Anche le poche abitazioni sembravano deserte. Ce n'era una, prima del "Palazzo", sempre aperta, porta e finestre, come la casa di ogni veneziano che si rispetti. E in quel fondaco basso, pulito per, non c'erano di vivo che i lucenti occhi di un gatto grigio, sulla soglia, e le grandi lune smaglianti dei piatti di ottone appesi alle pareti.
Quando si era presentata in fabbrica il primo giorno, Giovanni Seguso in persona l'aveva accolta e introdotta. Domina aveva letto da molti anni il Fuoco e rammentava pallidamente la figura del maestro che offre la coppa soffiata alla Foscarina. Ma quando il vecchio, ormai obeso, che non lavorava pi e solo presiedeva alle segrete mescolanze delle silici, le aveva annunciato con pomposa baldanza: "mi son Nane Seguso, ah!" la reminiscenza era saettata, con la prontezza di una freccia.
- Il grande Seguso? Seguso di D'Annunzio?
- Proprio mi, Nane Patre.
Ed erano diventati amici.
Amici, come lo si pu diventare con un Maestro Vetraio, dinastia di principi, con un protocollo che  difficile sorpassare e infrangere.
Quando, autorizzata dal Capo della fabbrica, Damin, amministratore di quella strana comunit che  una corporazione di vetrai, la ragazza entrava in fornace, sapeva benissimo quali erano i "maestri" da ossequiare, ed i "serventi" da salutare. Sapeva quando era il momento di chiedere delucidazioni e spiegazioni, e quando occorreva invece osservare in silenzio il loro lavoro di titani che traggono fiori dal fuoco.
Diego Barovier, Antonio Toso, Raffaele Ferro, avevano subito fatto cessare e sorrisetti e frizzi, quando per la prima volta Domina era entrata in fornace a cuocere anch'essa come quei vetri. Ma certo era un singolare spettacolo quello della fanciulla vestita di chiaro, addossata all'altissima, rossa parete, tutta intenta a quel gioco di attizzatoi e di sbarre, a quel borbotto di materia rovente nei truogoli.
Arsa dal calore, avvampata nel volto e nei capelli dalle fiamme accese notte e giorno, Domina non sapeva staccarsi dal cerchio dell'affascinante girone. Damin, gigante biondo e affaccendato, aveva visto giusto quando aveva invitato la fanciulla a visitare, per prima cosa, la fornace ed a sostarvi tutte le volte che le era possibile.
Egli amava i suoi vetri con passione; sosteneva uno sforzo eroico per ottenere dalla materia, che Giovanni Seguso gli preparava, quell'"espressione di semplicit" che, come scriveva e diceva, andava ricercando da anni. Era adorato dai suoi maestri i quali lo avevano visto bambino o aveva visti lui stesso bambini. Li chiamava, vecchi e giovani, i suoi cocoli, i suoi puteli. Ebbene, egli aveva detto a Domina: "Prima di ogni cosa, deve imparare a voler bene ai vetri". Infatti, nulla come veder creare poco per volta un oggetto appassiona e lega all'oggetto stesso.
Da quelle canne lunghe e pesanti, magistralmente maneggiate, sbocciava il fragile fiore che si apriva in corolla e si allungava in stelo; assistere alla nascita aveva veramente per Domina del gioco fatato e della maga. Poi Damin passava, la vedeva con gli zigomi accesi, coi capelli allentati, diventati di fiamma anch'essi, e la chiamava, un poco burbero, offrendole da bere, suggerendole un giro in magazzino.
L'aria fresca degli altri ambienti, oppure il verde del cortile ingombro di casse, la richiamavano ad un mondo in cui i vetri, soffio d'arte, eran diventati materia di commercio e di ricchezza. Ma non era pi la stessa cosa. Allineati negli scaffali del portego, al primo piano del palazzo, sullo sfondo delle stoffe veneziane ricadenti in pieghe smorte e molli, i vetri erano ormai materia splendida, ma troppo inerte e troppo fredda in confronto della incandescente gestazione. Troppo avevano l'aria di attendere, o almeno cos a Domina pareva, la scelta del compratore, arrivato in motoscafo dagli alberghi della Riva o del Canal Grande. Americani quasi sempre.
Entravano, salivano fino al portego immenso, luminoso per le quattro finestre sul canale; giravano per le sale, illuminate da lampadarii pure in vetro soffiato, accompagnati dalla corretta spigliatezza di Damin figlio. Acquistavano in massa. Mai per un oggetto piccolo, mai un regalo sporadico, un vetro comprato per se stesso, come Domina, potendolo, avrebbe fatto. Avevano l'aria, acquistando in grande, di portarsi via addirittura un pezzo d'Italia. E di essere soddisfatti per questo. E con quale superbo distacco seguivano le spiegazioni del loro accompagnatore! Pareva avessero fretta di tornare presto, subito, a Venezia, all'Excelsior, per il loro t, per il loro bridge: gi avevano perso troppo tempo per guardare tutte quelle cose belle, s, ma in fondo inutili, che degli italiani si davano la pena di fabbricare anche per loro.
Domina li ascoltava, li guardava; guardava soprattutto le donne che li accompagnavano, alte, sdutte, sprezzanti, con splendidi sorrisi e bocche vividamente vermiglie su carnagioni di velluto rosa. Ascoltava il loro gutturale slang, in cui non si davano la pena di mettere nemmeno una parola di francese e si chiedeva con sgomento se a Genova ella avrebbe avuto, con gente simile a questa, la sorridente pazienza e l'invincibile tenacia di Damin figlio.
Il suo inglese! Bisognava, appena tornata, dargli una sollecita ripassatina.
Respirava meglio nel magazzino, dove venezianine in ciabatte e muranesi chiacchierine imballavano vetri per la spedizione, fasciandoli come bambini. Occorreva sapere anche quello: come si nettano dal segno del fuoco, come si lustrano con lo spirito, come si avvolgono e si imballano. Ella si stupiva della rapidit di quelle mani che non sbagliavano un movimento, appena appena eguagliata dalla rapidit delle voci.
In tutti, uomini e donne, verso la foresta che veniva da Genova, la stessa cortesia graziosa, curiosa, petulante.
Ma meglio ancora respirava fuori, nella vacanza del mezzogiorno, sulla fondamenta animata da gente che tornava frettolosa a casa, nelle vampe che moltiplicavano le mosche sulle bucce dei cocomeri, naviganti pigramente a fiore del rio. Preferiva trascorrere l'ora meridiana a Murano, piuttosto che assoggettarsi all'andata e ritorno da Venezia "nell'ora degli impiegati". C'era qualche trattoria, ma Domina prediligeva vagabondare sotto San Donato, al di l del Museo, verso l'approdo, sbocconcellando pane e frutta, come un ragazzo in vacanza.
Non era elegante, ma era comodo, e a Venezia tutto si pu fare; anche bere un bicchiere di vino greco, dolcissimo e forte, in certe osterie, da cui la putela, che entrava sola, usciva subito, spaventata da sguardi troppo eloquenti.
Uva e frutta della laguna! La si gustava con gli occhi, prima ancora che con le labbra, ammucchiata nell'andito di qualche fruttivendola. E tutto nell'ora solare si confondeva: sonnolenza dolce, fame saziata, olfatto e gusto soddisfatti, tutto a comporre una pigrizia di animale felice, come il gatto grigio disteso sulla soglia del fondaco, illuminato dalle lune gialle dei piatti di ottone.
Ma il ritorno, spesso, la sera, era triste.
La fermata obbligatoria ai cipressi di San Michele sottolineava l'impressione di smarrimento che una citt ignota d a chi vi capiti da solo, e Venezia pi d'ogni altra. Tornavano, in quell'ora, quelli che hanno pianto su di una tomba amata, e aspettano si faccia buio perch non si osservino i loro occhi rossi, le bocche, le mani convulse. Mamme che hanno rinnovato i fiori sulla tomba del loro bambino; giovinette in lutto, pallide; uomini col nastro nero al braccio.
Poi tutta la miseria operaia che usciva dalle vetrerie e dalle altre fabbriche muranesi, tremenda miseria coi piedi nudi entro scarpacce aperte, con giacche sbrindellate, con maglie indicibilmente bucate. Povert o trascuratezza? Domina se lo chiedeva ogni volta, come ogni volta ne risentiva lo struggimento e il disagio, lei abituata alla decorosa propriet, alla scrupolosa pulizia del Ligure, che tiene, pi di ogni altra cosa, a fare "bella figura".
Quelle ombre magre che l'accompagnavano gomito a gomito nel viaggio di ritorno, sembravano inseguirla nel crepuscolo, dalle Fondamenta Nuove a Rialto. Perci allungava il passo, impaurita, alzando il viso alla massa bruna del Colleoni, davanti a Zanipolo. E quel ritrovarsi in albergo, tanto lontana da Genova, la faceva pi che mai orfana nel mondo, mentre annebbiava la gioia che il soggiorno veneziano le aveva promesso.
Scriveva allora a Dan Lucini delle lettere secche e brevi, che assomigliavano molto alle note di un giornale di bordo. Ma riponeva una certa civetteria, tutta femminile, nel nascondere all'amico, accuratamente, il disperato S.O.S. che era tentata di mandargli.
"Penserebbe che non sono capace di farmi la strada da sola. Che mi perdo a met cammino, come una donnetta qualunque".
La stanchezza l'incupiva cos e insieme l'impressione di aver "mancato" qualcosa. Era l'impossibilit di godere Venezia come aveva creduto e sperato, en touriste, da donna giovane e bella venuta a passare per capriccio venti giorni sulla laguna.
Capitava talvolta che Damin le desse mezza giornata di permesso, sapendo come ella fosse a Venezia per la prima volta: "Giri...". Oppure: "Vada al Lido". Ma Domina era una viaggiatrice disorganizzata e, per quanto munita di una Guida della Citt e dintorni, le avveniva facilmente di incantarsi per calli e per campielli di nessuna importanza, piuttosto che di affrettarsi a visitare chiese o indugiare per i musei.
Scopriva cos una Venezia ignorata dalla maggior parte dei visitatori; quella delle case umili che piacevano a lei, dalle porte inghirlandate di vite come i cortili di certe osterie suburbane. In una calle, una cucinetta umida, fresca, la mand in estasi. Non c'erano appesi intorno al camino che testi di rame lucente, ma rami da bambola, perch quelli grandi, usuali, erano stati probabilmente venduti in tempo di guerra.
Si diceva, pentita di non aver ancora veduto tutte le madonne di prammatica: "Ci vorrebbe Dan per farmi da cicerone. Allora s che esplorerei Venezia bene". E non si accorgeva, con questa sua frase, lei tanto orgogliosa della sua indipendenza, di confessare una deficienza prettamente femminile. L'impossibilit per una donna di vedere e di godere cose belle, quando manchi una voce maschile che le sottolinei, le rimarchi, le valorizzi.
Lei, Domina, sapeva pur trovarla quella bellezza che era un bisogno per i suoi occhi. Ma per la prima volta in vita sua, come le altre donne, non poteva gustarla in solitudine.
Se qualcuno, Dan per l'appunto, sempre tanto sincero con lei, le avesse detto che c'era anche, in fondo a quella malinconia vespertina, una punta di amarezza, un inconfessato rammarico di avventura mancata? Oh, come avrebbe detto di no, Domina! Pure, riponendo di sera il caro vestito che l'aveva fatta pi bella, ella ripensava alle donne vedute, tutte accompagnate da "qualcuno". Seria al tavolino della trattoria, del caff, ella deludeva col suo contegno le galanterie occasionali, e tuttavia si chiedeva "come facevano le altre" che accettavano il gelato, la compagnia, la gita in vaporetto, con tanta semplice spregiudicatezza. Che cosa era dunque quel lieve rancore verso se stessa, quel fiotto amaro?
Rimpiangeva ci che una donna onesta non confessa nemmeno a se stessa: di "essere seria". Di non avere nella citt dove "bisogna essere in due" (non l'aveva detto anche Dan?) nemmeno un piccolo flirt, cui dedicare le belle vesti di cui s'era munita partendo.
Poi si dava della sciocca, mentre saggia, in camicia da notte, intrecciava i bei capelli color mogano. Poi si guardava a lungo nello specchio, chiedendosi se per caso l'aria di Venezia non l'avesse imbruttita. Volto, riso splendente. Occhi limpidi.
Seduta sul letto, sotto la cupola di tulle, concludeva la giornata ed i mesti pensieri della sera con una fila interminabile di somme, sulla sua agenda di pelle azzurra. Erano le spese del soggiorno, che occorreva notare scrupolosamente, per darne conto ai Contini al suo ritorno.

 4.
Perch le ricordava quello che da bambina le era successo a Savona, Domina not il veliero bianco che si chiamava Sebenico. O forse perch realmente era pi bello di tutti gli altri.
A Savona, la piccola Domina si era innamorata per la prima volta. Poteva avere, s e no, sette anni e suo padre, portandola da Genova in gita domenicale, l'aveva pomposamente vestita di un abito a gale di ricamo svizzero, molto inamidate dalla stiratrice. E sui capelli fulvi, a cannellotti, le aveva posato un capriccioso berrettino di seta scozzese, portato dall'Inghilterra. Un berrettino alla marinara, con una nappa rossa e verde, proprio nel mezzo, bene in vista.
Con quell'abitino e quel berrettino Domina, bimba precoce, si sentiva la pi bella bambina del mondo.
Erano andati al porto e l il pittore Marsaglia aveva subito adocchiato un trealberi tutto bianco, come questo. Solo una striscia azzurra correva da babordo a tribordo, da poppa a prua. Le vele pendevano inerti, flosce: non erano ancora piene di vento come quelle del Sebenico, che era appena appena arrivato.
Domina rivedeva, come in una stampa dell'Ottocento, il vecchio porto savonese. Rivedeva se stessa, incantata, a mano del padre pi incantato di lei, che un bastimento bastava a fargli dimenticare la realt delle cose, e a fargli formicolare la voglia di dipingere sulla punta delle dita sensibili. - "Andiamo?" - egli aveva chiesto, pi che alla bambina, a se stesso, e come la figliolina saltellava, l'aveva ammonita: - "Bada alla passerella. Se sdruccioli, e se cadi in acqua, nessuno ti ripesca".
C'era la passerella, s, dal bordo del veliero alla banchina: un'asse sottile, che occorreva traversare a passi brevi, esitanti, come quelli dei ballerini sopra la corda.
Proprio in quel punto, il vento savonese si mise a soffiare da San Giuseppe, sollevando le falde del cappotto del babbo
- "Bada!". - S, bada ai passi, bada a dare la manina, bada ad andare piano, bada a non mettere un piedino in fallo. Ma chi bada, con tutto quel vento, al berrettino scozzese che si agita sui riccioloni a cannellotti? Il vento lo gonfia d'aria e agita il fiocco rosso e verde, ed il copricapo  cos leggero, scivoloso e avventuroso, che in un attimo vola via, invogliato dall'invito delle vele che gli dicono: "Viaggia, viaggia!".
Non viaggi lontano. Mulin sui riccioli, sulle manine alzate, sulle vesti crepitanti, sulla palandrana del babbo, poi cal sopra un'acqua sporca, nera, untuosa, in cui galleggiavano torsoli di mela, bucce di castagne, limoni spremuti ed anche la pancina di un topo morto. L'acqua del porto di Savona.
Oh, i pianti! Chi poteva fermare quelle lacrime, far cessare gli urli, il capriccio di Domina? Chi, se non lui, l'eroe giovinetto della bambina settenne, il mozzo che aveva assistito al passaggio dal porto alla nave e al rapimento del berretto? Un ragazzetto bruno, con calzoni e con maglia rattoppata, brutto, sporco, un poco cisposo.
Pure apparve bellissimo agli occhi di Domina, quando si cal dalle catene in mare, nuot alla ricerca del berretto che galleggiava leggero e impertinente fra le bucce, lo prese fra i denti, come un canino, si iss nuovamente, puntando i piedi nudi, orlati e suolati di nero, contro il fianco del veliero. Lo aveva restituito alla piccina, con garbo maldestro, e subito certo aveva trovato un'eccellente occasione per spendere la moneta regalatagli dal pittore. Quel salvataggio era rimasto impresso nella bambina, come qualcosa di prodigioso. E la figuretta smilza del brutto ragazzo aveva riempito le sue prime fantasie inconsciamente erotiche.
Ci aveva "lavorato su", come fanno i bambini su cose di poco conto, o che almeno ai grandi sembrano tali. La figura del mozzo si era ingigantita; era diventata quella di un uomo, di un giovane uomo, bello, pronto a tutti gli eroismi e a tutte le bont. E per anni ella aveva conservato il suo caro berrettino, in una scatola, coi ricordi che le erano preziosi. Poi la figura del mozzo era andata gradatamente sbiadendo, cancellata da altre simpatie di adolescente, di signorina.
Ma mentre l'immagine umana si cancellava, l'altra, quella della nave, ingrandiva e si precisava. Tutto quel bianco, quell'azzurro, quel sartiame, quel cielo mosso da un vento gagliardo, quelle acque sotto, avevano composto, nel ricordo, un quadro indimenticabile. Di cui ecco, ad un tratto, ella ritrovava la copia, il doppiaggio, nel veliero dlmata ancorato nel rio.
Sebenico. Tutto bianco. Con quel buon odor di legname non ancora del tutto stagionato che impregna i velieri attraccati a Murano. Pareva un grande uccello bianco, un albatro immenso, e cos fermo e deserto, aveva un po' l'aria di un vascello fantasma.
Domina si era seduta su di una cassa vuota abbandonata sulla Fondamenta, per vederlo meglio.
- S'io fossi molto ricca - pensava - o se fossi un uomo - correggeva - vorrei viaggiare sopra una nave fatta cos. Un pnfilo, come quello che c'era ieri alla Salute,  troppo banale e troppo comodo per dare la sensazione del viaggio di mare, del viaggio vero. Ma un veliero come questo! Chiss, forse torna subito a Fiume. O far il giro delle isole. Ma se si spingesse pi gi, fino alla Grecia? Se mi portasse a Brindisi?".
Sognava ad occhi aperti, piluccando l'uva dorata della laguna e tutti i viaggi le parevano possibili in quell'ora. Anche l'evasione dalla vita comune.
"Peccato non possa travestirmi da uomo. Sono troppo donna - si diceva, con un po' di disprezzo verso s stessa. - Fossi come quell'ungherese di ieri, asciutta come un ragazzo. Una maglia, un paio di calzoni larghi, azzurri...".
"Azzurri come quelli..." stava proprio per dire cos, mentre il suo occhio era attirato da una coppia, maschile, che avanzava verso di lei venendo dalla Fondamenta Vetrai.
Erano due marinai, vestiti d'azzurro, quell'azzurro che  possibile trovare solo in certe stoffe da uomo, di tela, lavate pi volte: un azzurro morbido, dolcissimo all'occhio, di pieno cielo estivo. Domina lo aveva gi notato nell'uniforme di fatica dei francesi e, pure in Francia, nelle tute degli operai. Bellissimo.
Un berretto a visiera dello stesso colore ombreggiava obliquo il volto dei due giovani che camminavano lenti, con un passo allungato cui dava eleganza l'estrema snellezza della persona. All'orecchio, il pi biondo dei due portava, chiss per quale capriccio, una peonia rosa, di un rosa acceso che faceva un curioso contrasto rococ con l'azzurro lino dell'abito. - "Eppure, c' un'eleganza innata anche nel popolo. Il senso della bellezza" - osservava Domina guardandoli avanzare. - "Quei due non sanno di comporre in questo momento un quadro stupendo. Quell'azzurro! E quella peonia rosa! Ci sarebbe da farne il modello per un abito da signora. Vediamo - andava studiando. - Gonna dritta, a quattro teli, di lino. Giacca molle, da uomo. Camicetta bianca... quelli hanno la maglia. E un cappellino della stessa stoffa del vestito, con un gran mazzo di rose accese proprio sull'orecchio. Che civetteria!".
Erano giunti alla sua altezza e, lanciata nell'esame, Domina si dimenticava a guardarli, quando il loro sguardo, che le parve troppo attento, fece volgere altrove il suo. Li vide con la coda dell'occhio osservarla; dirsi qualcosa a bassa voce. Come attraversarono lo scalandrone e furono sulla coperta del veliero, indugiarono ancora a fissarla, prima di sparire nella scaletta di prua.
"Che noiosi! - pensava la ragazza. - Non si pu guardare un uomo senza che quello si senta in dovere di farti capire che... ha capito che lo guardavi. Come erano? Belli? Non li ho nemmeno visti. Se sapessero che ammiravo come erano vestiti!"
Rise, accingendosi a tornare in fabbrica.
Ma perch il veliero, al ritorno, era ancora allo stesso posto, ed ancora conservava quell'aria fantomatica, col ponte che pareva deserto, con le cataste intatte, Domina ne fu attirata di nuovo ed interessata.
"Di solito li scaricano subito. Perch questo non ha ancora sbarcato?". - Lo chiese a Nane Patre che talvolta l'accompagnava fino alla porta del Palazzo, e che approfittava dell'ora tranquilla per fare una pipatina in pace:
- Non  legname per noi - si limit a dire Seguso.
- Per Salviati, forse?
- Pu darsi. - Guard un attimo la ragazza, o almeno cos le parve, con l'aria di dire: "Ma che te ne importa?".
Infatti, che cosa gliene importava? Pure sogn tutta notte di essere in viaggio sul veliero fantasma che la portava gi, gi, per la laguna. Incontravano isole, che il veliero incrociava girando destramente come se fosse guidato da una mano invisibile. E la laguna assomigliava a quei rigagnoli che fanno i ragazzi, inaffiando un tratto di strada con le scatole di conserva vuote, quando giocano al Diluvio Universale. Le isole piccole emergevano come tratti di terra, non sommersa del tutto, e sul  rigagnolo galleggiavano bucce, fili di paglia e il berrettino di Savona.
Si abitu a vederlo ogni giorno, scaricato ormai, con le vele, ammainate, pi leggero, ma pigro e sempre bellissimo. E durante la colazione le pareva che le facesse compagnia, unico nel rio. Altri velieri quella settimana non erano pi giunti.
"Sebenico, che bel nome!". - Aveva perfino scoperto che aveva il nome in oro, mentre tutti gli altri lo portavano in lettere di legno scuro. Ed anche gli ottoni sembravano pi lucenti, il sartiame pi nuovo. Gli trovava insomma un'aria insolita. Da veliero signore.
"Stai a vedere che mi innamoro di una nave. Lo scriver a Dan: "A Venezia ho trovato un flirt. Mi sono innamorata di un veliero".
Rideva di s stessa, ma, andandosene, lo salutava con l'occhio, accarezzandone la sagoma nobile e audace. E tornando ogni mattina le faceva piacere vederlo lustro, lindo, come uscito da un bagno di luce. In realt esso soddisfaceva quel bisogno di bellezza assoluta che era la sua seconda natura e che Dan aveva felicemente definito, chiamandola "saturazione estetica". E quando le figore dei due marinai apparivano, gli unici ch'ella avesse mai veduti sulla nave misteriosa - sagome quasi gemelle per altezza e per struttura, elegantissime nella loro asciutta magrezza, sciolte nell'abito azzurro che la prima volta le aveva fermato lo sguardo - il piacere estetico non diminuiva, per nulla urtato da quella intrusione.
In tutto quel bianco essi erano la nota azzurra di cui, inconsciamente, ella pativa la mancanza: perch il veliero Sebenico potesse esattamente identificarsi col veliero della sua infanzia, col veliero di Savona, le occorreva quell'ultima pennellata. Allora passato e presente si confondevano in una sensazione rapidissima, folgorante, unica, che era di infanzia ritrovata. Era un attimo, vertiginoso, pienissimo.
Poi la macchia azzurra si spostava, si sdoppiava, scendeva. Le passava rasente, spariva verso l'approdo, verso Venezia. Sempre, ogni volta, ella sorprendeva lo sguardo di quattro occhi scrutatori, curiosi, fermi alla sua figura. Sempre, ogni volta, lo sguardo di lei si allontanava come timoroso. Le seccava ch'essi avessero indovinato la sua simpatia per il veliero e l'avessero chiss come interpretata.
"Due marinai! - pensava con disprezzo. - Sono capacissimi di credere ch'io faccia la posta per qualche avventura. Domani, a colazione, vado in un altro punto. O torno in citt".
Ma l'indomani, a mezzogiorno, la figuretta chiara era l nel sole, riflessa nel rio, coi capelli di mogano tutti scintille d'oro, con le mani golose a frugare nel grappolo dolce delle isole.
Il Sebenico dondolava sornione, e aveva quasi l'aria di dire che non c' nessuno in quell'ora, perch i due marinai erano a Venezia e la nave era sola.
Mai un veliero si era fermato tanto, gi vuoto, a Murano, e Domina sent un giorno in fornace i commenti dei "maestri".
Anche loro lo avevano istintivamente definito el veliero sior, perch non faceva nulla e non ripartiva subito dopo la consegna.
- I me g'ha dito che el vien da pi lontan che Fiume.
- Da l'America, ci - scherz Tosatto.
- Da la Grecia, sempio.
Dalla Grecia! Domina lo avrebbe giurato.
- Quelo "moro", el parla sciavon.
Quello "moro" era il pi bruno dei due marinai: un volto quasi di adolescente, arso e magro, ulivigno, con splendidi occhi dorati, denti tersi, ciglia lunghe, profilo imperioso. Insieme col veliero, finalmente Domina aveva notato anche lui. E aveva anche osservato lo strano contrasto col compagno biondo, pi anziano lui, o almeno avvizzito come chi abbia sciupato giovinezza e salute, con occhi chiari, socchiusi, indagatori.
Li aveva chiamati, dentro di s: Black and White, come il whisky che Dan Lucini prediligeva, nei rari momenti in cui si permetteva una piccola baldoria. Ma che il moro non era sciavon, lo credette il giorno in cui, tornando a Venezia, i marinai le furono compagni di viaggio sul vaporetto.
Erano fermi all'approdo di Murano al momento in cui Domina arriv dalla Fondamenta Vetrai. La sera le piaceva costeggiare tutto il rio, quando le fabbriche si chiudono e i bambini muranesi smettono di giocare per andare incontro al babbo che esce dalla fornace.
Veniva in su, lesta, adocchiando da una parte l'acqua pigra, dall'altra le mostre con le inevitabili conterie, coi mosaici, con le ampolle e le patere soffiate. E sebbene con gli occhi apparentemente rivolti altrove, riusc a cogliere lo sguardo di intesa di Black and White, che si erano detti: -  lei! - vedendola avvicinarsi.
In piedi vicino a Domina, nel vaporetto, essi parlavano a voce bassa, rade parole. Le voci non erano plebee, l'intonazione appariva fine. Ma dovevano parlar greco, o qualcosa di simile, perch'ella intese la parola: imra; giorno. Levantini dunque, non schiavoni. Imbarcati su di una nave dalmata.
Pure ud il "moro" dire distintamente: - Prendiamo per le Fondamenta Nuove - in un italiano perfetto, senza accento, che le scompigli le idee sui Levantini e sugli Schiavoni.
"Questo  un puzzle, che mi piacerebbe molto risolvere - pens. - Ma mi piacerebbe anche sapere se questa sera hanno proprio l'intenzione di seguirmi".
Ne avevano tutta l'apparenza, almeno.
Appaiati dietro a lei, senza affrettare il passo, l'itinerario di lei era diventato il loro e chiss come la cosa non la stupiva. Senza dirselo, forse si aspettava che questo avvenisse un giorno o l'altro. Lento cammino, da una parte e dall'altra. La sera, ora, non le faceva pi paura e nemmeno le misere ombre che percorrevano la strada con lei.
Ci che a Genova l'avrebbe fatta urlare di terrore, l'inseguimento di due marinai, qui a Venezia diventava una cosa quasi normale, una cosa aspettata. E, strano a dirsi, non c'era nessun significato equivoco in quella strada fatta in comune, quasi per un accordo segreto. C'era piuttosto - Domina non sapeva n come, n perch - un senso di protezione. Pareva quasi... era mai possibile?... un patto di amicizia.
Sarebbero venuti fino a Rialto, lo sentiva. Volevano vedere a quale albergo alloggiava. Sapeva anche questo. E tutto era cos singolare, in quell'avventura appena abbozzata, fuori di ogni vicenda ordinaria, che ella non si chiedeva nemmeno "quale dei due" la seguisse. "Quale dei due" le piacesse.
Black and White: bruno e biondo. Un volto affinato dal male, forse dal vizio, un pallore arso, come di chi ha molto viaggiato, di chi ha patito il caldo sole dei Tropici. Un segno di nobilt in ogni tratto stirato, sofferente, intelligente. E l'altro, un volto splendidamente giovane, brunito dal mare salso, vivido negli occhi, nel sorriso, e lunghe inverosimili ciglia di bambino. Belli come il loro legno che li attende ogni sera, spettrale sotto la luna di settembre; la nave che domani li porter lontano. Quale dei due? Tutti e due, e nessuno. Non aveva nessuna importanza.
Fu, quella sera, come l'allucinazione di un sogno. Nel sonno tutto pu avvenire tutto si pu fare, anche volare con ali ultraterrene come nel sogno di Charlot. Ebbene, ella viveva il sogno di Charlot, dove tutti sono di natura angelica, dove marinai vestiti di azzurro possono accompagnare, senza fermarla e senza molestarla, una brava ragazza, e accontentarsi di vederla entrare nell'albergo, a Rialto, senza dirle una parola e senza che ella si volti.
Pure fece le scale di corsa, dimenticando di chiamare l'ascensore. E and, appena entrata, diritta allo specchio, come fanno le donne quando sono innamorate. Si guard a lungo, trasognata. Non si riconobbe, tanto lucevano i grandi occhi nel viso felice.
Domina felice?


5.
"State attenta - scrisse Dan per espresso, non appena Domina lo mise al corrente del veliero e dei marinai che la seguivano. - Io sono disposto ad accordare tutte le attenuanti, anche del fatto che sono gente di mare. Ma non perdono la loro bellezza. Quella tale saturazione sta giocandovi un brutto tiro".
"Sciocco! - pens Domina, ingiusta come tutte le donne quando qualcosa si pone fra un capriccio e loro. -  geloso, e non capisce che non si tratta di un flirt".
Poteva infatti chiamarsi flirt, il saluto correttissimo che i due le rivolgevano ora, quando la vedevano sulla banchina, o l'incontravano sul vaporetto? Ed il sorriso sobrio che accompagnava quel saluto? Tutti a Murano, dopo un certo tempo, si salutavano e non c'era nulla di male s'ella rispondeva ad un cos discreto cenno di cortesia.
Poi venne, un mezzogiorno che ella pensava Black and White lontani, ed invece avevano fatto probabilmente colazione a bordo, l'offerta, dall'alto della murata, di una sigaretta da parte dei giovani. Offerta superflua, perch Domina non fumava ed essi lo sapevano benissimo. Pretesto che ella decifr subito: un modo come un altro per attaccare discorso. E chi lo attacc fu proprio Black, quello che i maestri vetrai avevano battezzato el moro, e che parlava perfettamente l'italiano.
- Come mai non fa colazione in fabbrica?
Sapevano dunque che era occupata in vetreria; la curiosit non si era limitata all'albergo di Rialto.
- Mi piace di essere libera almeno nell'ora di mezzogiorno.
- Anche d'inverno?
D'inverno? D'inverno abitava a Genova, ma non era il caso di dirlo. Si accontent di guardarlo senza rispondere, fingendo di non aver capito. Il compagno biondo parve intendere il reticente silenzio, perch mormor qualcosa, di cui l'altro sorrise.
- Il mio amico chiede se anche lei  maestra-vetraia.
- Qualcosa di simile...
- Fa i vetri?
- No. Li guardo fare.
-  poco. E passa la giornata cos? Non si annoia?
"Oh, quante domande! - parvero dire gli occhi color castagna matura. - Che gente curiosa questi levantini! - Invece la risposta fu cortese, anche se breve:
- Non ci si annoia mai, quando si guarda il fuoco.
Negli occhi del biondo, che non parlava ma che doveva tutto capire, pass un lampo, subito nascosto dalle palpebre solcate.
Il bruno disse solo: - Ha ragione - e parvero, tutti e tre, assorbiti nella visione che le parole avevano suscitata: fiamme crepitanti, forni ardenti, focolari accesi. Gioia dei solitarii, egoistico piacere dei misantropi, contemplazione muta degli orgogliosi.
- Anche i gatti sono dello stesso parere - aggiunse il "moro", e prese a raccontare ci che da bambino lo aveva stranamente colpito: una casa colonica, accanto alla sua, si era incendiata nella notte; la gente era accorsa per spegnere il fuoco, agitandosi, gridando, piangendo intorno al rogo enorme. In camicino, dimenticato da tutti, egli aveva assistito allo spettacolo. E mai aveva scordato la calma soprannaturale del gatto di quella casa distrutta, il quale aveva presenziato al trambusto, seduto in mezzo all'aia sulle zampette ripiegate, fermo in tutto quel terrore, fisso alle fiamme, che si riflettevano rosse nei suoi occhi di topazio.
- Doveva certo esser felice per quel focolare immenso, e forse crederlo acceso apposta per lui, perch potesse scaldarsi meglio.
Allora Domina ud la prima frase del marinaio biondo, pronunciata con una voce rauca, come spenta, ma ricca di strane vibrazioni. Con pacata lentezza, in un italiano che lasciava indovinare lo straniero, egli disse: - Il vostro gatto mi piace, Pietro.
Aveva detto: "il vostro", come un padrone ad un servo, non come un amico ad un amico. Domina intu, pi che non capisse, che anche questa cosa era per lo meno singolare.
- Lei parla l'italiano! - rilev la ragazza. E aggiunse gentilmente: - Lo parla molto bene.
-  Pietro che me lo insegna. Non  vero, Pietro?
Pietro, che stava accendendo, al riparo della manica azzurra, una corta pipa - era sparito un momento nella scaletta, per andare a prenderla - annu senza parlare. Fumando, gli si scavavano le gote e gli si accentuava il profilo un poco grifagno. Il viso assorto perdeva cos quella freschezza giovanile, perfino puerile in certi momenti, che doveva essere come una maschera sul vero volto.
La fantasia di Domina era rimasta ancorata a quel gatto, il gatto fisso all'incendio della sua casa. Anche lei, come tutti, aveva delle storie di gatti da raccontare.
- Quando eravamo ad Hampstead... - cominci. Ma qualcosa di sinceramente stupito negli occhi dei due, la ferm all'inizio del racconto.
-  stata in Inghilterra? - Era Pietro, come sempre, che interrogava. Pareva ch'egli non avesse altra mansione che questa: chiedere per conto suo e per conto del compagno.
- Ci sono nata. Ma non sono inglese - aggiunse. - Sono nata per caso in Inghilterra, mentre babbo e mamma erano italiani. Siamo venuti via subito, quando la mamma  morta.
- Orfana? Anche del babbo?
Gli occhi lionati risposero di s. E un groppo fu mandato gi in fretta, quasi con mossa da bambina che si vergogna di farsi vedere a piangere da due sconosciuti.
La storia del gatto di Hampstead rimase l, per quel giorno, perch la sirena delle vetrerie fischi, prima ancora che Domina si fosse accorta che un'ora e mezza era cos rapidamente passata.
La sosta meridiana, trascorsa insieme a chiacchierare, non divenne certo un'abitudine perch non sempre i marinai mangiavano a bordo. Ma fu, ogni due o tre giorni, la parentesi che Domina incominci a desiderare, per trovare meno monotono il suo soggiorno muranese.
Quando non erano discesi dalla nave, se ne accorgeva subito, ch - forse per tema ch'ella si allontanasse e andasse a gustare altrove la sua frutta e il suo pane - avevano premura di consumare in fretta la loro colazione, prima ancora che Domina uscisse dalla Vetreria.
O Pietro, o il biondo, di cui non sapeva il nome, vigilavano dalla coperta del veliero, distesi su di un mucchio di corde. Oppure coi piedi penzoloni dal bordo, nudi entro le scarpe di tela. Pietro fumava la sua pipa: il suo compagno certe sigarette oppiate che davano a chi gli era vicino una leggera ebriet.
Appena vedevano la figuretta chiara, inquadrata nel portone scuro, l'uno chiamava l'altro con un fischio lieve che Domina udiva benissimo, e che ogni volta la faceva sorridere. Solidali - e come! - in quella loro corte silenziosa. Sempre insieme, mai uno solo alla volta. Camerati, come due veri uomini di mare. Eppure Domina avrebbe giurato che i loro rapporti non erano da "camerati".
C'era, fra i due, quasi una sottile gerarchia, il cui segreto la interessava enormemente. Ma per quanto avesse fatto e scavato con abili, con donnesche domande, mai una loro risposta aveva soddisfatto la sua curiosit.
"Fiumano" - aveva risposto Pietro, quando ella gli aveva chiesto: "Lei  italiano, vero?". - Ma dell'altro niente aveva saputo. "Straniero", null'altro.
Era il capitano della nave? Per conto di chi viaggiava? Aspettavano merce da imbarcare? Avrebbero arruolato un equipaggio? Aveva udito dire cos per caso, in fornace, che dieci giorni prima, arrivando, tutto l'equipaggio del Sebenico era stato sbarcato. C'erano molti naviganti in terra a Murano, i quali speravano di essere ingaggiati, alla loro volta, per il viaggio di ritorno. Ma nessuno sapeva, nemmeno approssimativamente, quando il veliero sior sarebbe ripartito.
Mentre lei rimaneva chiusa nella fornace, che cosa facevano quei due? Domina cercava di immaginarsi - il cinema e le letture londoniane aiutando - l'interno del trealberi che esternamente ella conosceva sartia per sartia, vela per vela. Pensava, chiss perch, che la cabina di Pietro fosse disordinata e pittoresca, con pipe puzzolenti fra gli abiti di tela azzurra - ne doveva avere parecchi perch era sempre pulitissimo e in ordine - e molte lettere d'amore, dimenticate, e molti ritratti di belle donne, ritagliati dai giornali, sulle pareti. Ma aveva, poi, una cabina?
Nella cabina del biondo ci dovevano essere invece dei libri, se  ammissibile che un marinaio della velica passi il tempo a leggere. Dei libri stranieri, e molte sigarette oppiate: un odore ch'ella conosceva ormai "ad occhi chiusi", una scia che riconosceva nel tragitto della Fondamenta, quando essi erano passati poco prima di lei.
Abbandonavano il veliero ad un custode per delle ore, vagabondando per Venezia. Questo lo sapeva. E dovevano avere del denaro a disposizione, a giudicare solo dal tabacco che consumavano. Quasi tutte le sere, a rispettosa distanza, la seguivano fino a Rialto, e anche questo le dava la prova che erano dei marinai molto singolari.
Se fossero della gente qualunque, della gente volgare - aveva risposto a Dan, - non vi pare che per prima cosa avrebbero chiesto di accompagnarmi? Invece, se ne tolgo quelle tre o quattro chiacchierate che abbiamo fatto nell'ora della colazione, mai una volta mi hanno rivolto la parola, oltrepassata la zona di Murano. C' una discrezione nelle loro maniere, che non pu venire che dalla signorilit. Ed  quello che mi "intriga". Chi sono? Gente che viaggia per diporto e che invece di un yacht porta a spasso un veliero grande cos? Cosa ne pensate, Dan?".
Dan rispose che, infatti, non tutti i matti sono al manicomio: poteva darsi benissimo che i due fossero degli amabili vagabondi, in cerca di sensazioni e di avventure. Che gli sembrava anzi questa una buona ragione, la migliore di tutte, per troncare quel flirt.
"Dan ha la mana di vedere dei flirts dappertutto". Questa fu la conclusione che Domina tir, dalla burbera ed accorata lettera dell'amico.
* * *
Non era un flirt. Ma era quella cosa ancor pi pericolosa che  "quasi un flirt".
La mattina, in cui Venezia volle inaugurare la serie delle giornate veramente autunnali, e Domina aperse gli occhi, destata dalla pioggia, la quale chiacchierava col campanile accanto, il primo pensiero di lei non fu forse per la siesta perduta, ch'ella avrebbe dovuto passare in qualche trattoria o addirittura in fabbrica?
Si vest di malumore, n bast a consolarla l'abitino di flanella grigia, indossato per la prima volta, che si intonava con la pioggia minuta. Anzi, guardandosi allo specchio, si trov quasi brutta, con qualcosa di nuovo che le faceva un visetto tirato "come quello di certe madonne di malumore, nelle chiese di campagna".
Il paragone le venne spontaneo, perch proprio il giorno prima Pietro, facendo sfoggio di una certa cultura artistica, le aveva trovato una rassomiglianza "impressionante" con la vergine di Bernardino Luini, la vergine che sorride maliziosa, au coin de la bouche, aveva soggiunto il biondo.
E proprio il biondo aveva detto, in italiano questa volta: - Non capisco perch le donne non sanno vestirsi secondo il loro tipo. Lei, signorina, deve portare il berretto molto indietro, come nei quadri del Cinquecento. E un velo sulla fronte, cos.
Egli diceva sempre "deve", mai: "dovrebbe". E Domina attribuiva all'imperfetto italiano di lui, senza sfumature, ci che poteva essere anche prepotenza di carattere. O forse, abitudine al comando.
- Come le madonne - aveva riso Domina.
- Certo, come le madonne. Quasi tutte le donne italiane hanno la faccia di madonna, quando sono giovani. E di Elisabetta e di Anna, quando sono vecchie. Tutti gli italiani hanno una faccia da quadro antico. Non  vero, Pietro?
- Anche lui? - chiese la ragazza, accennando al fumatore di pipa, silenzioso per una volta.
- Pietro  il gentiluomo del Cinquecento: intelligent et sournois.
Lo sguardo di Pietro al suo compagno, Domina non lo avrebbe pi dimenticato.
"Un velo, come le madonne - commentava ora la ragazza, mentre si aggiustava il berretto da pioggia sui riccioli che lo scirocco veneziano appesantiva, ma lustrava anche, in onde simili all'increspatura della laguna. - Sarei proprio carina. Un quadro classico, invece di una donna".
Ma in fondo il paragone l'aveva oltremodo lusingata, non perch ella dubitasse di essere brutta, tutt'altro, ma perch ella stessa aveva sovente, osservando la riproduzione del quadro del Luini, notata la strana rassomiglianza. E che qualcun altro l'avesse rilevata le faceva davvero piacere.
Fuori, Venezia sotto la pioggia le parve assai meno malinconica della sua fama, e le diede anzi, lungo il cammino verso le Fondamenta Nuove, un senso di pace, di lievit, come le giornate serene da un pezzo non le davano pi. Quelle pietre lavate, lucide, si intonavano ai canali punteggiati dai lagrimoni gorgoglianti della pioggia. La vitalba purpurea affacciata ai cancelli, sui rii; certe dalie inverosimili, gialle e rosse, sui parapetti dei giardini e delle finestre, bevevano con gioia l'acqua d'autunno, scotendo lievi le foglie e le corolle al soffio tiepido venuto da Malamocco. Il vaporetto, nella laguna, lacerava un velo di pioggia pi fitto, molto simile a una cortina di fumo grigio.
"Ecco una buona occasione per visitare il museo Vetrario - pens Domina quando, finita la colazione, si trov al tocco, disoccupata e chiusa dal maltempo, nell'atrio del palazzo. - Mi servir certo per Genova".
Si avvi per il ponte Vivarini al Palazzo Comunale, dove trov un custode, disoccupato anche lui; per una ridicola mancia, egli la lasci girovagare fuori orario nelle sale deserte.
Il museo racchiudeva dei tesori. Anzi, li teneva prigionieri. Questa fu almeno la prima impressione di Domina. Ella vedeva il vetro soffiato non pi creatura estemporanea, non pi oggetto di mercato, ma statica "cosa da museo". E le facevano pena quelle ampolle, quegli specchi, quegli smalti, quelle coppe, quei vasi, traslucidi sui piani degli scaffali, etichettati, diventati oramai dei sopravvissuti, non solo al fiato che li aveva foggiati, ma all'epoca, allo stile che tali li aveva voluti, nella forma e nel colore.
Poi il fascino, attraverso il prodigio dell'arte, la prese poco per volta. E insieme con la seduzione, la tenerezza tutta femminea per tanta loro fragilit, come di fiore; lo stupore per tanta loro resistenza, come di pietra. Cos delicati, e giunti fino a noi! Nati da un soffio, e pur vividi, come semprevivi di silice. Tutti perfetti, ch il vetro muranese da museo non tollera una falla, una sola bolla a sciuparlo.
E il colore strano di quei vetri, visti attraverso lo schermo della pioggia che batteva contro le finestre, la fermava, l'assorbiva con lo stesso piacere di quando, bambina, si incantava medusata davanti alle grandi bocce verdi, alle bocce rosse, alle bocce gialle, liquide, lucenti, delle mostre nelle farmacie. Un gioco di luce, anche quello, ma fermato nel vetro, per sempre. E dove aveva letto che c' "un segreto accordo fra vetro e mare?". Il colore della giornata accentuava quell'accordo, del tutto lagunare.
I nomi poi, che si rincorrevano sulle etichette, erano gli stessi ch'ella udiva pronunciare ogni giorno, in fornace e per tutta Murano; Toso, Barovier, Seguso, Ferro. Ed anche questo aumentava il senso di meraviglia, poich confermava un atavismo del mestiere, in contrasto sorprendente con la fragilit della materia adoperata.
Quando Diego Barovier le confidava: "M ghe fasso vedar una cossa bela", e seduto sullo sgabello, con le mani occupate dalla pinza e dalla canna, apriva sotto i suoi occhi, con la rapidit e con la destrezza del giocoliere, la corolla della coppa acquamarina, sapeva di obbedire allo stesso ritmo che aveva guidato le mani degli antenati, di congiungere anello ad anello nella continuit della stirpe? Tutto sembrava spontaneo ed era invece preordinato. Questo, veramente, aveva del prodigioso.
Fu, quello, l'unico museo in vita sua che Domina visit senza segno di stanchezza e senza impressione di saziet. Anzi, alcuni lavori del Settecento, squisiti, la invogliarono al punto da farle dimenticare l'ora per studiarne l'artifizio delicato, la leziosit aristocratica. La sirena fischi senza che ella l'udisse e fu Pietro che venne ad avvertirla, di corsa, cercandola per le sale del museo.
- Signorina, sono gi passate le due. Corra,  in ritardo...
Stupita, Domina dimentic perfino di ringraziarlo, nella corsa affannosa per riprendere il tempo perduto.
Solo pi tardi, ripensandoci, rilev il fatto che egli sapesse della sua visita ai vetri. Una prova di pi, se era necessaria, della "loro" discrezione. Domina non dissociava mai Pietro dal compagno.
L'avevano vista certo entrare, avevano atteso che uscisse, ma nessuno dei due aveva tentato di seguirla e di disturbarla, durante la lunga visita al museo.
Pure, l'avevano cavallerescamente avvertita del ritardo, perch dispiaceva loro che, giungendo alla fabbrica oltre l'ora consueta, Damin le facesse una lavata di capo.
E questa non era pi "corte". Questa era autentica fraterna bont.


 6.
Damin le annunci, tre giorni prima ch'ella ripartisse per Genova, la visita di Filippo Contini, per l'indomani. Veniva a verificare come andava la dotazione per il negozio e per vedere se Domina "funzionava bene". Questo Damin non lo disse, ma Domina lo cap perfettamente.
Infatti, al mattino, scendendo dalla sua camera, il portiere le annunci che un signore l'aspettava in sala di lettura. Era Contini, arrivato dritto dritto da Genova: fresco, con la barba fatta, trepidante come non mai.
"Aveva riposato? Tutto andava bene a Murano? I maestri lavoravano? A che punto era la dotazione? E l'imballo? Che tempo aveva fatto? Aveva ricevuto la lettera di suo fratello? Che cosa ne pensava di Venezia? Faceva colazione a Murano? Dov'era possibile passare la serata senza annoiarsi troppo? E la contabilit? Si era messa a giorno? E le vendite?...".
Non era materialmente possibile raggiungere con una risposta qualsiasi quella velocit da turbina, che dava un invincibile senso di vertigine. E tutto in lui rassomigliava alla velocit della parola: il volto mobilissimo, gli occhi fosforescenti, irrequieti, le mani inquiete, il passo scattante. Un'attivit dinamica, un'intelligenza vivissima, guastate da una sovraeccitazione nervosa che irritava lui stesso e gli altri.
Pareva uno di quegli spauracchi che scattano fuori dalla bote  surprise, per divertire e spaventare i bambini. Sconcertante.
Domina cercava di mettere, ogni tanto, un po' di punteggiatura in quel discorso che si risolveva sempre, alla fine, in un lungo monologo. Infatti, quando era stanca di non essere ascoltata, si rassegnava a tacere. Ma di questo Filippo Contini non si avvedeva nemmeno.
Riusc tuttavia ad informarlo che la dotazione era terminata. L'imballo proseguiva e fra un giorno o due sarebbe finito.
- Quando conta tornare a Genova?
Ebbe una lieve esitazione, una specie di lotta con s stessa, non avvertita dal principale.
- Avrei deciso per dopodomani.
- Benissimo. Se vuole per fermarsi un giorno di pi a Venezia, faccia pure. Cos visiter la citt con maggior calma. Ci penso io ad avvisare mio fratello. Perch domani torno a Genova.
Per la gioia di quel giorno di vacanza, nemmeno sperato, ottenuto senza averlo chiesto, la fanciulla gli fu grata come per un dono. Gli perdon, in quel momento, l'irrequietudine che tanto la turbava.
- Ho alcuni affari da sbrigare. Non sar a Murano prima delle undici. Mi attenda per quell'ora.
Viceversa, giunse poco prima di mezzogiorno, quando Damin col figlio era gi tornato a Venezia. Domina da sola gli fece gli onori della fabbrica e dovette indugiare insieme con lui in magazzino, per una visita sommaria alla dotazione di vetri, gi pronti nelle casse, o preparati per l'imballo.
Pignolesco, meticoloso, e pur farraginoso, preciso, metodico nella sua furia - erano qualit che solo ora Domina trovava accoppiate nella stessa persona ed erano, a sentir lei, terribili - Filippo Contini volle veder tutto, visitare tutto, verificare tutto. A stomaco vuoto, stanca e nervosa, la ragazza lo seguiva, dandogli spiegazioni macchinali ch'egli, per fortuna, non indugiava ad ascoltare. Il supplizio fin al tocco e mezzo, quando gli operai rientravano e Contini si accorse di aver fame. Chiese a Domina se c'era modo di mangiare un boccone senza andare a Venezia.
- C' un'osteria al di l del ponte.
- E lei?
- Oh, io...- Lei, aveva mancato anche oggi la sua colazione sulla banchina, ed era la seconda volta in due giorni. Ieri la pioggia e il museo, oggi Contini. Decisamente non aveva fortuna.
- Vuol venire con me?
Si scherm: aveva qualcosa di pronto l in fabbrica. Viceversa lo lasci uscire, oltrepassare il ponte, poi usc lemme lemme, avviandosi al posto consueto.
Pietro, che le era venuta incontro gi dalla passerella, tir ad indovinare:
- Scommetto che lei oggi ha saltata la colazione.
- Come lo sa?
- Non  uscita a mezzogiorno. E nessuno le ha portato la frutta.
- Che servizio di informazioni! Complimenti!
-  il mio amico che lo ha osservato.
Il biondo, dall'alto del cassero, le mostr un grappolo di uva enorme, moscata: - Siamo al dessert. Possiamo offrire?
- Accetti - incoraggi la voce grave di Pietro. - Le assicuro che pu accettare.
Il grappolo tentatore cal fra le piccole mani, splendido, fresco ancora di acqua ghiacciata.
- Ho tanta fame! - si scus Domina.
- Mangi in fretta, perch il signor Damin sta per arrivare - consigli Pietro. - Non sarebbe bene la vedesse qui, con noi.
- Bello, ieri, il museo? - interrog l'altro, che aveva finito il suo grappolo e gi fumava, osservando il gruppo dei due giovani, sotto di lui, con quel suo sguardo chiaro, indagatore, filtrato attraverso le ciglia.
- Oh, splendido! Non lo hanno mai visto? - Poi arross, dandosi della sciocca. Chi le diceva che essi non fossero dei marinai "sul serio"? La loro educazione, la loro apparente cultura, potevano essere cosa tutta superficiale. E la signorilit, un abbaglio della fantasia romanzesca.
Ogni volta ch'ella formulava uno di questi dubbii, la sua femminilit protestava, entro di lei, avvertita da presentimenti e da certezze pi forti dei presentimenti. C'erano in quei due i segni evidenti, inconfondibili, della distinzione, che ad una donna non sfuggono mai: le mani, anche se sporche di morchia, di nicotina, di ruggine, parevano di razza, soprattutto nel White. Le unghie, anche se Pietro le portava cortissime, come quelle dei musicisti. I denti, tersi. Un senso di pulizia, di accuratezza, pur sotto gli abiti da fatica. Poi ricordava altra gente, del popolo, ch'ella aveva conosciuto con gli stessi segni di dignit personale. Ramment, a Santa Margherita ed a Rapallo, certi marinai della marina britannica, belli e biondi come semidei adolescenti.
E allora tutto si confondeva nella sua mente, nel solito rompicapo che non riusciva a risolvere. Ma insomma, che cosa le veniva in mente di chiedere a dei marinai se avevano visitato un museo?
- Noi giriamo per Venezia, cercando cose vive - disse il biondo. Ma Domina indovin che Pietro si era preparato a dire tutt'altra cosa, e che poi aveva taciuto, fermato da quella frase come da una parola d'ordine.
Il grappolo era finito: - Presto, presto, in fabbrica! - Pietro la trattava come un fratello maggiore, tanto pi alto di lei, asciugandole le mani umidicce di succo zuccherino, con un fazzoletto che aveva tolto dalla giacca. La fanciulla, con prontezza donnesca, riconobbe al tatto la fresca leggerezza di una stoffa di lino.
- Svelta, ma senza correre - impose, pi che non sugger, la rauca voce del biondo. - Le donne belle non debbono mai correre.
- Si tengono sotto chiave, come i vetri del museo di Murano - aggiunse Pietro.
- Specialmente quando si chiamano col nome solenne di Domina.
La fanciulla rise, ma fu presa in quel momento da una grande malinconia, dal bisogno di dire a quei tanto schietti ammiratori:
- Sapete che domani a mezzogiorno mi vedrete per l'ultima volta?
Fu tentata perfino di aggiungere: - Perche non mi portate con voi, sul Sebenico?
Pazzia, Romanzo, Cinematografo, anzi. La figlia di Cilin - che vigilava sempre la figliola del vecchio Marsaglia, ben sapendo come ella avesse bisogno ogni tanto di una sferzata - alz in quel punto entro di lei la sua voce aspra: - Smettila, stupida! - Anzi, disse: - Scema - da vera genovese. Bast, perch Domina riprendesse il senso della realt.
"Li saluter domani. Per oggi corro davvero, se no faccio tardi come ieri". Poi ad alta voce:
- Grazie. Grazie a tutti e due, Pietro e...
White finse di non aver udito. Solo, dall'alto, le fece un cenno di saluto con la mano: un cenno amichevole ed un poco ironico fatto per mantenere le distanze.
Anche nel pomeriggio Contini le fu alle costole, e la blocc in contabilit, per farsi dare le dilucidazioni di cui Domina aveva gi preso ampiamente nota. Ma il suo nuovo principale aveva la peculiarit di molti uomini d'affari: quella di non fidarsi altro che di s stesso. Si incagliava in pratiche che non capiva, ma voleva venirne a capo. E non si dava per vinto, se non quando doveva convenire che non era pi possibile continuare.
La contabilit, a Genova, sarebbe stata affidata al fratello: non importava. Bisognava mettere il naso anche in quella.
"Le mie mille lire al mese - pensava Domina - saranno gi molto ben guadagnate se dovr subirlo tutti i giorni.  molto peggio di un marito, costui". - Per gli doveva un giorno di pi a Venezia; questo non doveva dimenticarlo.
Durante un attimo di secondo pens una cosa fantastica, assolutamente irrealizzabile, ma che le piacque immaginare come possibile. Sogn cio che Black and White fossero davvero due ragazzi per bene, coi quali essa potesse passare un pomeriggio di vagabondaggio. Un attimo: immaginandosi allato di quelle divise azzurre che erano il loro abito consueto - certo non ne avevano altro - sorrise di compatimento verso s stessa.
"Devo proprio convincermi che domani li saluter, e con loro il Sebenico. Anche se un giorno verranno a Genova, chi lo sapr mai? E giacch davvero incominciavano a piacermi troppo "tutti e tre", loro e la nave,  proprio tempo di dire addio. Dan in questo ha ragione".
Come un'anticipazione di quel saluto, il Sebenico, all'uscita dalla fabbrica, le sembr pi bello. Una luce rosea era diffusa nell'aria e si rifletteva come una cupola di fiamma nell'acqua del bacino. Nell'acceso crepuscolo la nave appariva altissima: un bianco albatro davvero.
"Bello - lo ammir silenziosamente la ragazza, - nobile e bello. Non potr pi vedere un veliero senza pensare a lui".
Damin figlio, che l'accompagnava, not come ella fosse muta in vaporetto, e scherzosamente la canzon di essere malinconica "per dover lasciare Venezia".
E allora il signor Filippo fece una cosa di cui certo stup per il primo, tanto usciva dal suo carattere e dalle caute abitudini della "Italtraf". Invit il giovane alla taverna della Bautta. Ed estese l'invito della cena anche a Domina.
* * *
Aveva chiesto una mezz'oretta per andare all'albergo e mutare vestito. Ora, davanti all'armadio aperto, esitava, incerta se stesse meglio con l'abito color lapislazzuli, di cui aveva una collana eguale e che faceva, di sera, risaltare come nessun altro il suo tipo di vergine di scuola lombarda. Oppure con quello nero, opaco, molto scollato dietro, in cui la sua inarrivabile carnagione di castana dai riflessi color di rame, splendeva, polita e soda come il marmo.
Non doveva n desiderava piacere particolarmente a nessuno dei suoi due commensali. Voleva piacere a s stessa, prima di tutto: il suo occhio, reso difficile dalla consuetudine dell'arte, aveva - quando ella si esaminava allo specchio - la severit e l'imparzialit di un critico. Perci sembrava quasi sempre pi bella in apparenza di quanto fosse in realt.
La cura posta da lei nello scegliere ci che le stava bene e poi nel vestirsene, faceva s che non vi fosse quasi mai nel suo abbigliamento un errore di gusto, e ch'ella oltrepassasse raramente la misura, nell'accentuare col trucco il rosa delle labbra e delle gote, l'ombra pi scura intorno agli occhi. In mezzo a tanti volti di bambole artefatte, standardizzate, l'una cos simile all'altra da sembrare fatte in serie, solo il suo viso, talvolta, pareva quello di una donna viva.
Nella mezz'ora accordatale fu pronta e veramente bellissima, anche per l'animazione della serata inconsueta, mentre l'aveva immaginata una sera di malinconia.
Filippo Contini ne fu quasi orgoglioso, con un filo tuttavia di preoccupazione, che la sua impulsivit non si cur di nascondere. Al giovane Damin, invece, quella bella donna in nero, tanto diversa dalla ragazza della vetreria e della fornace, diede una certa soggezione che nascose accuratamente. Domina capiva Damin e compativa Contini. La "bella presenza"  uno dei requisiti pressoch indispensabili per una ragazza in cerca di impiego, e tanto pi un impiego decorativo del genere di quello procuratole da Dan. Mentre incomincia a diventare una cosa alquanto allarmante, e piuttosto compromettente, per un buon padre di famiglia come  Filippo Contini, quando quella ragazza diventi, per una sera, commensale al suo tavolino, in un ristorante alla moda.
Figurarsi, se qualche genovese in viaggio di nozze fosse andato a dire alla signora Contini: "Ho visto suo marito l'altra sera a Venezia. Era con una ragazza vestita di nero, cos e cos". Domina cercava per questo di farsi notare il meno possibile, parlando e sorridendo con economia (ci pensavano i suoi compagni a parlare e a sorridere per lei), con gli occhi quasi sempre fissi al piatto che per fortuna si riempiva di buonissime cose.
Ma questo non impediva che il suo genere di tipo attirasse gli sguardi degli altri commensali, soprattutto degli stranieri, i quali alla Bautta non mancavano mai. Ingombravano i tavolini dentro e fuori, sulla piazzetta. Chiedevano rumorosamente altri "scampi", altro "riso e peoci", insaziabili e ingordi. Si inoltravano fino in cucina, da cui giungeva la cadenza veneziana dei cuochi e degli sguatteri, insieme con gli odori e con le vampe di calore. Sceglievano nelle fruttiere le pesche pi belle, l'uva pi matura; combinavano col mitre insalate mostruose di peperoni rossi e gialli, di cetrioli; passavano recando trionfalmente nella mano un granseolo fresco fresco.
Tutto questo era molto pittoresco, ma non era affatto italiano, perch gli italiani alle loro tavole, soli o in comitiva, erano i pi riguardosi ed i pi sobri.
-  l'aria di Venezia che d loro alla testa - spiegava Damin, e Domina gli diede ragione. Ella aveva osservato, e non solo a Venezia ma anche in riviera, come facilmente gli stranieri abbandonino il ritegno che li fa tanto corretti a casa loro, ubbriacati come da un senso euforico della vita, non appena varchino il confine italiano.
Non era solo l'aria di Venezia. Era l'impressione che il nostro cielo, il nostro sole, il nostro mare tutto autorizzino. I germanici, gli scandinavi, gli ungheresi erano i pi facili a perdere la misura, ad allentare ogni freno. A Venezia, al Lido soprattutto, si aggiungevano loro gli americani: ed anche l, nella taverna pi in voga della stagione, gli yankees, e le loro donne in special modo, erano quelli di cui si udiva pi acuta la voce e si notava di pi l'ingombrante presenza.
Anche queste tre signore che ora entravano erano nord-americane. Domina le avrebbe riconosciute solo al loro modo di truccarsi e di abbigliarsi, inconfondibile. Le donne portavano, in quell'anno, delle ondulazioni oblique, come ingommate, che attraversavano la pettinatura, corta, quasi naturali diademi: nessuna come le americane aveva una testa cos ondulata e lucente.
La bocca doveva essere marcata, piuttosto larga, non pi a cuore, come i figurini gi di moda, ma a vamp, divoratrice di uomini; nessuna bocca eguagliava in insolenza, in ardore ed in vampirismo, quella delle americane. Gli abiti si facevano aderentissimi, tagliati nello sbieco della stoffa, incollati, sposati anzi all'epidermide: vestite di qualunque colore ma tanto pi di bianco e di rosa, le americane parevano nude. Gioiello uno solo, di valore: esse lo portavano vistosissimo, grandissimo, quasi sempre alla nascita dei seni. Oppure in dito, corruscante. Unghie rosse: le loro erano sanguinanti. Scarpine di colore, in seta, a tacco alto: le scarpe rosse, viola, verdi delle americane, col tallone altissimo d'oro e d'argento, erano famose in tutta Venezia.
Sopra l'abito da sera usava un giacchettino di velluto, orlato di pelliccia: le loro volpi azzurre e bianche, i loro ermellini, erano fantastici, tali da far perdere la testa a qualunque donna.
Quelle tre erano entrate col passo inimitabile delle lunghe gambe snellite dal ballo: la madre, una signora bianca, molto artefatta, con un corpo magnifico entro una guaina rosso-geranio; la figlia bionda, bella come una copertina di Nash-s, nuda sotto un crespo azzurro turchese. L'amica, scura di capelli, dorata, come una giavanese, tutta braccialetti: occhi verdissimi, attillata in un raso verde giada. Fumavano, camminando, entro lunghi bocchini d'avorio e d'oro bianco.
Dietro di loro venivano gli uomini, cinque o sei: tipi da pellicola americana. E mentre le donne erano impeccabili pur nella loro eccentricit, negli uomini subito si distinguevano, dal solo modo di portare la giacca da sera, gli americani dagli altri.
Anche Damin lo osserv: - Non ci sono che gli europei per portare bene l'abito da sera; lo smoking ed anche il frak. Guardi quei due in confronto degli americani...
- Saranno inglesi - fece Contini.
- No, devono essere italiani.
Domina guard...
Erano proprio loro? Vedendone il dorso, mentre le signore si sceglievano un posto alla tavola fiorita di pelargonii, accesi come l'abito della dama pi anziana, Domina a tutta prima ebbe un attimo di dubbio che le sospese il respiro. Poi, come Pietro si voltava per dire qualcosa al matre, il dubbio si fece certezza. Erano loro. In abito da sera. Inappuntabili.
Sembravano, fuori della loro uniforme azzurra, ancora pi alti e quasi invecchiati. Coi capelli lustri. Col volto raso. Con le unghie lucide. Un poco artefatti, distribuivano parole ai compagni, sorrisi alle compagne, che apertamente li prediligevano ai loro meno appariscenti connazionali. Portavano infatti benissimo la giacca da sera.
- Sono dei clienti abituali - precisava Damin. - Lo ho visti anche al Danichi e all'Excelsior. Qui vengono  quasi tutte le sere. Con delle americane, sempre bellissime. Quel biondo balla molto bene.
Non li aveva riconosciuti, o forse non li aveva nemmeno mai visti a Murano. Se Domina gli avesse detto: "Sono imbarcati sul Sebenico" certamente non le avrebbe creduto.
Col cuore stretto da un'angoscia irragionevole, inosservata nel suo angolo, la ragazza li guardava e nessuna delle loro mosse stilizzate - di cui neppure una le era nota - sfuggiva al suo occhio attento. Come si muovevano sicuri entro quell'atmosfera artificiosa di cui, lei, sentiva sempre un poco il disagio! E come quelle donne erano affascinanti per loro, felici della loro presenza, eccitate dalle loro parole!
Nessuna tavola echeggiava di risa pi alte, pi insolenti, brillava di gioia pi audace.
Dove aveva messo la sua pipa, Pietro? Fumava una sigaretta dopo l'altra, anche durante le portate, all'uso americano, e non distoglieva gli occhi dalla bionda copertina di Nash's, la quale aveva un modo di ridere provocante, con la testa rovesciata indietro, con la bocca aperta, dalla dentatura splendida e perfetta, che lasciava vedere sino in fondo la gola rosea, da gattina. Pareva si offrisse in quel modo.
E White, lui, che cosa diceva con quel suo sguardo filtrato, ossessionante, alla vicina morbida e dorata come le giavanesi?
Non rideva quella. Ma fissava diritto negli occhi il suo pallido compagno che aveva, in quel momento, il volto come cristallizzato in una espressione di freddo, di cinico desiderio.
- Non beve? Non mangia? - chiedeva Contini, un po' offeso perch la ragazza non faceva pi onore alla cena.
Mangiava, beveva, certo, ma come in sogno. Un sordo fastidio la traversava tutta, come il dolore di una percossa. Il bisogno di andarsene, di fuggire da quel posto di lusso e forse di vizio.
Di vizio. Perch, ad un tratto, la certezza la folgor come una rivelazione? Oh, ingenua che era stata a lasciarsi prendere cos dalla loro apparenza per bene, discreta, fraterna. Fraterna! Due marinai equivoci, due bei giovani, che tutto il giorno giravano trasandati nel loro innocente vestito azzurro; buoni figlioli solo in attesa di navigare nuovamente. Ma di sera sfruttavano abilmente la loro apparenza elegante, prestandosi alle americane in cerca di avventura, di allegria, di un bel cavaliere e del "brivido" italiano. Le avevano detto, infatti che dappertutto, anche a Venezia (in particolar modo anzi a Venezia) succedeva cos. E che queste ungheresi, queste americane, tutto corrompono, anche l'amore, pagandosi il piacere, come altrove gli uomini lo pagano per avere una bella donnina.
Questo spiegava tutto; anche le belle maniere. La nausea la domin, la sommerse. E pi che altro la vergogna dell'abbaglio in cui era caduta. L'ira e il turbamento le riempirono gli occhi di lacrime brucianti.
- Ma beva, signorina.
Oh, poter uscire! Contini, viceversa, volle offrire tutto il supplizio di un pranzo di gala. E ancora, quando era il momento di andarsene, ordin una "macedonia" di frutta, "come quella di quei signori della tavola americana".
Fu la richiesta, fatta a voce piuttosto alta, e con spiccato accento genovese, che attir l'attenzione di White. Un attimo, il suo sguardo sfior Domina, ma parve non averla n vista, n riconosciuta. Solo egli disse qualcosa a Pietro attraverso la tavola. Dopo un momento, con un pretesto, anche Pietro si volt, guardandola appena, senza salutarla.
Attendeva forse che la fanciulla gli facesse un cenno, anche lievissimo, che lo aveva riconosciuto? Domina sostenne aggressivamente il suo sguardo, ed egli distolse gli occhi, ma con un'espressione nel volto che Domina ormai gli conosceva, quando qualcosa lo contrariava. In quel momento il suo viso ritornava quello di un bambino e le mirabili ciglia vibravano come oscure ali di farfalle.
"Che cosa mi diranno domani? - si chiese Domina. - Potr perdonare a me stessa ed a loro di averli creduti dei bravi ragazzi, mentre invece sono peggio degli altri?Oh, ma glielo far capire, almeno a Pietro. Perch non avrei diritto di chiedere spiegazioni? Infine, mi hanno ingannata. Il solo fatto che questa sera non mi salutano, dimostra che si sentono colpevoli".
Questo, donnescamente, la consol un pochino.
Contini intanto aveva pagato il conto e si alzava, proprio nel momento in cui dalla tavola americana si chiedeva "molto champagne".
Uscirono. Damin, che ci teneva a mostrarsi al corrente, comment:
- Tutte le sere cos.
E Contini concluse:
- Ne devono avere dei soldi da spendere!
Domina, tutta notte sveglia, non riusciva a dimenticare quello che aveva veduto. La rivelazione di qualcosa di basso, di ignobile la sconvolgeva in ogni sua fibra. E pi che delusione, quello che sentiva era forse rancore.
Al momento di uscire dalla taverna, tanto bella nel suo corruccio che le signore americane se l'erano additata, ella era passata loro accanto.
E lo sguardo di Black and White le era rimasto da allora, nel cuore: come una spina. C'era, negli occhi di Pietro, una domanda umile, qualcosa che faceva male, che chiedeva perdono. Ma in quelli di colui del quale ignorava perfino il nome, non c'era che freddezza, distanza, insolente alterigia.
E questo faceva pi male ancora.

 7.
Filippo Contini le aveva detto, lasciandola alla porta dell'albergo:
- Domattina dorma pure. Io riparto a mezzogiorno per Genova. Lei, in fabbrica, pu andare benissimo solo nel pomeriggio per un'ultima occhiata. E si ricordi che l'aspettiamo a Genova, dopodomani, come d'intesa.
Si era, per questo, permessa un'oretta di pi di sonno, e concessa un'accurata, una prolungata acconciatura. "Tanto, che ci vado a fare a Murano?". La ragione per cui ogni mattina si preparava, alacre e gioiosa, alla sua giornata di lavoro, ormai aveva ceduto il posto ad una delusa certezza. "Pranzo in citt, poi vado in fabbrica. Per dire a Pietro ci che voglio dirgli, mi bastano cinque minuti. Ed anche se non gli dicessi nulla, che me ne importa, ormai?".
Era arrivata, se non proprio a detestarli a rifuggire per con un senso di fastidio dal pensiero di vederli. Un rigurgito di amarezza faceva - ogni volta ch'ella ripensava alla scena della sera avanti - uggioso e perfino penoso il ricordo.
Girell per le rive e per le calli, particolarmente in Merceria, perdendo del tempo in piccoli acquisti senza importanza: regalucci da distribuire, alla padrona di casa, ai bambini di una sua amica, a Dan. Cosucce per s, di cui aveva avuto la voglia durante quei venti giorni e che ora, proprio all'ultimo momento, le apparivano ci che erano in realt; spese perfettamente superflue. Ricam quattro o cinque volte la Piazza, esit se entrare o no in San Marco un'ultima volta: "Ho tanto tempo domani: tutta una giornata". Pranz quasi sola in una trattoria "genovese", che di genovese non aveva proprio nulla, nemmeno la tradizionale pulizia.
A mezzogiorno e mezzo, disoccupata, entr in un caffeuccio dai tavolini microscopici, rotondi, di marmo, quali solo a Venezia  ancora possibile trovare, in bilico su di un piede di ferro. Erano, tutti, occupati da gente vecchia e tabaccosa; pensionati, impiegati anziani del Municipio o del Catasto - immagin Domina - che la vista di una donzella giovane e graziosa turb cos profondamente da costringerli a interrompere la partita e ad alzare il naso dai giornali, ampiamente spiegati (li sceglievano cos grandi solo per veder meglio chi entrava ed usciva e spiare senza essere visti.
Il malumore cresceva: "Se dovessi vivere in una citt come questa, certo mi ammalerei di intolleranza". Tutto le appariva ora provinciale, tanto provinciale da soffocarla. "Questa gente dorme. Vorrei fare un urlaccio per vederli scattare almeno una volta". Si tenne invece l'urlaccio per s, bevve un caff squisito, si riconcili con Venezia e con la vita.
Consult l'orologino da polso: "Potrei quasi avviarmi". Via via che il noto itinerario si svolgeva davanti ai suoi occhi, come un "film-luce" visto infinite volte, un'ansia infantile le affrettava il passo.
Quel vaporetto, come si decideva lentamente a lasciare la riva! Oh, calma olimpica, "mai-fretta" dei Veneziani! E quante ceste oggi da caricare, quanta gente davanti a lei, malgrado l'ora meridiana! La Fondamenta Vetrai le parve lunghissima.
Pensava, mentre procedeva: "Sono sicura che Pietro mi aspetta. L'altro no. Forse ha creduto di chiudermi la bocca col suo sguardo. Ma Pietro  meno cattivo. Certo dentro di s si vergogna, di quel loro mestiere".
E come altre volte, pensando a donne di dubbia condotta, a ragazze facili e venali, si era chiesta: "Ma come fanno?", con l'ignoranza della donna onesta, cui il vizio d lo stesso sgomento di un male fisico, innominabile, cos ella si chiedeva ora, ripensando all'equivoco impiego notturno dei due giovani: "Ma  mai possibile che due ragazzi sani, buoni - con lei erano stati sempre buoni - si abbassino a questo punto? Sfruttare la loro prestanza, la loro eleganza, come delle donne? Farne un guadagno, un mercato!".
Ogni volta, questo pensiero le dava l'impressione di cadere in una melma vischiosa, nelle sabbie mobili del vizio. Ogni volta, ne risaliva aggrappandosi terrorizzata agli steli verdi della bont, della gentilezza d'animo, della finezza ch'ella sapeva fioriti in loro, di cui aveva avuto tante prove. Ed ogni volta: "Pietro no, Pietro meno dell'altro" era la discriminante ch'ella lealmente riconosceva a colui che non le era pi caro, ma che giudicava il migliore dei due.
"Al Sebenico, almeno, non ho nulla da perdonare - gi sorrideva la fanciulla. - Fra me e lui non c' nessun rancore, per fortuna!". E si preparava al primo saluto ch'ella gli mandava ogni giorno, mentre sbarcava dal vaporetto o giungeva dalla fondamenta; lo sguardo che si d alle cose, alle persone alte e che comincia dalla cima per scendere - in carezza - lungo la linea che amiamo.
Ma invece del veliero la facciata di San Donato le apparve, nuda. Fu un attimo di smarrimento, vorticoso come una vertigine.
Il bacino sembrava insolitamente disoccupato, vuoto di ogni nave, sgombro. Il Sebenico non c'era.
Al suo posto, nel punto in cui era stato attraccato alla banchina per quindici giorni, era rimasto solo un pezzo di grossa fune, penzoloni e la cassa vuota su cui Domina era solita sedersi, nell'ora della siesta consueta. Domina la guardava senza vederla.
Vedeva entro di s l'alta, la nobile sagoma del veliero che durante tutto quel tempo le aveva parlato di infanzia e di mare aperto, di evasione e di paesi lontani. Partito durante la notte o al mattino presto?
A quell'ora esso viaggiava tutto bianco nella laguna color di sabbia: il vento crepitava nel sartiame, schioccava sulle tele. Le onde lo portavano al largo; lunghe, carezzevoli, lo allontanavano sempre pi.
Cos, con le vele gonfie, bello come al momento in cui era giunto a Murano, ella non lo avrebbe pi visto. Sebenico! Sparendo in quel modo, in poche ore dal momento in cui lo aveva guardato per l'ultima volta, aveva dunque voluto essere davvero il vascello fantasma che si dissolve nell'aria, che appare all'orizzonte e si confonde con le nuvole, che naviga senza che nessuno lo governi, col ponte vuoto, al comando dei venti capricciosi?
Quei due, che lo abitavano, che importavano ormai? Almeno, per una vendetta di colei che lo aveva tanto guardato, tanto amato, li avesse lasciati a terra, uomini troppo pesanti col loro fardello di male, per lui aereo, leggero, albatro senza macchia.
Ma le avesse anche, almeno, lasciato un segno degno di lui, in quel punto in cui era stato ospite regale. Non c'erano invece che umili cose, sporche: una fune, una cassa, e, sul rio, delle bucce, delle cartacce, degli involucri da sigarette.
Ci che pi la sgomentava, era questo appunto: che una cosa tanto grande e tanto bella come era il Sebenico, non avesse lasciato nessuna traccia. Una frase le torn a memoria: "Scritto sull'acqua".
Ecco, l'intesa che era corsa fra lei ed il bastimento e ch'ella aveva sentito benissimo; il senso di bellezza assoluta che era stata la ragione delle sue giornate muranesi, ecco: "Scritto sull'acqua".
Il vento si alza: le vele si stendono, la nave si muove. Cigolando imbocca la strada offerta dal canale; la fondamenta, le bottegucce, le vetrerie la salutano mentre passa, enorme, nel rio, fra le due ripe di pietra. Poi esce gonfiandosi nel mare aperto. Si allontana. Appare sempre pi piccina, immagine bianca su di uno schermo bianco che impallidisce. Non si vede pi. Non torner pi "Scritto sull'acqua".
Fu uno schianto, come ogni bellezza che muore. Fu un dolore irragionevole e travolgente, come quello dei bambini, quando un balocco si rompe.
L'infantilit che era rimasta in lei, a infondere tanta grazia al suo volto pensoso, ad illuminare il suo sorriso, a dare lievit ai suoi pensieri, alle sue parole, si dissolse in quel punto, come una bolla di sapone; non lasci che un'umida rotonda traccia di lacrime al sommo delle gote.
Il Sebenico era stato l'ultima favola in cui aveva creduto, l'ultimo gioco in cui si era perduta durante ore ed ore, per il quale aveva dimenticato tante tristezze. Venendo da Genova, il caso le aveva preparato quella sorpresa, perch la sua solitudine fosse meno assoluta, il suo compito meno arido. Poi un giorno aveva disposto che il bel gioco cessasse.
Che cosa le rimaneva dunque, se non rassegnarsi a vedere le cose intorno con gli occhi di tutti, senza pi credere alle favole? Diventare ci che da qualche anno avrebbe dovuto gi essere: una ragazza solida, cio, coi piedi nella realt, solo occupata e preoccupata di farsi un posto nel mondo?
Certo, a che le avevano giovato, fino allora, le esperienze di vita che aveva superato? Ella giocava col suo destino appunto come con la bolla di sapone, aumentandola ad arte col fiato, staccandola, alzandola in voli brevi, incantata dai colori e dalle cose riflesse, deformate nella luce convessa. Ora, non era rimasta che la traccia di quelle lacrime.
Diventare una persona seria.
Misur con amarezza tutto ci che la parola comportava, di rinuncia, di adattamento: le cose che occorreva rinnegare e quelle che bisognava accettare. Una persona seria non si crea, per il gusto infantile dell'avventura, il mito di Black and White, n tanto meno soffre per l'inevitabile delusione.
E un veliero, per una persona seria,  un veliero. Una cosa che non si ama; una cosa che si apprezza o che si critica in funzione della sua utilit pratica. Una persona seria, tutt'al pi, ammira un motoscafo per la sua rapidit. Un transatlantico, per il suo lusso.
E non piange, soprattutto, la persona seria, perch questo veliero  partito, svanito, volatilizzato in una notte, come un bel sogno. La persona seria si stringe nelle spalle, come fa Domina in questo momento; osserva nello specchio se ogni traccia di turbamento  sparita; ravviva il tocco del rossetto sulle labbra.
Ed entra spavalda in fabbrica, chiedendo con voce limpida, "guarita", a Giovanni Seguso, se ha visto che questa notte il veliero sior ha preso il volo.
* * *
Alla fornace la notizia era giunta, e fu data, insieme con altre, come un fatto del giorno, un po' pi interessante, forse, perch la nave aveva imbarcato appunto diversi naviganti dell'isola. Erano stati ingaggiati il giorno prima, al tramonto: la partenza era stata preparata di notte, giacch il vento pareva favorevole. Il Sebenico si era staccato dalla banchina all'alba, al comando di quello biondo. Aveva caricato solo poche casse, e la meta doveva essere Lussimpiccolo. Null'altro.
- Tutti partono. Anca ela, signorina, la vol andar?
- Presto, domani sera, Nane Patre.
- La me mandar una cartolina da Genova.
Ne promise a tutti, di cartoline; pag da bere ai maestri ed ai serventi, come Contini le aveva suggerito. E subito fu una gara, non appena seppero che anche lei pigliava il volo, per donarle un piccolo ricordo della fornace.
Chi le fece il tradizionale cavalluccio di vetro ametista, dalle zampe inverosimili, filiforme, come un levriero, con gli occhiolini a capocchia di spillo, e sempre uno pi grande dell'altro. Chi il canino che latra, bianco, con la lingua rossa di vetro corallo, che pare una fiamma. Chi il fiore d'acquamarina, e chi il bambolotto informe, danzatore moscovita in maillot color pagliesco. Fabbricavano lesti lesti il ricordo grottesco e gentile, fra un lavoro e l'altro, guardinghi che Damin non li vedesse, infantilmente lieti del piccolo sotterfugio; perfettamente inutile, tuttavia, perch Damin sapeva benissimo della cosa, e non avrebbe detto nulla. Egli stesso le don una collana, una di quelle collane un poco orientali ch'egli componeva mettendo insieme conterie speciali, opache come pietre dure, e combinando colori inverosimili.
Con quale gioia avrebbe accolto, la Domina di prima, il dono degli animaletti di cattivo gusto e della stravagante collana! Questa, di ora - la persona seria - ringrazi molto, ben sapendo che non avrebbe probabilmente portata l'una, n utilizzati gli altri, cui un cassetto del suo secrtaire sarebbe divenuto rifugio e tomba. Era gi arrivata, la Domina nuova, al criterio selettivo di ci che  utile e di ci che  inutile. Un notevole progresso.
Appunto perch era diventata una persona seria, pot accudire metodicamente alle ultime disposizioni per l'imballo e per la spedizione dei vetri. La vita nuova, ella lo capiva, incominciava veramente da l, da quelle casse marchiate di rosso fuoco, con la sigla MM - Maestri Muranesi - simile ad un segno cabalistico di fiamma sull'abete nuovo, resinoso.
Tutto un capitale, d'arte, di denaro e di riuscita, dormiva in quelle casse accatastate; la chiatta sarebbe venuta a prenderle in serata. Anche l'avvenire di Domina dipendeva un poco da loro.
E poich ad uno ad uno aveva scelti i vetri, quando nei grandi disegni erano solo pura linea; poich li aveva visti nascere, fiorire dall'ombelico di pasta rovente, li accompagnava col pensiero come una madre segue il figlio giovinetto, al suo primo viaggio nel mondo.
Tale doveva essere anche il sentimento dei maestri vetrai, i quali ancora all'ultimo momento la pregarono di scrivere loro se quel "veronese" era piaciuto, e se era stato venduto.
Ma il saluto, agli uomini e alle cose di cui era stata compagna, per un periodo non breve, fu senza venature di tenerezza.
Pass la serata all'albergo, preparando il piccolo bagaglio, due valige piatte, "tipo-bordo". L'associazione d'idee la port un attimo verso il Sebenico, che a quell'ora doveva gi essere a Lussimpiccolo. Non lontano da Abbazia, dunque, dove le ungheresi e le americane pullulano. Black and White avrebbero certo avuto le loro serate occupate.
Ma con uno sforzo di volont, che non le cost troppa fatica, cancell l'immagine importuna. Buona fortuna anche a loro, se quella era la loro vita. Sped le ultime cartoline, rimaste in una tasca della cartella da scrivere; riun i conti pagati, compiacendosi delle economie che era riuscita a realizzare. I suoi principali certo le avrebbero apprezzate.
Poi rimase a lungo con gli occhi aperti, sotto il duomo della zanzariera, ad ascoltare le ore battute dal campanile vicino, chiaro nella notte lunare. Il senso del "finito" batteva in lei, solenne come quel suono di bronzo.
Chiuso, un periodo della sua vita. Anche tornando a Venezia, un giorno, la cosa sarebbe stata diversa. Ella, soprattutto, non sarebbe pi stata la stessa.
Arrivando a Genova, domani sera, qualcosa di nuovo incominciava, di cui ignorava gli sviluppi e lo sbocco. E la sgomentava pensare quante strade l'avevano portata a questa nuova, quante mani l'avevano aiutata nel percorso, per giungere a che cosa? Una soluzione definitiva, o ancora un trampolino per arrivare pi oltre?
Vedeva la sua vita con l'immagine della scala che ascende. Ma la sua non era la scala lineare; era la scala a rampe, interrotta da pianerottoli. Rampe lunghe, rampe pi corte; rampe ripide e rampe pi piane; pianerottoli comodi e pianerottoli stretti, in cui appena ci si poteva muovere. "Sempre pi su, per" si disse con un certo orgoglio.
Pure, misurando le poche gioie godute, la povert di affetti che era il suo viatico, si disse: "Una scala, s. Ma come quella che in America serve per salvarsi dagli incendi. Di ferro. E aggrappata al retro della casa".
Quell'indomani, che le era stato concesso come un giorno di vacanza, fu per Domina ci che  per tutti, l'ultimo giorno a Venezia. Visita regolamentare alla Giudecca, pomeriggio alle Zattere. Poi il Canal Grande percorso per l'ultima volta col vaporetto, andando alla stazione; il tramonto intriso di pallidissimo oro. Venezia, alla partenza, le donava la bellezza che le aveva negato all'arrivo. Eppure si poteva lasciarla senza rimpianto.
Nel treno per Milano, quasi sgombro, guardandosi entro lo specchio dello scompartimento, ella si trov un viso stanco, volontario, segnato dalla luce violetta della lampadina notturna.
Non era certo quello della Domina arrivata a Venezia venti giorni prima, accaldata e ridente nel vagone carico di americani, di giapponesi, di bulgari, di romeni. Qualcosa, in quel volto quasi duro, si era spento, che forse non sarebbe rifiorito pi.
E Domina capiva che nemmeno il sorriso au coin de la bouche, che nulla riusciva a cancellare, sarebbe riuscito a ridarle ci che era stata la sua maggiore bellezza: l'espressione luminosa, fatta di grave felicit, simile a quella di una bambina, la quale crede ancora alle favole.

 PARTE SECONDA.
I FIORI DEL FUOCO.
 1.
La parentesi di Venezia era chiusa. L'ottobre caldo e sereno della Liguria trascorso. Gi novembre, con le giornate piovose, col cielo plumbeo, con lo scirocco ostinato, mandava nubi e nubi dal mare. In negozio bisognava accendere la luce presto e la vetrina sfolgorava, vetri e lampade in gara.
I "Fiori del Fuoco" era riuscito veramente "il pi bel negozio di Genova", come aveva voluto Dario Contini. Dan aveva compiuto il miracolo, ottenendo da un magazzino banale un ambiente bellissimo, sobrio nella sua sontuosit.
Contro le pareti color paglia, a grosso intonaco granulare, gli scaffali lineari, di radica bruna a ripiani di cristallo, sembravano portare con orgoglio la mostra muranese ed i minuti oggetti che si sposavano meglio ai vetri: peltri moderni, soprammobili di maiolica, specchi incisi. Prezzi e tentazioni per stranieri, ma produzione di arte italiana.
La vetrina era la cura e la preoccupazione di Domina, ch ogni giorno occorreva variarla, soprattutto nel periodo iniziale, per attirare i clienti ad altre compere, per invogliare gli acquirenti nuovi ad entrare. Era un richiamo che appariva luminoso perfino nelle ore diurne, quasi per una luce propria che emanasse dagli oggetti esposti. Spettacolo per una piccola folla, sempre ferma l davanti, non ancora abituata alla raffinatezza delle vetrine moderne.
Tutto per nel negozio sapeva ancora di nuovo. Forse, era una delle ragioni per cui Domina provava la sensazione di non essere del tutto ambientata. Mentre agli altri dava l'impressione di una sciolta disinvoltura, e di sapersi destreggiare con abilit, non solo materiale, fra quelle fragili cose, entro di lei perdurava un senso di irrequietudine, una instabilit che la inquietava.
Contribuiva, forse, ad aumentarle il sentimento dell'irreale, l'ambiente stesso, a piani e a curve traslucide; il colore, subacqueo; la materia delle cose; aerea, senza peso.
Quel vedersi riflessa in superfici pulite, entro grandi specchi e vetri convessi; quei pavimenti quasi liquidi di lucentezza; quei grandi cristalli, che prolungavano il negozio nella strada e viceversa; quelle luci diffuse, cos presto accese; tutto ci aumentava il senso dell'illusorio.
Le cose reali, pratiche, che formavano i gesti della sua giornata, non erano sufficienti a farle sentire che toccava la terra. Quasi, i modi e la voce a scatti del signor Filippo le piacevano, ora, perch la richiamavano bruscamente da un mondo di ferie, di cui non riusciva a misurare la sostanza corporea.
Anche il nome, che era stato scelto per sintetizzare la ditta e che fiammeggiava a lettere tubolari sull'architrave della porta, contribuiva a quel senso di navigazione nel vuoto. Avessero almeno chiamato il negozio col nome della firma: Fratelli Contini. Oppure con la sigla dei Maestri Vetrai. Si chiamava invece "I Fiori del Fuoco", e la luce azzurrina, fluorescente, richiamava senza posa l'immagine di praterie incandescenti, dove l'impasto rovente si agitava col moto incessante dell'onda, e da cui zampillavano in cespi, in rami, in steli, in archi, in spalliere, i fiori roventi creati dall'estro dei Maestri Muranesi; i fiori del fuoco.
Chi non aveva visto come essi sbocciassero, in fioritura misteriosa, da tanto fiato quanto occorreva per emettere un suono, non poteva certo intendere il tormento quasi visivo che quell'immagine dava a Domina.
Di sera, gli oggetti sembravano veramente composti di una materia fantastica, sul piano della vetrina, opaco, smerigliato, illuminato di sotto in su da lampade celate; e su quello degli scaffali, lucentissimo, trasparente.
I fiori veri che abitavano in quei vasi apparivano, al loro confronto fatti di materia corposa, quasi di una carne variegata.
La gente fuori passava nella sera piovosa, e si fermava attirata dal focolare di luce che pareva magicamente scaturire dalla soglia stessa del negozio. Alzava gli occhi alla scritta, sognava un istante col naso incollato ai vetri, sotto l'ombrello sgocciolante.
E molti che avrebbero desiderato acquistare qualcosa, non osavano neppure entrare, presi da soggezione per quel negozio "troppo bello", e per quella signorina che  s'intravvedeva, l in fondo, troppo elegante per essere una commessa.
L in fondo, infatti, c'era maggior pace. C'era una scrivania linda e nuova, un tavolinetto per la macchina da scrivere portatile, la scansia coi cataloghi e coi libri d'ufficio: il tutto dietro una paratia di legno e di vetri, rotondi, impiombati secondo l'antica maniera, che smorzava le voci e mitigava ancor di pi la luce. E c'era anche una scaletta di legno, scaletta da nave, che scendeva nell'umido sotterraneo: rifugio di casse, ingombro di vetri, un caos, su cui imperava Giulio, fattorino e commesso nello stesso tempo.
Era l che le grandi casse, arrivando, venivano depositate, con un complicato sistema di carrucole, da una botola esterna la quale sbucava in una piazzetta. Venivano aperte fra nuvole bionde di ricci crepitanti, da cui era una gioia estrarre i corpi rigidi dei vetri, ben fasciati entro lenzuoli di carta velina.
Dacch il negozio era stato aperto le casse non finivano pi di arrivare. Pareva che in quel tempo tutta Genova avesse fame e sete di vetri muranesi. E quello che avveniva a Genova, avveniva anche altrove.
Abituata infatti a considerare il vetro soffiato come un vecchiume da museo, un arzigogolo di cattivo gusto, buono per salotti della piccola borghesia, tutta una generazione si accorgeva per la prima volta che il vetro di Murano era risorto per merito di pochi, ostinati, coraggiosi artisti.
Damin era uno di quelli: pi abilmente degli altri egli aveva saputo raccogliere intorno a s i migliori elementi della tradizione artigiana, e presentava una produzione stilizzatissima, impeccabile, entro un ambiente sontuoso, quale era il "Palazzo" di Murano.
Artista raffinato, egli voleva che i suoi vetri si imponessero in ogni citt, al pubblico, anzitutto attraverso il richiamo della signorilit: era una delle ragioni per cui "I fiori del Fuoco" si presentava perfetto in ogni sua parte, salotto pi che negozio; ritrovo mondano, pi che azienda commerciale.
- Il pubblico - diceva Damin - deve abituarsi a considerare il vostro negozio come l'arbitro in fatto di arte. Mai un fiore nelle vetrine che non sia preziosissimo o inedito. Mai un soggetto in vendita che non sia sceltissimo.
Aveva dato a stento l'autorizzazione per certi paralumi pieghettati, di pergamena leggiadramente sfumata, che le signore prediligevano in quel momento per la loro casa, e che del resto si armonizzavano perfettamente col piedestallo di Murano. Ma mentre a Damin quelle contaminazioni della sua opere sorridevano s e no, ai Contini piacevano incondizionatamente, destinate come erano ad attirare il pubblico, e a far salire l'incasso.
C'erano state anche le lotte dei due fratelli con Dan, per la decorazione e per l'ammobiliamento, che a tutta prima eran parsi loro troppo scarniti, e quasi poveri nella loro semplicit. "Pare di entrare in un convento". Ma Dan si era imposto: o cos o nulla. E aveva ceduto soltanto per concedere un'altissima tenda, la quale divideva a met il salone - pi lungo che largo - e scendeva in pieghe maestose, divisa e dorata come un sipario da palcoscenico.
Di quante piccole cure, tutte donnesche, quella messinscena fosse materiata, solo Domina lo sapeva.
I vetri avrebbero perso del loro fulgore, e gli arredi del loro valore, se i pavimenti a mosaico, i bei pavimenti genovesi, non fossero stati lucidissimi. Ma poco o nulla si poteva ottenere da quell'impiantito troppo nuovo, arido, che beveva la cera con l'avidit di un assetato, e su cui qualunque encaustico rimaneva solamente qualche ora. Domina ci pianse perfino i primi tempi, per l'intolleranza di Filippo Contini, che non intendeva ragione e ne imputava a lei ed a Giulio la scarsa lucentezza.
Poi Giulio a furia di condurre la "galera" (galera davvero), riusc a lustrarli come il principale voleva. E allora furono altre lamentele, perch la gente entrando lasciava le tracce della polvere, quando il tempo era bello; del fango, quando era brutto.
Anche per la pulizia dei vetri e dei piani degli scaffali, occorreva l'occhio vigile, attento, di una padrona di casa premurosa. Tutti i giorni bisognava spolverarli ad uno ad uno, con delicatezza, ma con precisione, non lasciandone neppure un pezzetto, ch su quelle superfici cos terse il minimo alito di polvere si notava subito.
Domina e Giulio si raggiungevano, l'uno da una parte, l'altra dall'altra, in fondo al negozio: ma era una faccenda lunga, meticolosa, che esigeva sempre un paio d'ore prima d'essere terminata. Dalla strada la polvere si insinuava, si infiltrava, penetrando ostinata e copriva in un momento tutto di una coltre evidentissima, sulla quale si poteva scrivere col dito il proprio nome.
"Polvere di umanit - la chiamava Domina. - Forse i rimasugli di quella che serv a Dio per formare l'uomo. Sporca, per".
- Ci saranno anche le molecole che hanno servito a far voi, baccanetta? Polvere d'oro. Guardate bene Domina - ribatteva Dan Lucini.
- Porporina, allora.
Fatica di Sisifo. Lento lavoro delle Danaidi. Togliere, ricominciare. Da quel tempo Domina, che pur amava sinceramente la casa e non si stancava di nessuna faccenda domestica, conserv una invincibile ripugnanza per quella dello spolverare.
E come non sarebbe entrata, la polvere, dalla strada?
La vetrina di "I Fiori del Fuoco" si apriva su Via Roma. Meno rumorosa di Via Venti Settembre, meno aristocratica di Via Garibaldi, meno popolare di Corso Buenos Aires, Via Roma, a Genova,  di una correttezza umbertina che non manca di una certa linea.
Tutte le citt italiane hanno un'arteria che assomiglia a Via Roma, e che presto o tardi  destinata a scomparire. Tutte hanno quei palazzi di media altezza, con l'atrio signorile ed il portiere altezzoso; sfumate da quella patina dell'Ottocento, incolore, grigiastro, che non si cancella. Dentro ci sono appartamenti non troppo vasti d'aria, ma enormi come numero d'ambienti: dodici, sedici camere, fatti per gente che un tempo aveva molti figlioli ed una numerosa servit.
Ed i negozii, non troppo grandi, quelli, sono decorosi senza sfarzo, frequentati dalle signore nell'ora in cui si usa "fare delle compere": dopo le undici al mattino, dalle quattro alle sette del pomeriggio. Negozii di biancheria fine, di gioiellerie, di cravatte e di borsette. Una farmacia sola, quasi sempre. Ed un calzolaio alla moda, a cui bisogna telefonare per l'ora dall'appuntamento, come ad un dentista.
Anche Via Roma aveva dunque quel carattere che distingue le contrade umbertine: c'erano ore ed ore in cui era deserta, altre in cui appariva animatissima di visi consueti, come un salotto.
E dal vecchio selciato, battuto o no, la polvere nasceva ostinata: nebbia d'oro, nelle giornate di sole; macaia in quelle di scirocco; fango in quelle di pioggia.
Guardando Via Roma, quando aveva meno da fare, Domina aveva imparato anche molte cose, che prima ignorava. Come fosse, prima di tutto, importante, per una data categoria di persone, il passare a certe ore in una data via, per esser visti o per incontrare altre persone.
Non ci si spiegava, altrimenti, come mai i passanti, pur variando, fossero poi in fondo sempre gli stessi. Tolti i bambini che andavano a scuola, al mattino, e le servette che li accompagnavano, la strada era pochissimo frequentata da gente che si reca in ufficio.
Viceversa l'animazione cominciava alle undici, quando le belle signore escono. E si faceva, anche se pi rarefatta, selezionatissima da mezzogiorno all'una, che  appunto il momento in cui gli impiegati viaggiano verso le loro case, ed  quello in cui coloro che non hanno nulla da fare si ritrovano invece, si salutano, per bere insieme un aperitivo "ch, tanto noi non pranziamo prima del tocco".
C'era poi uno stile in quel passaggio, quasi un cerimoniale prestabilito. Non aveva forse imparato che c'era un marciapiede chic, ed uno meno, e non aveva udito deplorare che proprio "I Fiori del Fuoco" fosse su quello meno elegante? Ci non toglieva che, per vederne la vetrina, le passeggiatrici attraversassero la strada, attirate anche dalla sua immediata vicina di destra: una merceria di antichissima fama, presso cui si potevano trovare le cinture in voga, i fiori artificiali di Parigi, le trine ed i bottoni ultimissimi.
Se non sempre i vetri soffiati piacevano - della roba cos originale, cos liscia e tanto cara, poi, per essere solo del vetro! - i pizzi ed i collettini di organd piacevano indiscutibilmente. Domina, una volta di pi, nella pratica quotidiana, trovava confermato ci che aveva sentito affermare dai suoi amici artisti, e che le era sempre sembrato un paradosso: "La donna che ha del denaro da spendere, capir un vestito all'ultima moda e sar disposta a pagarlo per quanto vale, o per quanto, gliene chiede il sarto in voga. Ma non spender un soldo per l'opera d'arte, soprattutto quando sia moderna, perch non la capir mai".
Autore di quei paradossi era spesso Dan, il quale, autenticamente artista, sembrava il meno fatto per andare d'accordo con i Contini, e con quelli che assomigliavano loro.
Egli era un odiatore degli snobs e degli "arrivati". A parole, infatti, li dinamitava tutti. Ma bastava un sorriso lusinghiero di uno di quei "farisei", per ammansirlo, e molto lo consolava il fatto di potere, in un ambiente come quello, pontificare indisturbato e non contraddetto. Era uno dei pochi difetti che Domina gli conosceva, cancellato dalle innegabili qualit di cuore, di sensibilit e di intelligenza che facevano di lui uno squisito artista ed un amico impareggiabile.
Ed era merito di Dan - e un pochino anche di Domina - se il negozio manteneva una sua fisonomia, un suo carattere anche morale, estremamente artistico. Era appunto ci che i fratelli Contini avevano in fondo desiderato, ma ora che la cosa avveniva forse non ne erano troppo contenti.
Quei pittori, quegli architetti di interni, quei critici d'arte, che quando capitavano insieme facevano un gran baccano con le loro discussioni estetiche - e quel che  peggio non compravano nulla - davano terribilmente ai nervi ai due proprietarii. Certo, stringere la mano allo scultore d'avanguardia, dare del tu al "primo-premio" della Biennale, non era cosa da tutti.
Ma temevamo d'altra parte che quella scia di bohme che l'artista lascia dappertutto precludesse il cammino a quell'altra gente che essi volevano attirare: il cliente ricco, che compra senza discutere, acquista senza scegliere, paga a contanti.
Non potendosela prendere con Dan, sfogavano con Domina il loro malumore, imputando a colpa di lei quando il totale giornaliero della vendita non raggiungeva o non superava una certa cifra. Sbagliavano, se credevano che la direttrice non capisse o non intuisse quel loro malumore, e a che cosa doveva essere attribuito.
Sempre, Domina era stata di una sensibilit estrema: ella sapeva leggere nell'espressione del volto, nel tono della voce, nei gesti pi o meno sorvegliati; nulla le sfuggiva, o ben poco, di ci che passava nell'anima altrui.  pi che il sentimento e il pensiero, la sensazione.
Tanto pi difficile, quindi, il suo compito di guadagnarsi il pane, sottoposta a dei principali; tanto pi penoso il doverlo fare a contatto col pubblico. Temperamenti squisiti e sensibilit a fior di pelle come quelli di Domina vorrebbero un'occupazione al margine della vita, che permetta pochissimi e superficiali contatti con gente grossolana. Poich nulla sfugge, di ci che gli altri provano, occorre vederli il meno possibile; difendersene con la trincea dell'isolamento, con la protezione dell'arte.
E l'artista, appunto,  fatto della sostanza stessa di cui Domina era fatta; strumento perfettissimo, sensibile ad ogni oscillazione, mutevole ad ogni temperatura. Una vita tranquilla, la pienezza di un lavoro a lei consono, forse avrebbero ammortizzato quell'urto che la realt le procurava.
Avveniva, nella figlia di Cilin e del pittore Marsaglia, un fenomeno di sdoppiamento che fino allora la lotta aperta per il pane quotidiano aveva come attutito. Ora che il pane era assicurato, senso pratico e senso artistico si urtavano, si combattevano, litigavano.
Meno bambina, ella avvertiva ci che fino allora era stata solo una lotta sotterranea. E mentre l'occhio, per le cose belle che le erano intorno, riposava, qualcosa entro di lei piangeva prigioniero.
Pure c'erano moltissimi che dicevano: "Hai avuto una bella fortuna, Domina Marsaglia. Mille lire al mese e un impiego come quello!"
Il clima di serra dei "Fiori del Fuoco", la faceva invidiata, come le piante inverosimili nelle vetrine di lusso.

 2.
Entro il negozio c'era, infatti, un tepore di serra e l'aria rarefatta degli ambienti dove la corrente circola raramente. Anche questo contribuiva all'impressione di "vuoto pneumatico".
- Voi non siete soddisfatta, lo vedo, Domina -- si crucciava l'amico Dan. - In fondo eravate pi contenta quando vendevate ciotoline in Campetto.
- Ma no, non dovete dir questo - protestava la ragazza. - Solamente, tutto  cos diverso! Sono stata portata dall'ombra alla luce. Quando vendevo le ceramiche di Albissola, nessuno sospettava che io esistessi, tranne i miei amici, ed i clienti erano cos rari! Ora tutti mi vedono. Mi pare di essere in continuo spettacolo; un'attrice sul palcoscenico, e il pubblico entra anche solo per vedere, senza comprare. Tanto non si paga nulla. Ci vuole un po' di tempo perch mi abitui a muovermi in vetrina, sotto gli occhi degli altri. Non vi pare? I Contini, del resto, sono contenti di me? S? E allora di che vi preoccupate?
- Mi preoccupo di sapervi felice.
- Felice? - Domina spalanc i suoi occhi di oro bruno, colore dei bei capelli auburn. - Felice vendendo vetri, Dan?
Poi si accorse che stava dicendo in quel momento una cosa scortese per quel suo amico che aveva fatto tanto per lei. E prosegu grave, ma senza alcuna amarezza:
- Voi dite una ben importante parola parlando di "felicit", caro.  una parola da domenica. Per tutti i giorni ce ne sono altre, che servono meglio. Dite serena, dite contenta, dite soddisfatta. Ed io sono tutte e tre queste cose, Dan.
Diceva la verit, o mentiva? Dan ne dubitava, trovandole, in quell'ambiente tanto diverso infatti da quello dove l'aveva vista sempre, un'aria artificiosa. "Domina si stilizza" pensava a volte, osservandola.
E attribuiva quell'aspetto, ch'egli non le conosceva, alle cose e alle persone nuove, intorno a lei. "Le donne sono cos fatte che mutano volto e anima tutte le volte che partecipano ad un clima diverso. Forse perch sono pi vicine alla natura di noi uomini. Sono ancora elementi, e pi facilmente di noi assorbono la peculiarit di quello in cui si muovono. O forse sono attrici, e recitano sempre, mutando veste e viso ad ogni nuova scena".
Ma una volta tanto era ingiusto, almeno in parte.
Quella rigidit inconsueta, nella fanciulla, che la induriva stilizzandola come i vetri fra i quali doveva vivere, non era solo una truccatura istrionica, per via della scena mutata. Era soprattutto il dominio su di s, il controllo ch'ella doveva esercitare, per adeguarsi compiutamente alla parte che le veniva affidata.
Perch era una parte, certo, bisognava riconoscerlo: una parte di una eleganza rara, tutta esteriore, stereotipata, che escludeva ogni profondit. Quand'ella "imboniva" i vasi, le lampade, i paralumi alla clientela, sorriso ed espressione aderivano ad uno stampo, ad un clich invisibile agli altri, ma per lei invece evidentissimo; parole e gesti dovevano rispondere ad uno schema, fisso.
Ma perch il cliente non si avvedesse ch'ella recitava una parte, occorreva uno sforzo non comune, ch alle volte la stanchezza allentava l'arco della volont tesa. E tutto allora si incrinava: voce, gesto, espressione.
C'era, per fortuna, Dan Lucini, valvola di sicurezza per ogni inquietudine e per ogni malcontento. Capitava, quasi sempre, nel pomeriggio - alle due - nell'ora in cui anche i negozi fanno la siesta. Ed il suo: "Tutto bene, Domina?" aggiustava le cose, anche quando non andavano.
Solamente a lui, non certo ai suoi principali, ella confidava quella che era la pi amara esperienza della sua nuova vita: il contatto con la clientela femminile.
- Perch la donna  stata fatta cos graziosa di volto e cos dura di cuore? E perch, quanto pi  ricca, tanto pi si sente in diritto - in dovere, anzi, talmente si assomigliano tutte - di essere scortese?
- E pensate - la consol un giorno Dan - che qui bazzica una clientela scelta e che tutte queste signore sanno, chi pi chi meno, che siete una "signorina". La vostra fama  volata, baccanetta.
- Me ne accorgo - sospir Domina; - ci sono di quelle che fanno fermare apposta la macchina, con una scusa qualunque, per vedermi. E di quelle che entrano senza comprare nulla, e invece di guardare i vetri, guardano me. Ma con che occhi, Dan! Se fossi un vaso, cadrei in pezzi.
- La donna non  cristiana - concludeva Dan, misogino ad intermittenza, e per tutte le donne che non erano Domina: -  una barbara, una bella barbara che sente di vivere solo nella rivalit, e nella lotta per il maschio. Io penso che Cristo non abbia predicato per le donne...
- Ma qui non c' nessun maschio da dividere, mi pare. Ed io non do ombra a nessuno...
- Credete che gli uomini che passano e che entrano non si accorgano che ci siete voi?
Certo, se ne accorgevano. Ma non la infastidivano, E questo non giustificava la mancanza di educazione della clientela femminile.
-  il cuore, ineducato - cercava di convincerlo Domina. - Nessuna ignora come si entra in un salotto: che cosa si dice o non si dice. Come ci si comporta in societ. Il galateo mondano  stato imparato alla perfezione. Ma non saprebbero parlare ad un bambino malato, ad una donna del popolo, ad un artista incompreso, ad una commessa appunto, come credono sia io. Hanno disimparato, o non hanno mai saputo, quella politesse du coeur che  il segno della vera signorilit. Se tutte somigliassero alla seora Ximenes!
Perch c'erano delle eccezioni a quella regola, naturalmente. C'erano le smentite alla legge che Domina generalizzava.
La seora Ximenes era arrivata a Genova durante un lungo viaggio in Europa. Era un'Argentina alta, imponente, vedova di un grande musicista bonearense. Dopo cinque minuti di conversazione, appena entrata nel negozio, si era accerta che Domina non era della stessa stoffa della commessa qualunque, anzi, non era nemmeno una commessa. E dalla gentilezza era passata - in quella sua prima visita e in altre che aveva fatto - alla cordialit. Ora, dalle tappe del suo bel viaggio, che si prolungava in Francia e in Inghilterra, giungevano molto spesso i saluti della seora Ximenes.
E la moglie di uno dei Pareto-Hermanos, grande famiglia italo-uruguayana, con gli uomini che l'accompagnavano? In tutti i Sudamericani, del resto, Domina aveva rilevato una cortesia di tratto ed un entusiasmo per le cose e per le persone d'Italia che commoveva, in contrasto con la cortese freddezza degli Inglesi, con la rudezza dei Germanici, con la fanciullaggine dei Francesi, con la noncuranza dei Nordamericani.
Tutto uno studio di caratteri e di differenziazioni, che nel campo femminile offriva gli esemplari pi vistosi, nel bene e nel male.
- Esperienze. - Dan trovava sempre la parola pacificatrice. - Vi serviranno un giorno. E se non altro vi aiuteranno a formarvi, a dominarvi e a dominare. Domina, di nome e di fatto.
- Vorrei mettervi per cinque minuti a contatto col "Bicchierino di strega".
Era una signora dell'aristocrazia, deforme, ma elegantissima, che entrava in negozio da quattro o cinque volte per settimana, senza comprare nulla, ma per la volutt forse di disprezzare gli oggetti esposti, e di insolentire chi glieli offriva.
Chiedeva a Domina con arroganza, quand'ella le mostrava un bel vaso pagliesco, orlato di corallo - Ma non lo sa che a me il rosso e giallo non piace? - Oppure ordinava qualcosa, che si faceva mandare a casa, e poi telefonava rabbiosa, insistendo che l'oggetto era brutto, che non era quello, che bisognava cambiarlo, e che la signorina non capiva nulla.
Il suo autista, riportando il pacco, aveva sempre un'espressione umile di cane frustato, con l'aria di dire: "Scusatemi, ma non e colpa mia". - "Che pepe! - pensava Domina. - Se ha una cameriera, deve essere una santa". Perci l'aveva soprannominata: "Bicchierino di Strega".
Oppure venivano le torri d'avorio, le donne di cui Domina sentiva sussurrare il nome come di creature travolgenti, per cui gli uomini andavano pazzi. Belle infatti fino all'inverosimiglianza, con occhi frangiati di ciglia ricurve, pelle di raso, corpi racchiusi entro pellicce di valore.
Entravano, chiss, aspettando che giungesse l'ora dell'appuntamento col parrucchiere, o del t, o della sarta. Subito, si capiva che non avevano nessuna voglia di comprare. Lo avessero detto sinceramente, almeno! Le avessero confessato: "Signorina, sono qui fra una corsa e l'altra. Vuole darmi una seggiola e lasciarmi riposare fra queste belle cose?".
No. Cercavano il pretesto e lo creavano complicato. Un vaso, che non esisteva. Una lampada, che non si poteva eseguire. E facevano calare dagli scaffali vetri su vetri; chiedevano se in magazzino non ve ne fossero degli altri; mobilitavano Domina, Giulio, e talvolta Filippo Contini o Dan, quando essi passavano dal negozio.
Malcontente, insistevano ancora scegliendo nei cataloghi. Poi, quando tre quarti d'ora, un'ora erano passati, e Domina estenuata chiedeva eroica ed ostinata: "Ha osservato il vaso verde, signora? Con un paralume opalino non le sembrerebbe un magnifico regalo?", davano un'occhiata all'orologino da polso e si alzavano, guardandosi negli specchi, raccogliendo con gesto lento e studiato la pelliccia intorno al bel corpo indolente. "Vedr. Ripasser. Per oggi non trovo nulla".
E se ne andavano, dimenticando di dire grazie, lasciando Domina fra i vetri da riordinare.
Damin, le rare volte che capitava, se assisteva a quei temporeggiamenti, si impazientiva. "Mandatele via. Devono abituarsi a rispettare il vetro soffiato". Ma guai per lei se lo avesse fatto. Agli occhi dei Contini una certa clientela, anche se passiva, era intoccabile: sia che appartenesse al loro clan, sia che essi avessero altre ragioni, forse commerciali, per non disgustarla.
Giubilavano quando Domina li informava: " venuta la signora "Tale" e diceva il nome della moglie o dell'amica di un grosso industriale. "La Tale? Ha comprato?".
- Nulla. In compenso mi ha fatto "tirar gi" mezzo negozio.
Tab. Non bisognava nemmeno dirlo. Domina se ne ricordava sempre troppo tardi.
Viceversa, se un cliente modesto entrava timidamente, nel "negozio pi bello di Genova" disposto a lasciarvi una cinquantina di lire per un vaso gi visto in vetrina, cos e cos, che acquistava subito, pagava, e portava via senza perdere tempo e senza farne perdere a nessuno, Domina coglieva una espressione di malumore sul volto dei proprietarii.
- Che cosa voleva?
Domina mostrava il bordereau, col totale:
- Peuh! Una miseria.
* * *
Pure c'erano i giorni di grazia, in cui sembrava che una parola d'ordine fosse magicamente passata per la citt.
Erano i giorni in cui la dotazione dei vetri si esauriva rapidamente e rimanevano solo i troppo grandi, o quelli che il pubblico assolutamente non capiva. Sempre per ricorrenze di onomastici, grandi matrimonii, e in occasione di giornate festive.
Dal sotterraneo i vetri salivano portati a braccia da Giulio. Il block delle vendite si riempiva. La vigilia di Natale l'incasso raggiunse le ventimila lire.
I principali raggiavano, riconciliati col vaso di Murano, col negozio e con Domina.
Quelle giornate natalizie! Ora che erano passate come un turbine, e che il negozio si acquetava, trascorso anche l'anno nuovo, in un ritmo pi pacato, Domina si chiedeva come aveva fatto ad uscirne sana e salva.
In previsione delle feste molte altre casse erano giunte da Murano. Chiss i Maestri come avevano lavorato, sapendo che erano destinate a Genova.
Tutti i tipi ormai classici di Damin, cos semplici da parer disadorni e tanto belli sulla sagoma mossa di un mobile antico, su quella rigida del mobile moderno. E ancora molti altri che Domina non conosceva: certe filigrane, certi "lattimi" che non erano stati ripresi da anni. Dei fiori altissimi, a stelo lungo, come amarillidi pallide - i fiori del fuoco - e frutta rigogliose, e prepotenti peperoni, e zucche e melanzane colorate. Tutto ci che richiamava nelle giornate invernali, la tepida laguna com'ella l'aveva lasciata in settembre.
Nulla, o quasi nulla, di quella doviziosa provvista rimase. Perfino i lampadarii, che si vendevano pi difficilmente, si diradarono.
Con le reni fiaccate, con le mani indolenzite, Domina chiedeva solo una cosa: che quel turbine cessasse, e che Natale giungesse, per dormire tutto il giorno.
Dan Lucini la guardava muoversi, seria in quell'eccitazione gioiosa, decisa in mezzo al trambusto, con le mani che reggevano da tre a quattro oggetti alla volta. Gli attravers la mente il pensiero che nemmeno quello era "il suo posto"; che Domina forse era fatta per ben altro che per vendere dei vetri decorativi, e ch'egli era il responsabile se il suo volto era pallido, affilato, gli occhi stanchi, la bocca stirata.
- Domina imbruttisce - osserv in quel momento un collega pittore, il quale la stava guardando come lui.
- No, non diventa brutta. Solo non  un lavoro per una ragazza come quella - lo contraddisse Astuti, il critico d'arte di un giornale milanese.
Ma poich era toscano, e un po' sboccato come tutti i fiorentini:
- Oh, Domina! - la interpell non senza doppio senso, come gli passava vicino con le mani cariche di grandi frutti di vetro. - La venga qui e la ci faccia vedere anche a noi un po' del suo bel frutteto.
La stanchezza, che aveva saturato Domina tutto il giorno, tocc il culmine dell'esasperazione e le innocenti, se pur maliziose parole di Astuti, la fecero traboccare.
- La smetta, se non vuole che le arrivi uno schiaffo.
Era un po' difficile, con le mani cos occupate, ma la grossa parola fu detta ugualmente, prima ancora che la ragazza potesse pentirsene e fermarla.
Il giornalista arross e mormor qualcosa che Domina non intese. Pure, per una volta tanto, Astuti aveva parlato spinto dalla compassione di quella ragazza "fuori posto", e dalla generosit di porgerle un rampino, perch'ella si raccostasse al "suo mondo", che era quello degli artista e degli intellettuali.
Pi tardi, passato il Natale, la piccola vertenza fra i due fu appianata, ed Astuti giustific il suo pensiero, che era in fondo assai gentile. La cosa fin in una risata. Ma a Domina, delle giornate natalizie, era rimasta l'impressione di un'immensa fatica.
Le settimane passavano; il negozio, cos affacciato sulla strada e salutato dal sole, appariva come una enorme meridiana: una clessidra di cristallo che segnava le ore, le settimane, i mesi.
Ella osservava, sulla strada, il passaggio delle stagioni mutare fisonomia alle case ed ai negozii, pi ancora alle persone. E come in inverno la gente si ricopre, si nasconde entro la pelliccia e la lana, anche le case, anche i negozii davano l'impressione di chiuso, di caldo, di tepore. Poi giunsero le giornate ventose e tutto in Via Roma fu secco, gelato, crepitante: il selciato pulitissimo, spazzato dal vento, i vetri quasi pi tersi, i legni delle porte, delle vetrine, scricchiolanti.
Poi venne la fine di marzo col primo tepore: la porta aperta, nell'ora di mezzogiorno. Signore che passavano, negli abiti a giacca, con cappellini freschi, e fiori, veri, appuntati sulla volpe negligentemente appesa alla spalla. Il sole batteva in pieno sulla vetrina, iridandola, e irradiava una luce d'oro sulle pareti giallo chiaro, con una festosit che parlava di primavera imminente. Che importava se in fondo la penombra non si diradava e se, gi, il sotterraneo stillava acqua come una grotta? La soglia era piena di luce.
Il primo d'aprile il negozio fu invaso da pesciolini rossi, che "I Fiori del Fuoco" vendeva entro certe coppe, iridate, bellissime, guarnite di un nastro e di un fiore. Annuncio di primavera, che piacque enormemente alla clientela. Domina vedeva fermarsi prima, quasi sempre, i bambini: "Mammina, i pesciolini!" E, dopo un poco la signora entrava, e il bambino andava via stringendo fra le mani la coppa colma e fiorita.
Domina, in quell'atmosfera d'acquario, si paragonava talvolta ai pesciolini, di cui qualcuno rimase a compire i vasi panciuti.
Si muovevano lenti e guardinghi entro la massa liquida, si annusavano e battevano il muso contro le pareti, ingannati dalla trasparenza. Diventavano, quando erano da molto in negozio, sempre pi rosei, sempre pi pallidi. Nulla mancava loro: acqua sempre freschissima, pane, e c'era qualche dilettante ittiologo che dava precise spiegazioni in proposito, seguite scrupolosamente da Domina.
Eppure non resistevano, morivano in quella tomba sontuosa, che era un vetro soffiato muranese.
Perch? Non era l'acqua il loro elemento?
E non erano l'arte, il lavoro, l'elemento di Domina? Perch il "guadagnarsi la vita", ch'era stato l'orgoglio della sua esistenza, non bastava pi? Perch il toccare cose belle, il disporre d'un ambiente armonioso, l'impregnarlo un poco di s, non le dava pi gioia? Perch quell'amarezza, come di un bene perduto, cui ella non sapeva dare n un volto, n un nome? Perch, sempre pi, quell'insofferenza della mentalit piatta, della gente mediocre che la circondava? Perch quel sentirsi nettamente spostata, mentre tanti invece dicevano, appagandosi dell'apparenza: "Oh, ecco finalmente un posto per lei!"?
Forse anche i pesci rossi, nell'enorme pancia dei vetri, si ponevano di quei perch. E quel loro scontrarsi continuo, come a dirsi qualcosa, era forse l'irrequietudine di una interrogazione, che non otteneva risposta. "Mi vedono? - si chiedeva Domina con fanciulleschi pensieri, ponendo il volto a immediato contatto del vaso. - Ecco, si precipitano verso di me".
Infatti nettissimo il muso di un pesciolino avanzava, le pinne palpitavano.
"Ora creder di annegare nei miei occhi. Oppure che le ciglia sono alghe, nelle quali ha paura di impigliarsi".
Tornava infatti indietro, spaurito.
"O forse sono cos grande per loro che nemmeno mi vedono?". Allora guardava alla vetrina, pesciolino prigioniero, d'oro e rosso anche lei, sempre pi pallido, sempre pi anemico, per vedere se fuori non ci fosse per caso qualcuno che la spiasse e la guardasse, com'ella guardava i pesci.
Anche lei viveva una stranissima vita irreale, urtando contro le pareti che la chiudevano, come essi urtavano contro il vetro che non vedevano.
"Qui respiro au ralenti".
Doveva infatti, un pochino, muoversi col rallentatore, come le grottesche riprese cinematografiche che scompongono i movimenti in gesti lentissimi.
Non si poteva, in quella scatola di vetro, spostarsi altrimenti che cos, senza pericolo di rompere qualcosa.
Gesto e passo, tutto studiato, da "dogaressa che non ha mai furia".
Il paragone della dogaressa lo doveva ad uno dei suoi adoratori.
I quali adoratori per, dopo la faccenda del giornalista, si arrischiavano intorno a lei con ammirazione sempre un po' guardinga.

 3.
Erano gi passati otto mesi, dal giorno in cui Dan, come un fidanzato timido porta il primo omaggio di fiori alla sua promessa, era arrivato alla "Fornace" con la proposta del nuovo impiego.
Alcune cose erano mutate intorno a Domina. Moltissime dentro di lei.
La gioia fanciullesca di assaggiare il sapore nuovo di ogni frutto che la vita le porgeva era stata cancellata, non solo dalle tante domande che in lei non avevano trovato risposta, ma dalla stessa realt, in contrasto con quella sognata.
Una mattina, Dario Contini le aveva telefonato: "Oggi, alle due, affidi se pu il negozio a Giulio e venga da me in istudio. Ho bisogno di parlarle".
Domina pens che egli avesse da comunicarle qualcosa che riguardava i vetri, e che non potendo venire in Via Roma, egli trovasse pi comodo farla passare dallo scagno di Ponte Reale.
Dario Contini veniva in negozio meno assiduamente del fratello, sempre in ballo ad ogni ora del giorno.
Dalle prime parole il colloquio si deline ben diverso di come Domina lo aveva immaginato.
Dario Contini era un uomo riservato, di poche parole, assai pi fine del fratello. Sempre aveva avuto, nei riguardi di Domina, un atteggiamento non scevro di considerazione. E Domina spesso aveva rimpianto di non averlo maggiormente vicino, al posto dell'intemperante Filippo, che a tutto riusciva fuorch a far procedere con calma un lavoro iniziato.
- Ho da lamentarmi di lei, signorina - inizi senz'altro il principale, dopo averle indicato poltrona di cuoio.
Domina credette che egli scherzasse.
- Di me, signor Contini?
- S, e ci che pi mi duole, per reclami avuti sul suo contegno, in negozio.
Domina equivoc. Arross stupita, pensando nello stesso tempo che cosa poteva aver provocato quel rimprovero; quale civetteria sua, di cui non aveva la minima idea, dava adito all'accusa.
- Ma io sono serissima, signor Contini.
- Non l'ho mai messo in dubbio, signorina. E non si tratta di condotta morale - (oh, meno male!). - Ma le nostre clienti si lagnano che ella non sia con loro perfettamente cortese.
- Non  possibile! - protest Domina. - Anche se, personalmente, ho trovato qualche cliente un po' troppo... pesante - ( un eufemismo, pens Domina, ma lo capir), - non l'ho mai fatto capire. Alla cliente, poi!
- Ella lo ha fatto capire a noi, molto spesso.
-  vero - ammise Domina; - credevo che ci potesse essere una certa confidenza fra i principali e la dipendente. E poi, l'ho detto anche a Dan. Ma ad altri no.
- Si vede che il suo volto parlava, allora, invece delle sue parole. Oppure ella non si  sentita bene qualche volta, forse, ed ha lasciato trasparire un certo nervosismo, che  molto dispiaciuto ad alcune nostre clienti.
- Potrei sapere il nome di queste signore? - chiese Domina, cercando di addolcire la voce che le tremava di indignazione.
- Oh, no. Le basti il fatto che me ne hanno parlato.
- Ma io ho pur diritto di difendermi - protest la ragazza. - Ho sempre fatto il mio dovere; ho sopportato delle umiliazioni immeritate; ho cercato di essere cortese, carina, sorridente, anche quando ne avevo poca voglia. Ho servito. Ho venduto per una cifra superiore a quella preventivata. Non  forse vero, signor Contini? Perch ora mi si lancia un'accusa che sento in coscienza di non meritare?
- La signora Valli si lamenta che la nostra commessa non le apra la porta, quando entra e quando esce.
- Infatti, non l'ho mai fatto per nessuna - osserv Domina. - Solo per la vecchia marchesa Giustiniani, che ho accompagnata all'automobile, perch non si regge in piedi. Per le altre no. Non si fa. Non si usa, signor Contini.
Lo disse con una certa altezzosit, che lo indispose.
- Si vede che la signora Valli ci  abituata. Perch non l'ha accontentata?
- Perch non me l'ha chiesto? - replic lei. - Per compiacere una cliente che me lo chiedeva, lo avrei fatto.  il mio dovere di procurare che tutti debbano uscire dal negozio soddisfatti. Ma io, signor Contini, quando entro negli altri negozii non chiedo che le commesse si precipitino per aprirmi e chiudermi la porta. Ho le mani, io, e me ne servo.
"E poi, signor Contini, giacch ci siamo - soggiunse: - lei dimentica che io non sono la commessa de "I Fiori del Fuoco".
- Che cosa  dunque?
- La Direttrice, credo, Il mio contratto di lavoro parla chiaro. E la Direttrice ha molte altre cose da fare, in negozio, ben pi importanti che aprire e chiudere la porta alle signore. Lei avrebbe potuto rammentarlo alla cliente che si  lamentata della sua "commessa".
- Ma io, cara signorina, fra lei ed una cliente, dar sempre ragione alla cliente. Non solo - Contini si riscaldava - trovo perfettamente ridicole, ri-di-co-le, intende, tutte le arie che lei si d. Direttrice? - E proruppe in una volgare risata. - Ma noi la paghiamo, cara mia, la paghiamo in sacrosanto denaro...
- Ed io li servo, infatti - fece Domina, con la voce stenta degli umili, quando sono pagati. - Eppure Dan...
Voleva dire: Dan vi deve aver detto ch'io non sono "una qualunque". Dan vi avr parlato di me, come donna e come artista. Dan certo ha ricordato, quando mi avete assunta, il nome di mio padre, che  quello di un vero, di un grande pittore".
Ma quel nome "Dan", fu come il panno scarlatto agitato davanti agli occhi del toro impazzito, ed ebbe il potere di far perdere a Dario Contini ogni ritegno.
- Ah, parliamone, dell'amico Dan! Ma che cosa si crede, lei, che per amore di un "morto di fame" (disse proprio cos - morto di fame - di uno dei suoi amici migliori) io tolleri pi oltre una situazione simile? Le ripeto che noi paghiamo e che intendiamo essere "serviti" sissignora, "serviti". Artisti! Artista! - sbuffava, andando su e gi per la camera. - Tutto fumo e niente arrosto.
- Ma io lavoro, signor Dario. Non vi  nulla in negozio che io mi sia rifiutata di fare. Ho lucidato i pavimenti, quando Giulio non c'era. Spolvero io, lei lo sa, tutti i giorni. E tengo in ordine la corrispondenza. E scrivo a macchina. Che cosa si vuole di pi da me?
- Meno arie - fu la brutale risposta. - Meno arie "da signora". Ricordarsi che le signore sono "le altre".
- No, le altre hanno i soldi, ma non sono signore - fu la sommessa ma ferma risposta. - Pure, perch ho bisogno del suo denaro, signor Contini, cercher di ricordarlo. Solamente, credevo che aprendo un negozio, voi aveste cercato di me appunto perch ero "una signora".
Si alz, con quel nodo alla gola che non doveva sciogliersi, finch ella non fosse stata sola.
A Dario Contini la gran stizza era gi passata: ora si risolveva in magri pretesti, per non mandar via la signorina sotto l'impressione di quella intemerata.
Non era cattivo. Ma facilmente suggestionabile. Nello scatto che lo aveva fatto deviare dalla linea consueta, Domina riconosceva la mano del fratello.
- Siamo intesi, dunque - diceva la voce, gi pi cordiale, di lui. - Cerchi di rammentarsi che la cliente ha sempre ragione... anche quando ha torto. Anzi, soprattutto quando ha torto. Ah, perch non ci sono anche da noi quelle "Scuole per Commesse", che ho visto in Germania?
"E perch non ci sono quelle "Scuole per le Clienti" di cui ci sarebbe tanto bisogno?" era tentata di chiedergli Domina.
Ma a che serviva discutere? Il signor Filippo gli aveva abilmente suggerito il pretesto, e nulla ormai valeva a smuoverlo da quell'idea: Domina lo conosceva. Per sempre, qualunque cosa avesse fatta, ella era colei "che non sa fare con le clienti".
A che protestare? Portargli le prove del suo errore, le testimonianze di coloro ch'ella attirava, con la cortesia, con l'intelligenza, con la pazienza? Rispondergli, com'ella avrebbe voluto, che non era un automa, ma una creatura dotata di raziocinio, e che se non fosse bastata la sua educazione, il buon senso le avrebbe suggerito la condotta di colui che vende, verso colui che compra? A priori, la sua difesa era infirmata. Nulla da fare.
Si dava "delle arie"! Studi quale poteva essere, delle clienti, colei che aveva messo in giro quella sciocca voce. Darsi "delle arie", e di che? Di essere "nata bene", o di vendere i vetri?
Pens come, per certa gente, la riservatezza, la educazione, l'indipendenza di carattere, siano difetti piuttosto che tante qualit. Ma avrebbe dovuto, da quando era rimasta orfana, mendicare di porta in porta, chiedere l'aiuto di quelli che avevano conosciuto suo padre, sbandierare la sua povert, perch gli altri avessero il piacere di soccorrerla. Aveva fatto invece il suo cammino, solo aiutata da mani fraterne. Sempre aveva mantenuto quella linea di dignit personale, senza la quale la vita le sembrava indegna di essere vissuta. Aveva pianto, di nascosto. Aveva lavorato, senza ostentare il denaro che il lavoro le procurava. A chi dava fastidio, dunque?
Si dava "delle arie"! Ecco il suo peccato.
Decise di non dire nulla a Dan. Era anche troppo, se egli si accorgeva che qualcosa non andava. Gi aveva subodorato il malumore dei due fratelli, ma non era stato necessario, e sarebbe stato ingeneroso, partecipargli l'incidente di quel giorno.
Mai pi, certo, egli avrebbe supposto come il dissidio fosse profondo, e l'incomprensione quasi assoluta, fra i suoi amici e la sua protetta.
Ci che maggiormente stupiva Domina, oltre tutto, era che essi non tenessero nessun conto della somma di lavoro ch'ella sbrigava, da sola, e della cifra ingente che questo lavoro rappresentava.
La pagavano,  vero; ma tutte le vendite che ella aveva realizzato, non contavano dunque nulla? Erano sicuri che, con una commessa vera e propria, la ditta si sarebbe affermata come aveva fatto?
" questione di puntiglio - pens Domina. - Se mi piegassi a far dello zelo col signor Filippo, se mi uniformassi al suo estro confusionario, sono certa che tutto andrebbe benissimo, e che Dario Contini non si varrebbe pi di questo pretesto delle clienti. Ebbene, giacch ci sono, e debbo pur vivere, mi ci prover. Prover ad essere la commessa. Nulla di pi. Diventer incolore, amorfa, senza volont. Cera nelle loro mani. Vedremo se questa tattica  quella giusta".
* * *
I clienti pi interessanti, per Domina che era donna, erano naturalmente gli uomini. Esulava, questo interessamento, da ogni idea convenzionale di conquista e preconcetta di flirt. Gli uomini che entravano in negozio erano per lei quasi tanti esemplari di una fauna, di cui era piacevole studiare le caratteristiche.
C'era l'"Americano che rompe tutto", un bel pezzo d'uomo, alto di statura e largo di spalle, il quale ogni quindici giorni faceva una capatina in Via Roma, per acquistare uno di quei vasi da pesci, specialit del muranese Ferro.
Quanti ne aveva comprati? I cocci, da soli, dovevano formare una montagnola.
- Vaso da pesci, Mr. Denver? - chiedeva Domina, non appena lo vedeva aprire la porta ed entrare, con quel suo passo energico, sventagliato entro i larghi calzoni.
- Oh, yes! - rideva largamente lui, esilarato, pi che dalla cosa in se stessa, dall'espressione della venditrice.
E ripeteva con la sua grossa voce:
- Vaso da Pesci.
- Rotto?
- Rotto. Cameriere. Lui non guarda. Vaso in terra. Lui cammina sopra.
- Sopra, Mr. Denver?
- Veramente, sopra. Tutto bagnato.
- Ma tutte le volte, Mr. Denver?
- Tutte le volte.
-  un cameriere pericoloso. Bisogna mandarlo via.
- Oh, poor! Lui quattro bambini. Moglie, quinto bambino nella nurser del cielo. - (L'immagine di quel nascituro, che aspettava di venir gi dalla celeste camera dei bambini, era graziosissima). - Non si pu mandar via. E poi, bravo, bravo. Solo difetto, rompere.
Si faceva calare le giare di vetro pesantissimo, gli orciuoli enormi, e pi erano grandi e capaci, pi giubilava.
- Grosso! Questo dura molto.
- Speriamo, Mr. Denver.
- Mandare mia villa. Ultimo. Non compero pi. Goodbye, signorina Marsaglia.
- Goodbye, Mr. Denver.
Giulio portava, imballato, il grosso vaso fino alla villa di Quarto, che descriveva come una reggia, con acque interne zampillanti, "da cinematografo", concludeva convinto. E ogni volta, gli apriva la porta lo sciagurato responsabile di tutte quelle rotture, che doveva avere una questione personale col vetro soffiato. Poi, dopo qualche settimana, ecco di nuovo Mr. Denver.
- Vaso da pesci.
- Rotto?
- Rotto. Cameriere. Lui cammina sopra.
Un tipo rarissimo era l'inglese che svernava a Portofino, e che capitava a Genova, inappuntabile, con una sportina di raffia al braccio, come una brava massaia.
C' una voce della razza che non si smentisce. Domina lo fiut subito, la prima volta. "Scrittore o giornalista", pens. Era infatti un poeta, un poeta d'avanguardia, che aveva conosciuto Katherine Mansfield e molto vissuto nel suo entourage. Da anni passava in Italia ogni inverno.
Si spieg assai bene, in inglese ed in italiano.
- Portofino. A little home, e molti ulivi grigi. Cari amici, for weekend. Vino italiano buono. But we have no glasses.
- Noi abbiamo dei servizi completi. Vuole vederli?
- No. Non occorre servizi. Only some glass, miss.
- Ma possiamo vendere anche solo quelli. E di tutte le forme. Che colore desidera?
- Purple. Violet. Il viola as the sky when the sun is gone. A strange sophisticafed colour. Forse voi non l'avete.
- Vediamo, signore.
Gli mise davanti in fila un campionario dei viola, che Seguso a Murano componeva, dal lilla chiarissimo all'ametista, al viola porpora; dalla gradazione che aveva la freschezza del glicine a quella che rammentava i petali di velluto della pense.
- Beautiful. Posso guardare?
- Prego, sir.
Li spost pi in l, sul piano della tavola "refettorio". E ci si sedette di contro, appollaiato sullo sgabello. La luce li attraversava, illuminando anche il calice, dentro, con strane trasparenze.
Domina, intanto, si occupava d'altro.
Dopo un quarto d'ora gli gironz d'attorno, per vedere se aveva scelto. Nulla. La contemplazione durava. Che cosa ci vedeva dentro, di diverso da ci che gli occhi di tutti osservavano? Pareva preso dall'occupazione pi importante della sua vita.
Altro quarto d'ora. Altro giretto di Domina. Niente. Sognava, quasi in ginocchio davanti ai vetri. Ogni tanto spostava un bicchiere, lo guardava di sotto in su, lo mirava in trasparenza. Ma pareva non avesse nessuna intenzione di smetterla.
Finalmente, dopo pi di una mezz'ora, si decise:
- Questo va molto bene.
E Domina immagin che l'arte di quel poeta penetrasse in profondit, come il passo elicoidale della vite.
Che cosa avrebbe fatto una commessa, senza l'intelligenza che d la comprensione, di fronte ad un simile cliente, che ordinava dodici bicchieri e faceva perdere quasi tre quarti d'ora di tempo? I Contini, evidentemente, non calcolavano come l'imponderabile entrasse a far parte del bagaglio indispensabile ad una venditrice: la simpatia, che non si misura a metro e non si pesa a chilo.
La giornata, in un negozio di lusso, fatto per la clientela d'eccezione,  quasi tutta composta di piccoli episodii come quello. Ma nessuno di coloro che simpatizzavano con Domina, e trovavano la bottega attraente anche per il fatto che era gestita da lei, si formalizzava se, occupata ad impacchettare gli acquisti o a registrare la vendita, ella non apriva e non chiudeva la porta. Nessuno pensava che ella fosse scortese o poco premurosa. La consideravano un poco sullo stesso piede di loro: una padrona di casa gentile, con la quale era piacevole scegliere delle belle cose insieme, e parlare d'arte. Nessuno diceva: " pagata per fare questo". Ma anche pensandolo, non la vedeva diminuita.
Domina se ne convinse il giorno in cui Madame Herriot in persona, fra una bordata e l'altra del suo "otto metri", venne ad acquistare un servizio per cocktail. Chiusa nella giacca da marina turchino cupo, col berretto a visiera incerata sui capelli corti, Madame Herriot poteva sembrare a tutta prima una virago. Ma i modi, la voce, i capelli biondi, erano di donna, e di donna femminilmente completa.
Quando Domina le domand: "Mi permette, signora, di chiederle se lei  Madame Herriot?", colei che chiamano la "bella ammiraglia", ebbe un sorriso cordialissimo, festoso:
- Vous me connaissez?
- Chi non la conosce? - replic Domina, - Tutta Genova ha seguto il volo della sua Aile. Noi donne in special modo.
- Volete vedere il mio battello?
Domina, occupatissima, dovette declinare l'invito.
- Verrete allora con me la prossima volta che verr a Genova - insist gentilmente la signora. - Perch a Genova ci torno, l'anno prossimo.
Invece, quando torn, puntuale e memore, Domina a "I Fiori del Fuoco" non c'era pi. E quando giunse la notizia che Madame Herriot era morta, Domina ebbe pi acuto il rimpianto per quella visita perduta.
"Si vede che sono fatta per piacere agli stranieri", si consolava magramente la fanciulla.
La verit era un'altra: che gli stranieri sono abituati al contatto, nei negozii, nelle sale da t, negli istituti di bellezza, con fanciulle e con donne educatissime, le quali si guadagnano la vita nel modo che a loro meglio piace. Domina rammentava molte cameriere di Monaco di Baviera e della Svizzera. Le venditrici di Losanna. Una masseuse olandese, che aveva conosciuto. Diverse indossatrici parigine.
Paragonava la considerazione che esse godevano, con la scarsa reputazione che hanno da noi le lavoratrici: impiegate comprese. " questione di abitudine - si consolava; - presto ci arriveremo anche noi".
Pure, da quando Dario Contini le aveva somministrato quel rimbrotto ella viveva in una sospettosa condizione di allarme. Mentre prima si muoveva con indipendenza, e senza secondi fini, oggi che era prevenuta si sorvegliava anche troppo. Aveva sempre paura di sbagliare. Premura di strafare. La consueta gentilezza ad un tratto le appariva troppo fredda e troppo compassata. Appena intavolava un discorso un poco pi intelligente, lo troncava, pensando: "Diranno che mi do delle arie". Finiva col perdere ogni personalit per la paura di averne una decisa.
Soprattutto se Dario, o Filippo, o tutti e due insieme, erano in negozio con lei, l'ansiet l'ossessionava, l'incertezza la istupidiva. Ella vedeva quei loro occhi spietati fissi ad ogni suo gesto; se parlava con un cliente li sapeva pronti a cogliere, a sorvegliare ogni sua parola. Tutto in lei era vagliato, pesato, sondato; non c'era errore, per quanto piccolo, ch'essi non decifrassero; ma non c'era nemmeno successo che le riconoscessero.
Era pagata per questo. Tutto passava in seconda linea, di fronte al fatto innegabile, materiale, che la schiacciava. Ci che avrebbe dovuto suscitare il loro rispetto di uomini, di fronte ad una donna coraggiosa e sola, era invece causa di dispregio: si guadagnava la vita ed essi la pagavano per il lavoro che compieva.
C'erano dei momenti in cui quel contegno portava Domina alla esasperazione: il pensiero che ella doveva tutto sopportare, perch dipendeva da loro, la umiliava fino alle lacrime. Ma ce n'erano altri in cui la parte migliore di s, non soffocata, non ancora morta, si vendicava e le dettava parole di orgoglio.
"Ma non capisci - diceva la Domina vera - Domina Marsaglia - all'umile commessa - ma non senti che sei di un'altra razza, tu? Che sei dei "morti di fame", come Dan? Anche tuo padre era un morto di fame. Ti pagano? E con questo? Comprano otto ore della tua giornata, un po' di giovinezza, un po' di bellezza, una parte della tua intelligenza. Ma tu, Domina, tu non sei morta. Ma s, apri la porta alle care signore che si lamentano perch tu non strisci davanti a loro le tue pi umili riverenze. Ti tolgono forse una sola delle possibilit che battono in te le loro ali? Ti piegano forse a diventare una piccola mercante? Ti precludono forse la ricchezza che finora  stata tua: di intendere, di amare, di comunicare con la bellezza? La vita passa, tu dici e non hai "fatto nulla". Hai vissuto, Domina; ricordati ci che dicevi un giorno, che gi vivere pu essere un'opera d'arte. Sei ancora giovane. Ed hai tutta l'esistenza davanti a te. Perch permetti che i Contini, gente di un'altra razza, la contaminino col loro denaro? Ne hai bisogno? Accettalo. Ma non fartene schiava, pi di quello che tu sia. La tua vita, Domina, non finisce qui".

 4..
- Cara signorina, mia moglie ha fatto fermare la macchina apposta, perch vorrebbe sapere come si chiamano quei fiori cos strambi, in vetrina.
- Non lo so - ammise la ragazza. - Io li chiamo peperoncini rossi.
- Anche quando sono gialli?
- Gi... peperoncini rossi e gialli. Piacciono alla signora?
- Molto. Ora la faccio scendere, cos li vede da vicino.
Da una macchina l fuori, lussuosissima, il viso della signora Flores ammiccava e sorrideva, angelico.
Era una delle pi fedeli clienti di Domina: una signora giovanissima, moglie di un banchiere, la quale era stata colpita da paralisi in viaggio di nozze, ed era immobilizzata alle gambe. Il marito, che l'adorava, non l'abbandonava un istante nelle ore in cui era libero. Padre pi che amante, e giovane anche lui.
Sorretta dal marito e dall'infermiera, Rosita Flores entr in negozio mentre Domina spalancava la porta. Dalle ginocchia in su, la giovine donna era normale, sviluppata in armoniose forme; ma le gambe perdute, chiuse entro apparecchi ortopedici, erano flosce e gi rattrappite.
Il volto di Rosita Flores! Visto solo un istante non lo si dimenticava pi. Un fiore, una camelia appena rosata, con dolci capelli bruni morbidi e ondulati, con occhi fanciulleschi, chiari, con una bocca splendida.
E l'espressione di quel volto era quella di un angelo, cui la caduta avesse tarpato le ali. Chiusa nella prigione umana, faceva pensare che da un momento all'altro ella potesse involarsi, lasciando a terra l'involucro terreno che la faceva soffrire. E tutto in lei era armonia con quel volto: la cara voce infantile, i modi squisiti, il capriccio fanciullesco, nemmeno una volta meschino o ostinato. Si capiva, guardandola ed ancor pi ascoltandola, come mai il giovane marito non si fosse staccato da lei, e perch infermiera, autista, servit, l'adorassero come una madonna.
Fra il marito che la voleva sempre abbigliata in maniera perfetta: che la teneva al corrente di mode, di teatro, di libri; che le faceva compagnia nelle brevi gite in macchina; che le portava a casa i fiori pi belli, gli oggetti pi moderni.
Ora si era incapricciata dei "Fiori del Fuoco", e un poco anche di Domina. Diceva di lei candidamente, senza nessuna gelosia: "Che straordinaria creatura! Guarda, Gianni, non ho mai visto delle gambe cos belle" e sollevava un poco l'orlo della veste della fanciulla, perch egli ammirasse le gambe snelle, veloci, ch'ella non aveva pi.
- Mi sono innamorata dei suoi fiori, signorina - diceva ora la dolce, capricciosa voce. - Posso vederli da vicino?
Si era allentata la pelliccia intorno al collo - portava ancora la pelliccia, bench aprile fosse inoltrato - e sotto era apparso un abitino delizioso, un modello, scelto sicuramente da lui.
- Come son belli! - Le mani magrissime, dalle falangi tenui come ossicini, accarezzavano i fiori insieme col vaso; pi che fiori, bacche, accese di colore, come piccoli kaki un po' oblunghi sullo stelo nudo, verde-grigio. A Genova si vedevano per la prima volta.
- Belli e strani, non  vero, signora? Me li ha portati un giardiniere di Nervi. Sono i primi, che  riuscito ad ottenere. Dice che sono rarissimi.
- E non sa come si chiamano? Vedi, Gianni, si potrebbe scrivere a Winifred di farci avere i semi da Parigi. Perch anche a Parigi li ho visti, signorina Domina. Ti ricordi, Gianni?
Infatti. In viaggio di nozze. Un'ombra grigia pass sul volto di lui. Ma in lei tutto rimase terso, luminoso, sereno. Domina non sapeva se per una sublime rassegnazione, o per una invidiabile incoscienza.
- Mi piacerebbe tanto seminarli nel nostro giardino. Perch ho un giardino, signorina. Non  vero, Gianni?
Sempre il nome amato ritornava su quelle labbra, pronunciato dalla voce cantante.
- Un giardino da cui si vede il mare, a Pegli.  molto bello: ci sono tanti fiori. Ma questi no. Che peccato!
Sospir come una bambina che non pu ottenere il giocattolo desiderato. E tutto in lei era teso verso il nuovo gioco, verso i fiori agognati. Le piccole mani, il soave volto, la voce: tutto era goloso desiderio.
La ragazza "che aveva delle gambe cos belle" esit un attimo, poi si decise:
- Ma io posso darle un ramo di questi fiori, signora. Uno solo, per, di pi non posso.
- Davvero, signorina? Hai sentito, Gianni?
Guard con felicit bambina togliere con cura, dal vaso, il ramicello prezioso.
- Rossi o gialli, signora?
- Rossi.  un colore che mi fa compagnia, quando Gianni non c'. Ed ora ci vuole un bel vaso per portarli via. Un bellissimo vaso; non ti pare, Gianni caro?
Con indulgenza, come si sorride ad una bimba, Gianni approv:
- Certo, un vaso molto bello. E lo sceglier la signorina.
- S, s. Cos avremo di lei un doppio ricordo: il vaso nel nostro salotto e, quando avremo raccolto i semi, i fiori nel nostro giardino.
Domina, che le parole ricompensavano ad usura del piccolo gesto, volle allora scegliere il pi bello, per lei, dei vasi muranesi. Era un vetro a collo stretto; ametista iridato, non troppo alto: una piccola cosa perfetta, classica, quasi liquida nella sua trasparente fragilit.
- Questo - disse, posandolo accanto ai fiori.
Naturalmente, ebbe riguardo che il prezzo non fosse alto, non perch i Flores non potessero spendere - erano milionarii, - ma perch sarebbe stato indelicato far loro pagare, sotto quella forma, l'omaggio di un fiore.
- Sono proprio felice - mormor Rosita Flores. mentre si avviava alla porta, sorretta questa volta dall'infermiera e da Domina. - Non dimenticher mai, signorina, che devo a lei questa piccola gioia. Posso baciarla?
La baci cos, sulla soglia del negozio, con quella spontaneit che era una grazia di pi aggiunta al suo fascino. Anche Gianni Flores la ringrazi stringendole la mano. E ancora la bella creatura le fece gentilmente "addio" con la mano, dietro i vetri dell'automobile, mentre la macchina se ne andava.
- Amici suoi, signorina? - La voce di Filippo Contini, che era entrato dalla porticina retrostante, la richiam in negozio.
- Oh, no... sono i signori Flores.
- Flores, il banchiere! Ha fatto acquisti? - Gi la voce di Contini aveva perduto ogni freddezza.
- S, un piccolo vaso.
Contini guard la cifra, esigua davvero, e fece una smorfia.
- Ma veramente non erano entrati per acquistare - li scus Domina.
- E per che fare, allora?
- La signora aveva visto quei rami di peperoncini, in vetrina. Li ha tanto ammirati, ch'io mi sono permessa di regalargliene uno.
L'espressione delle ore cattive pass come un'onda sul viso aspro del principale.
- E chi l'ha autorizzata a fare dei regali di questo genere?
- Nessuno, signor Contini. Ma la signora  una buonissima cliente...
- Si vede! - interruppe lui, ironicamente.
Senza ascoltarlo Domina prosegu:
- ... una donna molto malata, infinitamente gentile, e aveva l'aria di desiderare tanto quei fiori, che non ho potuto resistere.
- Lei fa dei sentimentalismi. Lei sa che noi li abbiamo pagati molto cari.
- Infatti, lo so. Ma la signora in compenso ha comprato un vaso.
- Quaranta lire! -proruppe lui. - Quaranta lire ha speso la signora Flores, milionaria, per pagarsi il capriccio di un fiore che le piaceva! E lei  stata tanto stupida, s, stupida, da lasciarsi compensare con quella cifra ridicola. Quaranta lire! Cento, duecento lire doveva spendere un Flores, per accontentare la moglie paralitica!
La nausea, il disprezzo, pi che non l'offesa ricevuta in pieno, come uno schiaffo, facevano tremare Domina. Pure si vinse, convinta come era che mai Contini avrebbe capito.
- Se lei crede, signor Contini, io posso considerare il dono fatto alla signora Flores come un mio dono personale. Dal prezzo pagato per quei fiori, ella dedurr la mia parte: va bene?
Fu ancor pi irritato di sentirla signora anche in quello.
- Non  il fatto in se stesso, lei lo dovrebbe capire benissimo.  di vedere che si  lasciata sfuggire ancora una volta un'ottima occasione per realizzare qualche buona vendita.
- Allora le dir che non mi sono "lasciata sfuggire"  un'occasione. L'ho evitata io, volontariamente.
- Lei?!
- S. Il signor Flores ha voluto un vaso per portare via i fiori, e l'ha fatto scegliere da me. Sono io che ho scelto il "veronese" lilla.
- Da quaranta lire...
- Da quaranta lire.
- Ma sa che  enorme quello che lei ha fatto? - esager Contini. - Che  contrario agli interessi della ditta? Che per un fatto simile mio fratello ed io...
- Potrebbero licenziarmi, per aver mancato ai miei doveri? Si sbaglia, signor Contini. Io posso provare che i signori Flores sono entrati, qui dentro, dozzine di volte, e che hanno acquistato degli oggetti per far piacere a me. E come loro molti altri.
- Crede?
-  cos.
Non volle pi discutere. Sapeva che Filippo Contini di quell'episodio avrebbe fatto un casus belli e, chiss, fors'anche un motivo di licenziamento per quanto futile fosse. Non era la prima volta che la minaccia di una rottura di contratto le veniva sventagliata davanti, per intimorirla e per ammutolirla.
Oggi era stanca. Se i fratelli Contini volevano giungere a quello - disgustarla tanto da far s che se ne andasse - niente avrebbe giovato. Essi avrebbero finito col trovare un giorno o l'altro un pretesto buono. Od anche nessun pretesto. Il contratto di lavoro era a tempo indeterminato: col preavviso di due mesi, ella poteva essere messa fuori quando a loro piacesse. Nulla da fare.
Ma come si dimostravano sciocchi, dopo tutto! Avevano voluto una collaboratrice; qualcuno che fosse educato, che si intendesse di arte, ed avevano trovato lei, entusiasta dei vetri, innamorata del negozio come se fosse la sua casa, che si era creata intorno tutta una rete di simpatie, di clienti affezionati.
Ed ecco, bastava un fatto come quello, un fiore regalato ad una signora la quale aveva lasciato in ditta centinaia di lire in pochi mesi, per indisporli, per indispettirli. Sciocchi! Si lamentavano per le quaranta lire dei Flores e non pensavano che valeva di pi il gesto di Domina, per attirarli nuovamente nella bottega, che non tutti i vasi costosi, le vetrine luminose.
Era scoraggiante, per, dopo otto mesi di lavoro, dover riconoscere di avere sbagliato e dover ricominciare daccapo. Non la sgomentava il pensiero: "Che cosa far se mi licenzieranno?" C'erano tante vie di lavoro ed ella aveva tante corde al proprio arco. Ma la addolorava il fatto di essersi tutta data ad un compito, da cui aveva raccolto cos magre soddisfazioni.
"Quando vendevo le terraglie di Albissola, guadagnavo meno, ma nessuno mi trattava come mi trattano ora questi due mercanti. Lo sconto davvero, il mio lauto stipendio!". Poi rise fra s. "Quando a Venezia mi dicevo che Filippo Contini era peggio di un marito, non sapevo di aver indovinato cos giusto. Un marito lunatico e bisbetico. Chi direbbe ch'egli  lo stesso che mi ha offerto quel tale pranzo alla Bautta!...
* * *
Fu, quello di Venezia, un magico richiamo.
- Ma petite - disse l'indomani un cliente entrando, - siamo bagnati come dei piccoli polli. Abbiate la compiacenza di lasciarci ruisseler nel vostro negozio.
Infatti l'acqua scrosciava su Genova da quasi un'ora, e Via Roma, lavata dall'acquazzone, luccicava grigio-argentea al di l della vetrina.
Un cliente! Uno straniero! Domina balz in piedi col pi italiano dei suoi sorrisi.
Il cliente si era fermato sulla soglia, facendo tintinnare le cannule melodiose dell'insopportabile carillon orientale, appeso alla porta proprio quel giorno. Evidentemente, "ruscellava". Ai suoi piedi una pozza si allargava, inondando il pavimento che al mattino Giulio aveva lucidato con diligenza. Dalla falda del cappello altri ruscelli scendevano. E piccoli laghi si formavano ai piedi delle persone che erano entrate con lui.
"Ruscellate pure - si rassegn mentalmente Domina - purch non andiate fuori a mani vuote".
Erano cinque persone, sbarcate - era il caso di dire - da una macchina chiusa che attendeva pi in l, picchiettata di pioggia. Ora ingombravano la parte anteriore del negozio, togliendosi i soprabiti, le sciarpe, scuotendo i cappelli. Un disastro. Tre uomini e due donne.
Qualcuno chiese:
- Vuole favorirci una seggiola?
Se ella subito non aveva riconosciuto colui che l'aveva chiamata ma petite, la voce italiana di quest'altro era troppo nota perch non la distinguesse immediatamente. Ed anche il volto del giovane bruno, che, avanzandosi dal gruppo, le faceva la richiesta, mentre la guardava fisso, con un'espressione che sembrava dire: "Badi. Noi non ci siamo mai visti prima d'ora".
Black and White.
La mano le tremava, mentre cercava fra le seggiole quella che avrebbe meglio sopportato il carico della molta roba bagnata. Pietro, accanto a lei, grave, in silenzio, aspettava.
- Ecco la seggiola. In che cosa posso servirli?
Si erano accomodati intorno alla tavola, con esclamazioni di lieto benessere.
- Com' bello qui!
- Com' carino!
Parlavano in francese, il francese stretto dei parigini, tutto cascatelle gorgoglianti come la pioggia che veniva gi, fuori.
- Che cosa vogliamo, Pietro? - chiese il biondo, che otto mesi avevano leggermente toccato, qua e la, con un'espressione pi svagata e pi stanca.
Pareva qualcuno che ordinasse da bere, intorno ad un tavolino da caff.
- Du th - rise la donnina bionda, deliziosa, alla sua destra.
- Oh, ce ne fosse! - sospir la signora pi anziana, e sorrise a Domina.
- Un bridge - disse un altro.
Il biondo si impazient.
- Voyons, non facciamo aspettare questa signorina. Che cosa volevamo?
Pietro, ancora in piedi, appariva molto pallido nella luce dei vetri, ancor pi illanguidita dal grigio della pioggia. Domina ebbe quasi compassione di lui ed accese la luce di tutti i lampadarii, che apparivano come rampicanti fragilissimi saliti fino al soffitto. Voleva vederlo meno spettrale. Nell'attimo, i capelli di lei sfolgorarono come una fiamma.
-  bella - fece una voce.
- S, bellissima. Una madonna italiana del Cinquecento - conferm la voce sorda, crudele, che richiamava cose e persone morte per lei.
- Allora, bella e stupida.
- Chut!
Fu per mostrare che non era "stupida", che ella fece quel giorno gli onori del negozio, come da un pezzo non faceva pi, anche perch di stranieri ora ne venivano pochi. Pietro la seguiva passo a passo, di scaffale in scaffale, e pi che ascoltarla, vedeva formarsi le parole entro la dolce gola un poco scoperta, arrotondarsi nella bocca indimenticabile, col sorriso au coin de la bouche. Lo sguardo dell'altro, che parlava e fumava, non li perdeva di vista un solo istante.
Volevano una lampada, ma non sapevamo come.
- Un candelabro? - chiedeva Domina. - Sono molto di moda, in tavola, al posto della luce elettrica. Con piccoli paraluce di pergamena, e con candele stilizzate, inglesi, che abbiamo in vendita anche noi. Nere, con questo stelo lilla. Un po' funebri, ma bellissime, non le pare?
"Oppure, un lampadario? C' una "fiorentina" che certo piace molto al "signore". Oh, quanti chilometri, fra quel "signore" e il "Pietro" che ella aveva imparato a dire a Murano. -  una ispirazione dai bronzi fiorentini, e il colore un po' carico, il vetro pesante, sono stati appunto cercati per rendere la linea classica.
"O un paralume? Abbiamo quelli sfumati, che ordiniamo apposta a Parigi - (non era vero, venivano da Roma). - Molto suggestivi, specie per una camera da letto o per un salotto moderno. Pagliesco con giallo oro; lilla con viola; verde giada con verde cupo; rosa con ametista. Vuol vederli accesi?
Maneggiava le spine, e di volta in volta il viso le si illuminava di giallo, di viola, di verde, di rosa, come per le luci di un riflettore. Magico.
- Un vaso, col paralume e coi pesciolini?
Lo port sul tavolo a cui sedevano gli altri, sprizzante di luce e guizzante di vita.
Furono degli "Oh!", degli "Ah!"; una fila di "C'est beau!". "Superbe!". "Ravissant!".
Il biondo disse invece, rauco accanto a lei, quasi stringendola a s con la voce: "Bella", e non si cap se lo diceva della fanciulla o della lampada.
- Io prenderei questo, con i pesci - sugger la biondina. - Quando sarete stanco di farne una lampada...
- ...mangerete i pesci.
Risate alte.
- Che cosa ne dite, Pietro Spinovich?
Pietro fu del parere della signora. Era un oggetto molto grazioso, solamente un po' scomodo da portare in macchina.
- Occorre che la signorina lo involga bene, perch non si rompa. E nel tragitto temo che i pesci moriranno.
- Posso lasciare un po' d'acqua. Facciamo sempre cos.
- Molto bene - approv il biondo. - Piove ancora, Pietro?
Pietro si affacci alla soglia, movendo il carillon gigante.
- Un po' meno, mi pare.
- Ci muoviamo, allora, monseigneur?
A Domina dispiacque, pi che la voce amorosa, la forma leziosa che la donnina aveva usato per rivolgersi a colui che molto probabilmente era il suo amante. "Mio signore!". Queste francesi non sono mai sincere, e parlando adoperano una forma rococo di cui non avvertono nemmeno tutto il ridicolo.
Fu il parere di tutti che ci si poteva muovere.
Allora i mantelli d'automobile, le sciarpe che Pietro aveva accumulato sulla seggiola ritornarono ai legittimi proprietarii.
La biondina chiese solamente qualche minuto per mettere in ordine i riccioli e rifarsi il volto, gi ampiamente rifatto.
Al tavolo pi piccolo, dove era solita incartare i vetri. Domina accudiva all'imballo della lampada.
- Bisogner tenere il vaso molto fermo ed in piedi, perch l'acqua non si rovesci ed i pesciolini non scappino. Se il tragitto e lungo, temo che in macchina succeda una inondazione. Vanno lontano?
- Al Piano di Invrea.
- Non  troppo vicino.
- L'importante  che sia a casa questa sera. - Poi Pietro aggiunse, con una voce che ramment a Domina lo sguardo di quel giorno, quando a Murano White aveva detto ch'egli assomigliava ad un gentiluomo del Cinquecento "intelligente e subdolo": -  il capriccio del giorno...
- Pietro?
La voce rauca comandava, non c'era pi dubbio. Un uomo non si stacca cos, dal fianco di una ragazza a cui dovrebbe, a cui vorrebbe dire tante cose, solamente perch qualcuno lo chiama per nome.
- Siamo pronte, Spinovich - annunciarono le signore. - I pesciolini sono in salvo?
- Perfettamente. Non c' che da situare la lampada nell'automobile, e questo lo far quando sarete tutti seduti.
- Andiamo, andiamo, allora.
Il carillon tintinn un'ultima volta. Uscirono fuori che il tempo si rischiarava e le gocce di pioggia cadevano tiepide, rade ormai, sulla strada deserta e detersa. Domina tenne aperta la porta, poi port fino alla macchina il pacco.
- Tutti pronti? Tutto in ordine?
Lo sguardo chiaro che la frugava dal fondo dell'automobile pareva dirle, non pi distante, come l'ultima volta che l'aveva visto a Venezia: "S, siamo proprio noi, convincitene, Black and White. Vedi come possiamo sparire e riapparire nella tua vita, quando vogliamo. E come possiamo farti inquietare, di dispetto, di commozione, di paura. Ci rivedremo? Chi lo sa?".
Ma la mano calda di Pietro, che si tese verso di lei e che sfior la sua, nel toglierle il pacco, diceva ben altro: "Non temere. Sono tuo amico, io. Non siamo riapparsi per farti del male. E abbiamo tante cose da dirti. Tante cose da spiegarti, che non hai capito. Non siamo pi lontani come tutti questi mesi". E gli occhi confermarono: "Ci rivedremo? Certo".
Pietro si cal in mezzo alle molte gambe tese, fra le risate della giovane e le proteste della vecchia signora.
Il vaso, tra le ginocchia, era inamovibile.
Lo sportello si chiuse.
- All, mademoiselle! - disse White. - Vi ringraziamo di averci ospitato durante il diluvio. A buon rendere: si dice in cos in italiano?
L'automobile si mosse piano, quasi ostentasse il peso delle persone che portava. Poi fu un punto lucido in fondo a Via Roma.
"A buon rendere!". Era molto difficile.
Rientr in negozio, esaminando scontenta le sigarette lasciate semispente nei piattelli, gli sgabelli spostati, il disordine, come intorno ad un tavolo da gioco. E pi che altro le chiazze umide delle impronte, sul pavimento.
Come una padrona di casa che troppi ospiti abbiano importunata, in una giornata di pioggia.



5.
Dan Lucini seppe del ritorno di Black and White la sera stessa. E nell'eccitazione della ragazza egli cred di notare i segni precursori di qualcosa che gi aveva sospettato, fino dai tempi di Murano.
Fu pronto a buttare molta acqua sul fuoco.
- Voi dite che abitano al Piano di Invrea, Domina?  strano, perch conosco benissimo Invrea e, ch'io sappia, non c' nessuna casa d'affitto.
- Non ci sono ville?
- S, pi gi, verso Varazze. Ma proprio al Piano non ci sono che ville private e il palazzo chiuso della marchesa Lercari: la "Saracena". Sono anni che  disabitato e non l'hanno mai concesso a nessuno, per quanto moltissimi l'abbiano chiesto in affitto. Lo ricordate? Col giardino incolto che si confonde con la pineta...
- Oh, sono tanti anni che non faccio pi quella strada! Ci andavo da ragazzina, quando mi portavano ad Arenzano. E mi ricordo solo l'acqua del mare, l sotto. Uno smeraldo. Fantastica.
- La rivedrete, ora.
Il tono voleva essere ironico, ma era solo alquanto amarognolo.
- Gelosone!
Dan si ribell, insincero:
- Non sono affatto geloso. Ma vi ho gi detto e scritto, mi pare, che questa storia di Black and White, come li chiamate voi, mi piace poco. Troppo mistero. Troppi cambiamenti a vista. Troppo trasformismo. Oggi Fregoli non usa pi. Sono marinai o non lo sono? Sono "mantenuti", scusatemi, o non lo sono? Appaiono. Scompaiono. Appaiono di nuovo. E tutte le volte, voi, Domina, ne siete turbata.
- Io? - Il riso le si strozz in gola. - Ma voi sognate. Mi interessano per quel tanto di misterioso che mi portano, con quella loro personalit sfuggente...
- E perch sono belli.
- Sia pure - ammise - anche perch sono belli. Se voi li aveste veduti, come li ho visti io a Murano, e con loro il Sebenico, pensereste come me. Oggi per non sono nemmeno pi tanto belli. Ma non  colpa mia se, abitando al Piano di Invrea, viene loro in mente di venire a Genova, e di capitare proprio qui, per acquistare una lampada. Era "il capriccio del giorno...".
"Del resto - prosegu con maggior calma, quasi volesse anzittutto convincere se stessa - chi mi dice che io li rivedr davvero? Se essi sono, come penso ancora e come voi pensate, degli avventurieri, dei tipi equivoci, arrembati agli stranieri, oggi possono essere qui e domani a Capri, e posdomani a Portorose. Quello che trovo molto strano, ve l'ho gi detto,  che colui che si chiama Pietro abbia verso il "biondo" una sottomissione quasi da dipendente.  solo una sfumatura, ma non sfugge ad un osservatore... ad una osservatrice quale sono io.  questa la parte pi interessante del puzzle.
- Ebbene, Domina, non vi auguro di risolvere il rompicapo. Io sono uno scarso amatore di enimmistica, e le sciarade, i rebus, e simili non mi sono mai piaciuti.
- Io invece sono fortissima negli indovinelli.
- Vedremo. Addio, pitonessa.
Per divertirsi, Domina pi volte si prov a porre i termini di quell'equazione, di cui la X incognita aveva sempre i tratti di White.
E poich il tempo passava, senza che i due amici si facessero vivi; Dan la punzecchiava, involontariamente cattivo:
- A che punto siamo col romanzo giallo, Domina? Scotland Yard lavora?
Domina rideva, apparentemente pacifica:
- Non siamo ancora al brivido.
- Ah, gi! Il famoso "brivido" di Wallace. State attenta. Qualche giorno verr gi dal Piano di Invrea un'automobile che vi rapir.
- Un bolide bianco, con un signore in "tuta" bianca, che rapir me vestita di bianco... Che civetteria!
- Gi, la "saturazione" che fa di nuovo capolino. Vi occorre un rapitore seducente, se no non lo volete.
-  sempre stato cos dacch mondo  mondo, Dan. La donna ha sempre scelto il suo seduttore.
Pigliava in giro se stessa, ma non era tanto tranquilla. Black and White erano spariti ancora una volta?
La promessa che c'era nello sguardo di Pietro non era stata mantenuta. O forse, per la prima volta in vita sua, ella aveva letto male negli occhi che la guardavano?
Pure, quando un mattino di sole Pietro riapparve, la calma che si fece in lei, improvvisa, le rivel ch'ella sapeva benissimo ch'egli sarebbe tornato.
- Siamo stati a Cannes - la inform el moro, sedendosi al posto che il suo compagno aveva occupato tre settimane prima. - Siamo tornati solo ieri. Ed oggi sono gi qui.
- Le occorre un'altra lampada? - scherz gioiosa Domina. Era la gioia della sorella che ha ritrovato il fratello: pura, candida, senza reticenze.
- Per carit, basta una. E con i pesciolini, poi! Abbiamo davvero inaffiato l'automobile, ed i pesciolini sono arrivati pi morti che vivi.
- Stanno bene, ora?
- Credo di s. Li ha il Principe nella sua camera.
Rise per gli occhioni spalancati, spaventati di Domina.
- La impressiona il Principe? - Poi rise ancora pi forte. - Lo avevo detto che lei non aveva capito nulla! Il Principe diceva di no, che non era possibile. Ma io conosco Domina meglio di lui. Che c', ora? Le dispiace?
Domina fece cenno di s, senza parlare.
- Forse non ha tutti i torti - prosegu Pietro. - In fondo noi l'abbiamo ingannata. Non abbiamo fatto altro, da quando l'abbiamo conosciuta. A Murano - si ricorda? - il Principe era in assoluto incognito e nemmeno a Venezia si faceva riconoscere, se uscivamo di sera. Fu lui a impormi di non parlare. Quando viaggiamo, come sempre del resto, noi siamo quasi su di un piede di cameratismo, con in pi quella distanza che naturalmente io non posso varcare. Ma lui volle accentuarlo ancora di pi sul Sebenico, perch non voleva che lei capisse.
- A che scopo?
- Lo divertiva vederla andare e venire intorno al veliero, "come una bambina intorno all'albero di Natale". Sa quante volte abbiamo parlato di lei, dopo? Sono state delle belle, delle indimenticabili giornate... Non  vero, Domina?
S, delle indimenticabili giornate. Ella pensava come lui. E glielo disse, stringendo forte la mano tesa, come a suggellare il perdono che Pietro non osava chiedere a voce.
- Pure, la sera della Bautta...
- Non me ne parli! Ogni volta ci ripenso con vergogna. Non averla nemmeno salutata! Quella sera il Principe era intrattabile. Ha dei momenti, cos, in cui non intende ragione. Mi disse attraverso la tavola, appena la vide: "C' la Madonna, non salutatela".
- La madonna?
- S, la chiama cos, certe volte. E certe altre... "la bella bambina povera". Quella sera dovetti assecondarlo. Pensavo che all'indomani le avrei spiegato ogni cosa, ma lui forse indovin la mia intenzione, perch, mentre aveva deciso di partire dopo due o tre giorni,  volle tornare a Murano non appena lei era uscita. E mand a chiamare gli uomini dell'equipaggio, gi ingaggiati, per preparare la partenza all'alba. Poi, a bordo, al largo, dopo ore ed ore di nervosismo, mi chiam per chiedermi scusa e per dirmi che un giorno lo avrei ringraziato di essere partiti cos.
- Che uomo strano! - sospir Domina. - Non ho ancora capito che cosa lei sia veramente per lui.
Pietro si strinse nelle spalle. "E chi lo sa? Segretario? Amico? Cameriere? Tutte queste cose insieme, e nulla di tutto questo".
Poi, vedendo il disagio di Domina, corresse, rasserenandosi in volto:
"No, ora esagero. Fui assunto cinque anni fa, come ispettore delle serre che il Principe possiede ad Abbazia. Io sono Pietro Spinovich, dottore in botanica, laureato a Vienna, e questo impiego  stata la mia fortuna, perch mia madre non poteva prolungare, per i fratelli, i sacrificii fatti per far studiare me. Da allora non solo io mi occupo di serre e di fiori, ma sono diventato quello di cui "lui" aveva bisogno: il segretario, sempre, e poi di volta in volta un amico, un fratello, un complice, un dipendente. Ho girato con lui gran parte del mondo E pare che non abbia ancora voglia di fermarsi.
- Trovo tanto strano che ora siate capitati al piano di Invrea.
- Strano? Perch? Se le dicessi tutte le residenze che abbiamo avute, le ville affittate e poi nemmeno abitate! I milioni sono una grande cosa, Domina. Ma anche una piccolissima, quando capitino in mano di un uomo che li voglia gettar via, come li getta "lui".
Diceva "lui", non pi "Principe", quasi per ammettere Domina nella bandita che era la loro esistenza.
- Ora  tardi. Avevo detto che scendevo a Genova per prendere dei libri, e invece mi sono fermato qui. Non abbiamo parlato altro che di me.
- Oh, di me non c' nulla da dire! - protest la ragazza. E accenn alla sala luminosa. - Vede come la mia vita  trasparente, invece? Il classico cristallo. Anzi, un vetro di Murano.
- Senza falle, come quelli del Museo Vetrario.
- Ah, si ricorda? - ramment, rosa di commozione. - Che corsa quel giorno! E come vi ho voluto bene - confess - per la vostra bont.
- Bene, a chi, Domina?
- A Pietro. E a "lui".
Il volto di quel "lui" evocato, che dominava forse l'una e l'altra vita, si precis fra i due, dividendoli nell'attimo in cui sembravano pi vicini. Fu come un disagio che ambedue sentirono, nettissimo. E col disagio, in Pietro, la fretta di andarsene.
- Vado. Ho la macchina in Piazza Fontane Marose.
- Torner di nuovo?
- Credo di s. Ma non ne sono troppo sicuro. Pu darsi che ora ci fermiamo un pochino, ma pu anche darsi che partiamo da un momento all'altro.
- Allora addio, non arrivederci?
- No, no, arrivederci. - Ma lo disse senza convinzione, come se ad un tratto avesse esaurito la gioia di rivederla, non solo, ma la provvista di confidenze che gli era parsa, all'arrivo, inesauribile.
- E intanto non vi ha detto il nome di questo famoso Principe - fu il commento un po' ironico dell'onesto Dan. - Siete proprio sicura che non sia anche lui un imbroglione, scusate, un bell'imbroglione, con quella sua storia delle serre e della laurea in botanica? A Vienna? Giacch c'era, poteva scegliere Budapest, o Leningrado. Ho conosciuto una volta uno che si era laureato a Nanchino.
- Dan, non fate dello spirito. Tanto non ci riuscite lo stesso. Piuttosto, ditemi una cosa. Che cosa credete che quei due...
- Chi, due? - faceva, apposta per irritarla.
- Loro. Black and White. S, ci siamo, ci siamo ancora. Cosa credete, dicevo, ma rispondetemi seriamente e guardatemi in faccia - cosa credete che pensino di me?
- Che siete una bella ragazza.
- Ma questo lo so...
- Presuntuosa!
- Me l'hanno detto. No, siate serio. Come credete che mi giudichino?
- Fantasiosa.
- Che cosa vuol dire?
- Vuol dire una ragazza alla quale il titolo di Principe pu fare un certo effetto. Una ragazza che risolve gli indovinelli. E che pu innamorarsi non solo di un veliero, che  tutto dire, ma perfino di due ignoti alla volta, non proprio sicura se la piaccia pi il biondo o le dispiaccia meno il bruno.
- Oh, cattivo!
Ma aveva messo, senza volerlo - oppure sapendo quello che faceva - il dito sulla ferita segreta.
Perch, lieta come una sorella per il ritorno di Pietro, senza pensieri che non fossero di amicizia, di quiete, di affettuosa comunione, pi di una volta le era venuto il sospetto che rivederlo forse non le avrebbe dato tanta gioia, se dietro di lui non si fosse profilata, ogni volta, l'asciutta, dura, distante figura dell'altro.
* * *
Contrariamente a quanto aveva lasciato credere a Domina, e aveva creduto lui stesso, Pietro capit ogni settimana. Giungeva di mattina. E gli avveniva spesso di trovare Domina ancora occupata con lo strofinaccio, a liberare dalla polvere i bei vetri soffiati.
Domina deponeva lo straccio, e i due giovani facevano cinque minuti di conversazione: cinque minuti appena, perch Pietro aveva sempre furia, e delicatamente capiva che una visita, tanto assidua e troppo prolungata, avrebbe nociuto alla fanciulla.
Veniva ad acquistare libri da portare al Piano di Invrea. O fiori recisi. O semi per le serre, che si stavano impiantando.
- A quanto pare questa volta ci fermeremo.
Talvolta recava anche una commissione diretta del Principe:
- Vorrebbe un altro paralume, da regalare a un'amica che parte. Ma dice che dovrebbe sceglierlo lei.
Sempre per mezzo suo, il Principe mandava anche dei libri in prestito a Domina. Le fece cos leggere Colette, ed altri moderni che non conosceva. Oppure faceva chiedere se sapeva quale era l'antiquario pi onesto. E dove si potevano trovare le pi belle incisioni di navi. Erano le volte in cui Domina ricorreva a Dan, per consiglio.
Pietro conobbe anche Dan. E lo scultore, che aveva tanto sentito parlare di Black, fu conquistato dopo pochi istanti di conversazione, trascorsa in un angolo della bottega, a parlare di viaggi e di statue greche.
- Simpatico - conferm a Domina. - Fisicamente, un modello meraviglioso. Ha tutto il tipo del mediterraneo: occhio incassato, volto stretto e allungato, naso profilato. Stirpe solare.
- Viceversa  un illirico.
- To', non lo si direbbe.
- Guardategli la statura. E la muscolatura "longilinea", come dite voi. Oppure pensate Pietro con un bel paio di baffi spioventi, lunghissimi, e allora avrete lo Sciavon perfetto, che veniva a rapire le Marie veneziane.
- Che cultura avete in proposito!
Una sera di maggio, quando Giulio stava calando la griglia a saracinesca, capit anche il Principe, insieme con Pietro.
- La signorina  gi andata via?
- Sta preparandosi, signore.
Dal negozio, chinandosi un poco per oltrepassare la griglia, sbuc Domina. Gi pronta. Portava un abito azzurro ed un berretto gettato indietro "come le madonne del Cinquecento".
- Buonasera! Cos tardi?
- Buonasera, bella bambina povera. Siamo venuti a prenderla per andare a cena insieme. Non  vero, Pietro?
Domina Marsaglia arross per tre cose che la urtarono. Per l'epiteto, prima di tutto. Poi, per l'invito, che ella giudicava inopportuno. E infine perch Giulio era presente, e poteva credere chiss che cosa.
- Grazie, ma non posso accettare.
- Come? - interloqu la voce che era abituata al comando. - Non potete farci compagnia per una sera?
- Non voglio, monseigneur.
Disse "monseigneur" come lo aveva sentito dalla biondina francese, ma in un tono che non escludeva l'ironia.
- Bene. Andremo soli. Sempre amici, per?
Era la prima volta che la mano del Principe le si tendeva in una stretta franca, come le tante che Pietro le aveva dato. Sensibilissima al contatto delle mani, di cui intuiva il segreto linguaggio, Domina not come in un turbine il tocco, morbidissimo; il tepore, penetrante; la forza, celata dal fascio dei muscoli e dei tendini; la forma, perfetta. "La mano di un uomo che sa prendere la donna" indovin, pi che non sapesse, Domina.
E di quella stretta le rimase come un tremore interno, un timore indistinto: simile a quello che suscitava in lei lo sguardo troppo chiaro e penetrante.
Non si offendeva mai. Pietro glielo spieg.
Non vedendo Pietro per pi di una settimana, dopo, ella pens:
"Il Principe si deve essere offeso.
- Non ho mai visto un uomo come lui, su cui le cose scivolino come l'acqua sulla pietra. Tutto per lui  logico,  naturale.  appunto ci che rende la sua compagnia cos piacevole, e cos sconcertante nello stesso tempo. Se  vero che latinit vuol dire serenit, il pi latino dei due  proprio lui".
- Ma di dove , precisamente?
- Troppo lungo a dirlo.  naturalizzato belga. Ma mi ci vorrebbe una giornata intera per fare la storia e la genealogia di quell'uomo.
- Ha pure un nome? Ed  un Principe vero?
- Vero, come  vero che lei si chiama Domina e vende vetri muranesi in Via Roma. Stirpe carolingia, mia cara. Quanto al nome, ne ha sette od otto, che io mi sappia...
- Ma ne avr uno che adoperer per tutti.
- Gi, per nessuno lo chiama per nome. La questione  quella. Quando scrive, si firma Louis; e certe sue amiche lo chiamano Charlie. Perch si chiama anche Carlo.
- Luigi, Carlo, e poi?
- Oh, ma com' curiosa! Ebbene, devo dirle una cosa? Non vuole che lei sappia come si chiama.
- Nemmeno ora? Ma perch?
- Capriccio di principe... No, la verit  che non gli  mai piaciuto sbandierare il suo nome ed il suo titolo. Quando saremo stabiliti qui, dice, informeremo tutti che "Sua Altezza"  giunta. Ci sono anche delle ragioni politiche, per cui desidera che lo si sappia il meno possibile. I giornali parlerebbero subito. Quando si  pretendenti ed esiliati,  meglio far poco chiasso intorno alla propria persona.
- Sono confusa - confess Domina. - Ho trattato un'Altezza Reale come se fosse stato...
- Come se fosse stato un Pietro qualunque. Dica la verit!
Domina fece di s ridendo.
- ...ed ho rifiutato di andare a pranzo con lui.
- Questo  il meno - replic Pietro con una certa severit. - Non  detto che tutte le ragazze debbano andare a pranzo con lui, semplicemente perch discende da Carlo Magno. Non gli manca la compagnia, non abbia paura, Domina. E poi, glie l'ho detto, ha un carattere fortunato. Per lui veramente, "tutto passa".
Viceversa, quella del pranzo evidentemente non pass, perch torn alla carica alcuni giorni dopo. E venne solo, come se avesse indovinato che, senza l'egida di Pietro, Domina era, di fronte a lui, pi disarmata.
Not per con piacere che, malgrado ella avesse saputo approssimativamente chi egli fosse, non aveva perso di fronte a lui n la sua semplicit, n la sua naturalezza. Gli parve, quest'assenza di cortigianeria, ci che era in realt: una prova di dignit nativa. Domina in questo assomigliava a Pietro.
Non rimase in macchina, ma entr in negozio, e siccome c'era Contini che rivedeva certe lettere, finse di interessarsi alla mostra ed agli scaffali.
Quando il principale imbocc la porta, dopo un antipasto di sfuriatina che preludeva a quella pomeridiana, pi sostanziosa, White accenn a lui, con un mezzo sorriso:
- Uno dei suoi principali? Quello che era a Venezia alla Bautta? Buffo, da vicino, l'omino.
- Uno dei miei "padroni", precisamente, mon Prince.
Disse cos pi per burla che per piaggeria, perch ci si divertiva!
- Lasci stare i titoli, la prego. Per lei io sono...
- Charlie.
- Oh oh! - Finse un'aria molto scandalizzata. -  un nomignolo che in generale le signorine non usano. Per le vere amiche, per gli amici serii, io sono Louis. Pietro non glielo ha detto?
- S. Ma  molto difficile dire Louis ad un principe. Io non ci sono abituata.
- E non dice Pietro a Pietro?
- Ma Pietro  un'altra cosa.
- Lo so bene.
Accese una sigaretta, gironzol per la sala, toccando e deponendo i vetri con fredda irritazione.
"Se mi rompe un vetro, glielo faccio pagare il doppio" - pens Domina, decisa. E riprese lo straccio per la polvere, che aveva deposto quando Contini era entrato.
- Lasci stare quello sporco straccetto, Cenerentola. E venga qui da me.
L'attir verso la luce della vetrina, per guardarla bene in volto. E le tenne tutte e due le mani prigioniere.
- Voglio vederli bene in fondo, questi occhi che Pietro dice incapaci di mentire.
E come la guardava, sbiancandola, le mani di lui allentarono la stretta, incapaci di prolungare di un attimo lo smarrimento.
Gli occhi che non mentivano avevano sostenuto il suo sguardo: c'era in essi del turbamento, della compiacenza, anche un'ammirazione forse un po' fanciullesca, del candore. Ma non c'era l'ardire, ch'egli poteva aspettarsi da un'altra donna, in quel momento.
- Andiamo a colazione insieme, Cencino?
La fanciulla, che aveva ripreso a spolverare, coscienziosa, non si volt nemmeno;
- Le ho gi detto che non posso.
- Che non vuole.
- Appunto. Che non voglio.
Lasci lo strofinaccio sul ripiano di vetro, gli and vicino, quasi contro, con una fiamma sul volto:
- Perch non mi lascia in pace? Che cosa c' di cambiato, fra me e lei, perch lei debba permettersi di insistere in questa maniera?
- Pardon. Lei sta equivocando, Domina. Chi le perde di rispetto?
- Lei.
- Io? Ma, bambina mia, non c' nulla di strano se lei viene con me. Una donna intelligente, un'artista, pu andare dovunque con un uomo. Di pieno giorno, voyons! Nessuno vorr pensare che io voglia sedurla.
Domina era gi pentita. Ma sentiva che non doveva cedere. Riprese, come un'ncora, il povero straccio sporco.
- Domina, se lei non lascia quel cencio, non garantisco del mio sanguefreddo. Ma chi  quell'idiota che l'ha messa qui, a spolverare dei vetri? A vendere degli aggeggi da quattro soldi? A buttar via la sua giovinezza e la sua bellezza a contatto con un pubblico, come quello che entra qui dentro? Le sue mani, con tutta quella polvere... Oh, mia povera bellezzina...
Domina per fortuna riusc a ridere.
- Mon Prince, questo  molto lusinghiero per me. Ma a mezzogiorno io devo aver finito tutti i vetri. E, sul serio, a colazione non ci vengo. A Genova siamo un poco in provincia, siamo amici da troppo poco tempo perch io possa arrischiarmi a farmi veder fuori, sola, con lei.
Disse proprio cos "amici da troppo poco tempo" a Luigi Carlo Lodovico d'Austrasia, Duca di Hristal. Poi si rimise al suo lavoro, con quella calma esasperante che era il suo pregio di "dogaressa che non ha mai furia".
- Lei  una ragazza ostinata, e molto cattiva con me. Io sono veramente suo amico. Sono certo che un giorno se ne convincer.
- Me lo auguro.
- Bene. Ora, dopo aver ricevuto il primo rifiuto della mia vita, il primo, si ricordi, vado a colazione. A Boccadasse. Ma non mi do per vinto.
- Oh, via!
Domina ammir sinceramente tanta padronanza.
- S, s, rida pure. Lei non viene a colazione con me, siamo intesi. Ma se io invito a un t i miei amici, alla Saracena, lei non dice di no ad un invito ufficiale? Vediamo, Straccettino - e intanto fece fare un volo allo strofinaccio, attraverso tutta la sala. - Lei lascer per un giorno queste orride armi della sua vita? Verr a godere il mare, il sole, i pini del Piano di Invrea? - La incalzava, mentr'ella si irrigidiva contro la parete.
Lo specchio dietro di lei rifletteva la nuca, le trecce folte color mogano, il profilo squisito.
- S, Domina?
Nessuna donna, mai, aveva resistito a quella voce venata da suoni rauchi, come dal desiderio. E a quegli occhi troppo fermi, troppo presenti, sempre, dietro le palpebre socchiuse.
Con uno sforzo Domina disse:
- No, nemmeno allora.
Poi si pent, subito. Perch egli non si ostin un attimo di pi. Le pass solo una mano sui capelli, in una carezza rapida, senza distogliere da lei lo sguardo che si era fatto triste e lontano
- Non importa, Domina.
Poi lo guard uscire, stordita. E la macchina sparire nella gran luce di Via Roma, come inghiottita dalla gente che passava.


 6.
- Si pu sapere chi  questo principe che bazzica per il negozio? - chiese una mattina Contini alla signorina, invece di verificare le fatture ch'ella aveva preparato per fine mese.
Qualcuno aveva "soffiato".
Giulio? O forse era la sorella dei Contini, la quale veniva in negozio nell'ora elegante, e diceva con tutta ingenuit, quando vedeva Domina occupata a scrivere lettere su lettere:
- Beata lei, signorina, che ha tanto da fare! E che scrive tutto il giorno su questa bella macchinina!
- Questione di gusti - rispondeva Domina.
La signorina Contini aveva visto qualche volta Pietro, e una volta sola il Principe.
-  suo amico?
- Un cliente.
Contini finse una grande sorpresa.
- Lo ignoravo. Ha acquistato molto?
- Abbastanza. - E con voce monotona disse a memoria: - Una lampada coi pesci, un vaso col paralume pieghettato rosso fuoco, una fiorentina gialla, un piatto con frutta e uva. Quattro o cinque "veronese" piccoli.
- Perbacco! - fece soddisfatto Contini. - Ma  un cliente ottimo!
- Sta mettendo su casa al Piano di Invrea - rincar questa volta Domina, perfidamente lieta di tappargli la bocca. - E il suo segretario mi ha fatto sperare che ricorreranno a noi anche per i lampadarii.
Contini fu in ebollizione.
- Ma doveva dirmelo subito. Una villa al Piano di Invrea, dice?
-  quella della marchesa Lercari: la Saracena. L'ha affittata o acquistata, non so bene.
- Bisogner mandarci Dan. Ma lei - e le si accost con una confidenza che prima non si era mai permessa: - lei, come l'ha conosciuto?
Poteva rispondere: "Non si ricorda quei signori della tavola americana a Venezia? Quei due che alla Bautta portavano cos bene lo smoking, e chiesero lo champagne quando noi si andava via? Quelli che, a sentire Damin, ballavano tutte le sere all'Excelsior? Uno di loro era il Principe. Ed io lo conoscevo fin da Murano". Ma invece prefer mentire: l'avventura del Sebenico era un segreto fra lei ed i suoi amici.
-  venuto qui qualche mese fa, prima di partire per Cannes - (non era la verit?) - Poi  tornato ultimamente, per tutte quelle compere.
Bene, Domina. Aveva imparato a mentire.
- Viene il suo segretario per lui.
- Un bel giovane, mi dicono?
- Un bellissimo giovane.  un amico di Dan.
Esagerava, piuttosto. Ma il nome di Dan Lucini, una volta di pi, le serv per mettere il punto fermo ad un'inchiesta che la infastidiva.
"Bisogner che imbocchi Dan, perch non gli venga in mente di dire qualche sciocchezza - pens Domina. - E se Pietro avesse la buona ispirazione di fare la corte alla Contini, quando viene in negozio? Glielo voglio dire".
Pietro ricus recisamente. Non aveva mai fatto la corte ad una donna - bugiardo! - ad una donna cos brutta!
- Per amor mio, Pietro.
- Ma a che scopo?
- Allo scopo di acquetare Contini. Altrimenti mi tartasser, ed io di conseguenza tartasser lei, finch non avr comprato un altro lampadario.
- Insomma, o la signorina, o il lampadario?
- Proprio cos.
- Preferisco il lampadario.
- Lo dica al Principe! Forse sceglierebbe la signorina...
- Ohib: un uomo di tanto buon gusto! Un raffinato come lui! Un individuo che non tollera cose brutte intorno a s, nemmeno nella servit...
- Ora capisco perch ha scelto lei.
Fece il gesto di uno scapaccione, che Domina evit per miracolo.
- Perdono, perdono, non lo dico pi.
- Oh, la Madonna che prega! Ma non la perdoneremo senza una penitenza, una grossa penitenza.
Finse di studiare il terribile castigo, poi lo lasci cadere, come una bomba, dall'alto:
- Lei verr gioved al Piano di Invrea.
Non ci fu verso: mise di mezzo Dan, che si impegn a scortarla. E per intercessione di lui ottennero perfino ch'ella potesse lasciare il negozio, per mezza giornata.
Perch il Principe lo aveva detto:
-  inutile organizzare una gita di domenica, quando Domina ha egualmente vacanza. Quello che voglio dare alla bella bambina povera  una giornata fuori serie, di assoluto riposo, mentre tutti lavorano.
Pretesto furono i lampadarii per la villa, che Pietro non si impegn di ordinare, ma per cui fece delle vaghe promesse, subito accaparrate dai Contini.
Ora la macchina correva, oltrepassata Voltri, lungo la libera spiaggia di Vesima, che Domina ricordava di aver frequentato da bimba, la domenica, insieme col babbo. La spiaggia allora era un tratto deserto, affatto selvaggio, diviso dalla ferrovia per mezzo della strada provinciale. Ed in quell'acqua di una trasparenza inverosimile, la bimbetta si era tuffata con una delizia, di cui le pareva ancora di sentire il freschissimo brivido.
- Certi scogli che sembravano pesci. Col vello, come le pecorine - descriveva. - E lo spogliatoio fra le canne: una cabina per modo di dire, perch pap mi faceva mettere il costume sotto l'abitino.
- La pi bella bambina del mondo - spieg Dan seriamente, a Pietro che conduceva. - Una principessina. In quello studio di via Lavinia, pieno di quadri, di statue, di cose d'arte: Alice nel paese dello meraviglie.
Poi, a voce pi bassa, mentre Domina guardava fuori, al mare che le ridiceva canzoni gi udite, lungo la spiagge della Lupara e del Pizzo, Dan raccont l'epilogo di quella fiaba: la mancanza di ordinazioni, la nevrastenia del babbo, i quadri, gli ultimi rimasti, rovinati ad uno ad uno a colpi di spatola, in un delirio di disperazione. Tutto, bozzetti, disegni, tutto distrutto.
-  campato ancora qualche mese. Finito. Domina allora dipingeva le scatole per canditi.
Favola triste. E perch quella loro principesca bambina avesse una pausa di gioia, i suoi tre amici avevano ordinato per lei una giornata di sole. Miracolosa.
Anche Arenzano era passata: col palcoscenico delle case alla riva, col verde della pineta e della Colletta. La macchina scendeva in allegra velocit verso il mare di Cogoleto.
A Cogoleto, incontrarono l'altra macchina, guidata dal Principe, che veniva loro incontro: proprio la macchina "tutta bianca" che Domina aveva descritto e che forse aveva gi veduto in sogno.
Ma il "seduttore", invece della tuta candida, portava una maglia sportiva, un basco, dei guanti gialletti di pig ed un paio di inverosimili occhialoni scuri.
- Rapisco Domina. Voglio che entri nei miei dominii in terza velocit.
Domina si lasci rapire, non senza un certo sgomento per la macchina e per il guidatore.
- Paura? - chiese il Principe, quando imboccarono la salita.
Domina accenno di s. Molta.
Allora Louis la strinse pi vicino, gridandole:
- Chiuda gli occhi.
- Ma non vedo la strada - si lament la voce della fanciulla, superando a stento il rombo del vento e del motore.
Era una voce che parlava contro la spalla di lui, tiepida come un fiato.
Gliene giungeva il tepore, attraverso la stoffa. Si chin per sentirla meglio: aveva chiuso davvero gli occhi.
Peccato non poter vedere l'inseguimento dei pini, fino alla scogliera l in fondo. E l'acqua che chiama, pi verde che altrove, frangiata di trine bianche sull'arenile. Con gli occhi chiusi, Domina correva insieme con la macchina, in gara con lei. Ma il pensiero poteva penetrare dove la macchina non giungeva: lungo gli scoscendimenti, quasi sorretti dai ciuffi dei fichi d'India. A balzi gi per gli scogli di pietra rossa. Abbarbicato alle ginestre ed ai pinastri.
- Eccoci.
La macchina, giungendo al sommo della salita, aveva girato intorno al borgo d'operetta che  Piano d'Invrea: quattro case, una piazzetta, un folto d'alberi. E si era internata dietro il villaggetto, lungo il viale che confina con la pineta.
Il Principe si tolse gli occhiali e a Domina piacquero in quel momento i suoi occhi quasi sereni, l'aspetto pi giovanile, come di ragazzo in vacanza.
- Non si aspetti un castello - egli si scus. - Ho affittata questa villa disabitata appunto perch era in uno stato selvatico: da jungla. Ora stanno accomodando un poco la casa e Pietro si occupa del giardino. Ma qui tutto  molto primitivo.
Primitivo, certo.
Come pu essere primitiva una villa antica, ammobiliata con mobili d'arte, folta di tappeti; con quadri, lampadarii, luce elettrica, telefono, e due automobili in garage.
Affacciata sul mare, in alto, fra Cogoleto e Varazze. Un eremitaggio: da sibarita. Una jungla: per milionarii.
L'interno piacque subito a Domina perch non aveva nulla del banale bric  brac ch'ella aveva notato in tante cose di "signori". Qui un gusto superiore aveva diretto ogni cosa, dosando con arte sapiente il molto moderno ed il poco antico, preziosissimo.
Il Principe la precedeva di stanza in stanza, e ogni volta si volgeva per guardarle in viso l'espressione di piacere che le davano quelle belle cose. Chiedeva, come se ella fosse stata la padrona di casa destinata a presiedere quell'home singolare:
-  di suo gusto?
E quando Domina toccava un oggetto, passando, si chinava poi anche lui un istante a guardarlo, come per osservare meglio ci che ella aveva gustato.
- La casa  molto vasta. La visiteremo pi tardi, dopo il t. Vuole togliersi intanto il cappello, Domina?
L'accompagn al piano di sopra, indicandole una porta, poi ridiscese incontro agli altri due.
Sola nella stanza non troppo grande, Domina esaminava gli arredi e gli oggetti con una certa sorpresa.
Era una camera da "fanciulla", come ce ne sono in certe riproduzioni di riviste anglosassoni.
Con uno di quei letti che gli Americani chiamano coloniali, di mogano a colonnine troncate, e affatto senza spalliera. Una coperta di cascame di seta bianca, a spina di pesce, lo ricopriva fin quasi a terra. Le pareti della stanza erano a tempera: nude o quasi. Solo un quadro piuttosto grande, a capo del letto, incorniciato di scuro.
Torno torno la camera, mobili lisci, donneschi: un tavolino da lavoro, squisito; uno scrittoio, una bassa libreria con libri che ella riconosceva: Colette, Montherlant, Alvaro, Huxley, Tecchi, Mansfield. E larghe poltrone ricoperte dello stesso cascame bianco, con cuscini quadrati, soffici, di un rosso rame splendente.
Fuori, di l dalla finestra incorniciata di verde, un panorama inverosimilmente vasto di mare, e l'orizzonte all'altezza dei pini.
Il mare in camera.
Guard meglio l'unico quadro: era la riproduzione, perfetta, della Vergine di Bernardino Luini, quella che sorride maliziosamente au coin de la bouche. Un presentimento le chiuse la gola, quasi una sensazione di terra ritrovata. Poi il ritratto che in una cornice d'argento la guardava dal tavolino, assorto, serio, con la bocca serrata, con gli occhi socchiusi, la fece ricredere:
"Io sogno. Non  possibile.  una camera degli ospiti, qualunque".
Si tolse il cappello, si guard nello specchio: riconobbe il volto che ella non aveva pi da tanto tempo: il viso di Venezia. E allora si chin ancora per meglio guardare il ritratto.
In un angolo il Principe aveva scritto con una grossa scrittura quadrata, quasi verticale: "Alla pi bella delle madonne italiane. - Louis".
* * *
Quando ebbero sorbito il t in giardino, Pietro Spinovich la prese sottobraccio, intanto che il Principe e Dan passavano in rassegna certe antiche stampe di navi, di cui Luigi Carlo possedeva una magnifica collezione.
- Ora lei far anche con me il giro del proprietario. Dopo i tesori del Principe ci sono i miei, Domina.
A mezzod, infatti, dove prima era un muro ed un filare di oleandri, Pietro aveva fatto costruire le serre - che per non erano ancora ultimate - e che interessarono Domina meno della casa.
Ma quello delle serre era un pretesto per averla un poco sola con lui. Infatti, dopo alcuni minuti, le propose di cercare un angolo all'ombra del bosco.
- Le serre le vedr quando saranno finite. Per ora sono ancora allo stato embrionale. Allora, quando saranno pronte, creeremo un fiore che chiameremo "Domina".
- Lei sa "fare" dei fiori, Pietro?
Pietro si divert dell'espressione infantile.
- Ma certo, li so "fare", come Mim.  il mio mestiere, quello. Ad Abbazia, c' almeno una dozzina di piante che ho "fatto" io.
- Mi piacerebbe tanto vedere!
- Torner. E vedr quando Pietro "fa" una pianta. Le ho detto: voglio crearne una che porti il suo nome. Ma le daremo per nome la traduzione greca, o quasi, di Domina. La chiameremo regina: Basilissa.
- A proposito di greco - chiese Domina, rammentandosi ad un tratto la domanda che da un pezzo le bruciava le labbra: - mi sbaglio, o un certo giorno a Murano, sul vaporetto, parlavate greco?
- Greco? Sul vaporetto? Pu darsi. Col Principe lo parliamo spesso, quando non vogliamo essere capiti.
- Ed io vi avevo preso appunto per due levantini!
Gli rifece tutta la storia dello sciavon, del moro, del levantino. Ma non gli disse del madornale equivoco in cui era incorsa la sera della Bautta. Si vergognava di confessargli che aveva dubitato di loro fino al punto di odiarli.
Solo accenn alla partenza del Sebenico:
- Quella mattina, non volevo credere ai miei occhi. Partire cos, senza salutarmi.
- L'ha venduto subito, appena arrivati a Lussimpiccolo. Diceva in quel momento che non voleva pi saperne di velieri.
- Oh, che peccato! Un veliero tanto bello!
E pareva che pensasse, come di un bel cane, di un bel cavallo venduto: "Chiss se lo tratteranno bene?".
- Egli ha spessissimo di queste intolleranze capricciose, che lo fanno mutare idee e gusti da un giorno all'altro. L'ho visto soffrire e far soffrire, per questa sua instabilit. Ora  un po' pi tranquillo. Si  innamorato della Saracena e forse - forse dico - non si muover per un po'.
- Mi fa paura - confess Domina.
- S.  di quegli uomini per cui in certi momenti si darebbe la vita, e che in altri si vorrebbero cancellare dalla faccia della terra. Odio e amore: non ho visto altro intorno a lui. Mai una sfumatura. E pensi, Domina, che quando l'ho conosciuto egli aveva venticinque anni, che aveva combattuto con gli Alleati, perch la Francia non accettava la sua offerta di servizio; e che era com' oggi.
- Dove, a Fiume?
- A Fiume, precisamente. Nel diciannove. Io ero un ragazzo di sedici anni, allora, entusiasta e idealista; sempre mescolato alle truppe. Una testa calda, una caldaia, anzi, che minacciava di scoppiare da un momento all'altro. Ed anche Luigi Carlo Lodovico d'Hristal, era venuto a Fiume, per finire meno banalmente l'avventura della guerra, in cui il fratello era caduto. Fu per me ci che  il "colpo di fulmine" per certe donne; un vero innamoramento, come lo sono molto spesso le amicizie, per i ragazzi di quell'et. Ero diventato la sua ombra: lui bellissimo allora, principe d'Austrasia, decorato!
"Fiume pass. Louis d'Hristal scomparve. Venne la parentesi grigia per la mia citt. Io studiavo per prepararmi ad entrare a Vienna, nella Scuola Superiore di botanica. I fiori erano sempre stati la mia passione.
"E proprio a Vienna ritrovai il Principe, gi invecchiato per la vita disordinata, in cui tentava dimenticare le camarille della politica, il cataclisma del dopoguerra. Subito mi chiese se sarei andato con lui ad Abbazia, per le sue serre. E da esperto-botanico, divenni segretario, poi amico. Oggi comincio a credere che non lo lascer pi.
Domina calcolava: "Fiume, nove anni fa. Dunque Pietro oggi ha venticinque anni... credevo meno. Ed il Principe? Trentacinque... in certi momenti pare ne abbia molti di pi".
Lo disse a voce alta, mordicchiando gli aghi dei pini, aspretti, che cadevano sul suo vestito.
- Ci sono dei momenti in cui sembra quasi un vecchio. Per... - ripar subito lealmente - ce ne sono degli altri in cui non dimostra gli anni che ha. Come oggi. Sembra un ragazzo.
-  la vita che ha fatto, che avrebbe logorato altre dieci vite. Egli l'ha bruciata fino in fondo, ma dice che gliene rimarr sempre un pezzetto per accendere all'ultima ora.
"Stranissimo uomo - prosegu: capace di tutte le bont e di qualche bassezza. Delle possibilit splendide, ma anche molto disordine morale. Il denaro e il suo rango lo hanno aiutato a stare a galla, ma guai se non avesse avuto quelli! Con tutto ci, gentiluomo fino alla punta dei capelli, e, in certi momenti, di una delicatezza quasi commovente.
- Con lei  sempre stato buono?
- Sempre, o almeno, quasi sempre. Tutte le volte che non mi sono messo attraverso a qualche suo capriccio. Ma  avvenuto raramente che non fossimo d'accordo.
Ebbe sul volto come l'ombra di ricordi passati.
- Ho avuto le mie colpe anch'io, come lui.
- Un complice, dunque? - fece la voce piana di Domina, una voce superiore alla sua et, di donna "che capisce".
- S, un complice. Siamo tutti cos. Onesti, disonesti, ci sono dei momenti e delle cose in cui tutti ci assomigliamo... nel male. Pure, qualcosa ci ha sempre salvati, noi due. Lui, il suo amore per l'arte. Me, i miei fiori e la mia mamma.
- Cinque anni sono molti per vivere con un uomo cos. Non si  mai stancato?
Pietro sorrise:
- That is the question. Un uomo simile non stanca mai. Col vento del capriccio si andrebbe in capo al mondo. Oggi qui, domani in India. Poter mutar cielo  una gran cosa, Domina.
- La invidio.
Fu in quel punto ch'ella si ramment della stanza e poi, chiamata dalla voce degli altri, si dimentic di chiedergli la spiegazione del quadro e del ritratto. Dan ed il Principe venivano verso di loro, e il dolce, sconclusionato fischio dello scultore sembrava proprio l'eco del flauto magico, nella foresta glauca.
- Pietro al solito rapisce Domina. E noi la inseguiamo - protest il Principe, passando le sigarette.
Per, come vide Domina prenderne una anche lei, gliela tolse gentilmente.
- Le bambine povere non fumano.
- Oh, una, una sola! Ho sempre fumato un poco...
- Niente, niente. Lei non ha una bocca fatta per fumare. Solo le Americane possono farlo, senza sciuparsi.
- Gi, le vamps di Venezia - fece Domina indispettita. - Le vampiresse in vacanza.
- Infatti, hanno una bocca abbastanza grande per deformarla senza danno. Ma a lei la sigaretta non si addice, Domina. A ognuno il proprio tipo.
Domina mise su un piccolo broncio che il Principe finse di nemmeno vedere. Era la sua arte, quella, della padronanza completa, senza ostentazione: una seconda natura.
L'ombra del bosco era gi fredda. Propose:
- Vogliamo finire il giro della villa?
Si mise a fianco di Domina, e piegandola con lo sguardo volontario, con la voce calma, la costrinse a sorridere per qualche sua frase.
- La ricompenser - disse entrando nella villa. - Non ho mai chiesto ad una donna un sacrificio, senza ricambiarlo.
Poi:
- Potremo salire addirittura al primo piano. Voi, Pietro, volete aprire le porte? - Lo chiedeva con tanta grazia, che non era possibile offendersi. Ma quando vide Pietro accostarsi alla camera in cui Domina era entrata, fece un gesto di diniego: - No, quella no. Domina l'ha gi vista. E a Dan non pu interessare.
Passarono oltre. E non si fece accorgere in alcun modo che v'era una specie di complicit fra lui e Domina.
Anche il piano superiore prolungava l'impressione di festosit, di riposo, che gi il pianterreno aveva dato agli ospiti.
Ma qui v'erano meno oggetti antichi, e pi numerosi segni dell'arte moderna: specchi, lampade, stoffe. Un numero ragguardevole di "camere per ospiti". Delle stanze da bagno incantevoli, una per ogni camera.
La stanza del Principe era in alto, nella torre; quella di Pietro in basso, in una specie di mezzanino che formava come un piccolo appartamento; e c'erano scalette, corridoi, anditi, tinelli, come nelle case antiche della Liguria.
Della sua camera, il Principe disse ci che Pietro aveva detto delle serre.
- La vedrete un'altra volta, quando sar finita compiutamente.
Ma volle che vedessero il "regno di Pietro", tutto collezioni di minerali, trofei di pipe, semi e piantine.
- Sa di erboristeria! - esclam Domina, scoprendo felice un disordine che aveva immaginato: - Oh, i bei semi!
- Qui nulla si tocca, signorina Cencino - scherz il Principe. - Il suo straccetto qui sarebbe inesorabilmente bandito. A proposito - si ricordi: - mi faccia vedere le mani.
- Ma perch? - Domina si scherm ed egli gliele prese di prepotenza.
- Che cosa  questo? - chiese severo, indicando due puntolini, due segni rugosi sull'indice della sinistra. - Cucito?
- Calze - rispose lei, burlescamente seria.
- E questo?
Un po' d'inchiostro, un'ombricina, relitto del mattino sull'indice della destra.
- Cucito anche questo?
- Inchiostro.
- E questa, dunque? Polvere? L'esecranda polvere dei "Fiori del Fuoco?".
- Oh, non ricordatemi malinconie! - grid Domina liberandosi e correndo alla finestra. - Lasciatemi vedere ancora una volta il mare!
La lasciarono girovagare da sola: bambina povera invitata a merendare nella casa della compagna ricca.
Si nascose nel bosco, si tuff fra gli arbusti di oleandro rosa, annus le mimose a grappoli, colse fiori di cui ignorava il nome.
L'ombra le fece paura ed usc al sole, correndo: le stanze la incantarono ancora.
Guard vecchi ritratti, e strani oggetti moderni la fecero ridere; accarezz stoffe seriche; si guard riflessa in specchi argentei, attraversati da frecce, da fasce di zodiaco incise.
E quando fu stanca di vagabondare, gi presa dal crepuscolo che scendeva violetto sul mare, sal alla camera che aveva, pi che indovinato, sperato sua. Sudata, saturata da tutto quel sole, da quella bellezza e da quella ricchezza, si addorment come una bambina, con le trecce disfatte contro il guanciale di ruvida seta.
Il Principe la trov cos e non os entrare, per paura di svegliarla. Rimase sulla soglia, con sul volto l'espressione gemella del ritratto destinato a Domina. Poi pianissimo s'inoltr fino al tavolino, ne tolse la fotografia, la port fuori, chiudendo cautamente la porta perch non stridesse.
Quando Domina si svegli era buio completo: dal piano di sotto, che aveva le finestre aperte ed illuminate, giungevano voci e tintinno di posate. Si ravvi, discese, fu accolta con "oh" lietissimi, nella luce della sala da pranzo.
- Ho dormito molto, dunque? Voi avreste gi finito ed io ho tanta fame.
Fu servita come una regina dai tre commensali e dal cameriere, rigido dietro di lei.
-  molto tardi. Dovremo scendere, Dan.
- S, sar meglio che vi prepariate.
Vide, risalendo, che il ritratto non c'era pi, sparito durante il suo sonno. Si chiese sgomenta chi poteva essere entrato nella camera, mentre ella dormiva: Dan? Pietro? Il Principe?
Rifecero nella macchina pi grande la strada gi salita a coppie; doveva essere assai tardi perch la litoranea era pressoch deserta. Cogoleto e Arenzano addormentate. Guidava il Principe e Domina era davanti con lui.
- Quando torner al Piano, Domina? - chiedeva la voce del Principe.
- Quando avr i capelli bianchi.
- Non scherzi. Lei sa che c' una camera che l'aspetta: la sua, e le prometto che nessun altro vi entrer prima di lei...
- Prima, ma dopo?
- Sta diventando civetta. Non mi piace. - Lo disse da padrone, come aveva detta di non fumare: era il Louis che meno garbava a Domina.
- Si vede che lei non conosce le donne civette, monseigneur.
- Risparmi i titoli e mi risponda: quando verr di nuovo?
- Ma lei  incontentabile. Sono stata tutto il giorno al Piano...
- Mezza giornata, prego.
- Va bene: mezza giornata. E gi mi chiede quando torner. Mai... forse.
-  stata male?
Cercava di vederne l'espressione, volgendo verso di lei di tanto in tanto il viso serio, gli occhi un poco aggrottati nello sforzo del guidare.
- Non l'abbiamo accolta come meritava?
- Oh, anche troppo, mon Prince!
- Non mi faccia arrabbiare.
- Anche troppo, Louis.
Gli sfugg una sterzata tanto brusca che Pietro disse:
- Attento.
- Non  nulla.  Domina che mi d delle emozioni troppo forti.
Lasciarono lei e Dan in Piazza De Ferrari. Al momento di salutarla, il Principe frug in una delle tasche dell'automobile:
- Un ricordo della Saracena. - E le porse un pacco quadrato, come una grande busta.
- Galante come un francese, o come un innamorato - comment per istrada Dan.
Galante? Certo. Innamorato? Il dono del ritratto non bastava a provarlo. Anche se dalla busta appariva un altro quadro che Domina non aveva ancora veduto.
Era una marina di suo padre, firmata: "Mariano Marsaglia". Una delle marine pi belle, che per miracolo si era salvata dalla distruzione e che il Principe aveva certo scovato da qualche antiquario.
Il biglietto che l'accompagnava diceva: "Indennizzo per una sigaretta mancata".

 7.
I due Contini non furono affatto soddisfatti per quella vacanza, accordata alla "direttrice", e glielo fecero capire in molti modi.
Finirono anzi col dirglielo apertamente, che avevano acconsentito alle preghiere di Dan unicamente perch c'era in vista "un buon affare". Il buon affare non si era risolto che in una bolla di sapone ed essi erano inquietissimi con lei.
- Sono proprio mortificata - si scus Domina; - ma per tutte le gentilezze che il Duca di Hristal mi ha usate, io non posso in coscienza insistere troppo. Il suo segretario lo sa, dei lampadarii, ma mi ha detto che per ora  inutile parlarne.
- E allora Dan che cosa ci ha raccontato?
- Io non so che cosa abbia raccontato Dan. So che hanno la casa piena di Murano, e che di lampade di tutti i generi ce ne saranno pi di una cinquantina. Forse, se faranno l'altra ala della villa, come pare abbiano intenzione...
- Dunque il Principe 	si ferma in Liguria?
- Dicono.
I principali si acquetarono un poco su quella vaga possibilit di una commissione importante. Ma ai "Fiori del Fuoco", le cose, con Domina, non andavano pi molto bene.
Non che la direttrice facesse nulla per meritarsi i malumori e le osservazioni aspre: ma un'armonia si era rotta, che dava ormai suoni stonati; un patto di alleanza era stato denunciato. Quando, fra proprietario e dipendente, il rapporto di comprensione e di reciproca fiducia  inquinato da diffidenze e da sfiducie, non c' pi nulla da fare. Domina lo sentiva chiaramente.
Anche il ristagno della stagione morta, ristagno inevitabile e generale per tutti i negozii, specie di lusso, contribuiva ad acuire il nervosismo ed a moltiplicare le occasioni per le lamentele.
Il denaro si diradava: occorreva correre dietro a quello che si poteva racimolare, delle fatture ancora in sospeso. Spesso Domina doveva lasciare il negozio in mano di Giulio, per correre dai clienti che avevano promesso di pagare e che da mesi tergiversavano.
La facevano attendere per delle ore in anticamera, le raccontavano bugie patenti, qualche volta la trattavano male. Un giorno una cliente, ricchissima, che preparava i bauli per la villeggiatura, la invest con parole villane, come s'ella l'avesse aggredita a mano armata.
Al ritorno in negozio, Domina pianse di stanchezza e di umiliazione.
Quando non le riusciva di incassare le fatture, la colpa era sua "che non sapeva farsi pagare".
Erano le giornate in cui Dario Contini brontolava che la signorina "non aveva pi la testa al negozio", ed in cui Filippo Contini trovava modo di infilare il nome del Principe, in qualche discorso sgradevole.
Eppure mai come allora il negozio era stato bello, nella penombra estiva, filtrata attraverso le tende giallo croco. Un altro tendone, a strisce rosse, era calato, fra la vetrina e il sole.
Ipersensibilizzata dal caldo, dalla tensione nervosa e dai contraddittorii sentimenti che l'agitavano, Domina percepiva acutamente la cara bellezza degli oggetti, di cui misurava l'intima essenza, come una moritura. Sentiva che stava per lasciarli, n avrebbe saputo dire come e perch.
Gi altre volte le era balenata questa possibilit di abbandonare "I Fiori del Fuoco".
Ora il presentimento diventava, in alcuni momenti, certezza. Era la certezza di chi si accinge ad un lungo viaggio e si prepara a stendere le sue ultime volont: fatta di calma, di intenerimento e di dolorosa contemplazione.
"Presto non vi vedr pi" diceva, spolverandoli al mattino, ai vasi pi piccoli, i pi amati, come bambini prediletti. E l'occupazione che pi di tutte le era spiaciuta diventava cara, adesso: l'ora di comunione fra il vetro e lei.
Leggeva attentamente la rubrica: "Offerte d'impiego", lei che saltava a pi pari colonne intere del giornale.
Dan la sorprese un giorno, e ignaro la canzon:
- Be', stiamo cercando un posto di istitutrice per l'Alta Engadina? Si starebbe bene, ora, al Maloia. Non vi pare, Domina?
Ma non cap perch la ragazza arrossisse e nascondesse di furia il giornale.
"Cercasi istitutrice". "A ragazza istruita". "Dattilografa veloce"... Non c' altro. Non c'era mai altro. Stipendi minimi, di molto inferiori a quello che i Contini le facevano scontare con tanta amarezza. Pure, bisognava adattarsi.
Si mise da sola, di sera, con un metodo, ad imparare la stenografia.
Incominci ad accantonare sul mensile una piccola somma, per far fronte alla eventuale disoccupazione. Lei, che amava vestirsi bene, divent avara anche per le piccole spese.
"Quando mi licenzieranno...".
Il pensiero si precisava sempre pi, avvalorato da piccoli fatti, da screzii sempre pi profondi: fessure nella compagine dell'edificio.
E gi con una specie di invidia anticipata pensava a colei o a colui che l'avrebbe sostituita nel negozio. Finiva col non sentire nemmeno il bisogno della vacanza, presa dall'ansia del distacco.
- Domina non mi piace affatto - confid Pietro a Dan Lucini, un giorno in cui andarono a cena insieme.
Gi si davano del "tu".
- Non vedi che ha un'aria smarrita, come si muovesse in sogno? Non  un temperamento che possa resistere a quel genere di lavoro, e all'atmosfera di un negozio.
- Credo che abbia delle divergenze con i proprietarii. Ma n loro, n lei, hanno voluto parlare, tutte le volte che li ho interrogati.
Pietro fumava nella sua pipa, assorto, tirando boccate lunghe.
- Non si potrebbe trovarle un altro impiego?
Dan scosse la testa:
- Difficile! Domina si  ormai specializzata in un dato genere di lavoro, che  il pi raro. Questo dei "Fiori del Fuoco", era una fortuna per lei...
- S, se la trattassero bene. Se avesse qualche soddisfazione. Ma anche allora...
Voleva dire: "...anche allora non  degno di Domina".
Pens in tempo che Dan aveva procurato quell'impiego. E tacque.
Pure ci torn su, pi volte.
Una volta disse:
- Ne abbiamo parlato col Principe ieri sera.
E poi, un'altra:
- Il Principe vorrebbe parlare a Domina, ma non in negozio. Credi che tornerebbe al Piano, o acconsentirebbe a venire con noi in qualche posto?
Dan s'ingelos e si insospett, fuori di luogo. Rispose un po' brusco:
- Non credo. Ma del resto, intenditela con lei. Chiediglielo.
E a Domina fece un po' di broncio:
- Che cosa vuole il Principe da voi?
- Il Principe? Nulla, ch'io sappia.  quasi un mese che non lo vedo. Anzi... - cont i giorni: -  un mese, esattamente.
- Pare che voglia parlarvi.
- Venga. Il negozio  aperto.
Viceversa non venne. E Domina aveva l'inventario. Una faccenda noiosa che le ottenne, per tutto compenso, dai Contini, una serie di seccature.
"Sono stanca", si confessava Domina.
Venne Pietro, come sempre, invece del Principe. Portava un fascio di fiori, dalla villa: delle tuberose azzurre che Domina non aveva mai visto.
- I fiori di Pietro? - chiese Domina, dividendo i lunghi steli e disponendoli nei vasi pi alti.
- Proprio. I miei fiori. "Fatti" da me, come lei dice.
E intanto ammirava le braccia tornite, le piccole mani destre, che componevano gruppi o "a solo", con una sicurezza che viene solo dal gusto.
Domina sapeva "tagliare" i fiori in un vaso, come un pittore sa tagliare un quadro. Era arte anche quella.
- Mi ammira? - si volse Domina.
- L'ammiro. Ho conosciuto a Vienna una signorina che aveva come me la passione dei fiori. Era della Slesia. Me ne innamorai. Ma mi bast una volta vederla comporre un mazzo, in un vaso, per sentirmi del tutto spoetizzato.
- Cattivo gusto? - rise la ragazza.
- Oh, no... tutt'altro: proprio l'opposto. Un gusto sofisticato, artefatto. Ma un metodo, cara mia! Ci metteva tutta una mattinata, per un mazzo come questo. Un fiore. Tre passi indietro. Due avanti. Una pausa. Contemplazione muta. Altro fiore. Diceva quello che pensiamo tutti: che anche un fiore in un vetro pu essere un'opera d'arte. Ma quella era accademia.
- Noi italiane facciamo tutto per caso. Siamo estemporanee ed improvvisatrici.
- Geniali, sempre.
Fu l'aver visto quella mattina Domina, che gli sugger l'ispirazione da tanto tempo cercata? O fu quella conversazione a battute rapide, come tutte quelle con la fanciulla, che aveva il dono di suscitare le idee dallo spunto pi umile?
Non ne parl nemmeno con Dan. Ne parl tutta la notte col Principe, seduti sul muricciolo della rotabile, che strapiombava sul mare.
L'indomani, a corsa pazza, si precipit in Via Roma.
- Ho trovato! - disse a Domina.
Le alz il volto all'altezza del suo volto, ponendole un dito sotto il mento:
- Domina, mi guardi.
- La guardo.
- Non vede di niente di nuovo?
- La barba fatta - esamin con premura la ragazza. - Un pelino rimasto qui. Un po' di sapone nell'orecchio. Oh, oh... una cravatta nuova. Vedere? Bella... Una camicia molto ben stirata. Nient'altro. Pietro di tutti i giorni.
- No - protest lui. - Un altro Pietro, un Pietro genio! Uno scopritore. Un inventore. Archimede in persona appena uscito dal bagno...
- Archimede vestito.
- Si capisce: Archimede ""novecento". Domina, ho trovato una cosa grande!
- Il fiore? - chiese Domina. - Ha "fatto" il mio fiore? "Basilissa"?
- Eh, eh! Che furia! "Basilissa" verr quando il laboratorio sar ultimato.  un'altra cosa: indovini.
- Una moglie?
- Niente. Non ci siamo. Parlo o non parlo?
- Parli! - supplic.
- Il lavoro per Domina.
- Per me?
E allora Pietro spieg, facendo una grande confusione. E mescol il "loro" interessamento a Murano, la bellezza di Domina, la sua intelligenza, i milioni del Principe, i Maestri Vetrai. E quando a Venezia l'avevano veduta impiegata di fabbrica. E quando l'avevano ritrovata a Genova. E la visita al Piano. Il mercantilismo dei Contini. E l'interessamento di Louis Charles per lei, Domina. E il suo affetto di lui, Pietro, per la pi cara sorellina del mondo.
Di tutta quella confusione Domina afferr due cose sole: che il Principe "pensava a lei", e che Pietro "le voleva bene". Si affacci, turbata, alla soglia, per aspirare una boccata d'aria. Respirava male.
- Ebbene, Pietro?
Ebbene, "essi" avevano capito che qualche cosa in negozio non andava. Era vero? Domina assent. Se i Contini l'avessero licenziata, che cosa avrebbe fatto lei, Domina, sola nel mondo? Avrebbe ancora una volta messo di mezzo Dan per un impiego? No. Domina fece cenno di no. E allora?
Lacrime nervose salirono agli occhi di lei. Le ricacci risoluta.
- Trover un altro genere di lavoro.
Quale? Miniatrice di scatole, come aveva gi fatto? Ritoccatrice? Avrebbe vestito delle bambole? Non c' che Parigi o Londra, per lavori come quelli. Impiegata, allora. Dattilografa. Ma sapeva la stenografia?
Poi cap di tormentarla: si sbrig in due parole.
Il Duca di Hristal le offriva un posto in casa sua. Era un impiego pagato, intendiamoci, non un'ospitalit o un'elemosina.
C'erano nella villa dozzine e dozzine di vasi da fiori, che occorreva disporre, sorvegliare, mutare ogni giorno. E nessuna delle addette alla casa aveva mai soddisfatto il gusto eccezionale del Principe. Non era un lavoro da nulla, perch, fra vetri, peltri, argenti, porcellane, i vasi sommavano ad un centinaio. E c'erano anche le corbeilles. E la tavola, soprattutto nelle giornate di gala. Mille lire al mese, come qui. Pi il mantenimento. Le andava? Domina disse:
-  pazzesco.
- Ma perch, Domina?
- Perch non si offrono mille lire al mese per un lavoro simile.
- Chi, non offre? Il Principe pu offrirne anche duemila, per un suo capriccio.
- Ah, me l'aspettavo la parola: "il capriccio del Principe!". "Il capriccio di Monseigneur!". Si vede una bella ragazza - mi scusi,  lui che parla - la si osserva per qualche mese; si notano in lei segni di malumore, di stanchezza; si aspetta di vederla sull'orlo di un licenziamento; e poi si dice: Eccoti mille lire al mese. - Che cosa devo fare? - Mettere i fiori nei vasi. - Vergogna!
Pietro disse solo:
-  meschina, Domina.
E usc senza salutarla.
* * *
Venne lui stesso, il Principe. L'aspett fuori, senza nemmeno chiedere di lei, nell'ora della chiusura serale. E quando apparve inquadrata nello sfondo del negozio gi buio, balz dalla macchina, aprendo lo sportello, guardandola senza una parola.
Via Roma, nel tramonto, pareva avvolta in un pulviscolo d'oro: la citt bruciava sotto il sole di luglio, ancora caldo in quell'ora.
Muti tutti e due. Pallidi, come se il loro destino dovesse decidersi in quel momento.
Senza chiederle dove fosse diretta, Louis infil Via Venti Settembre, Corso Torino in ombra, fra lo stridere dei bambini. Per Corso Italia la gente tornava lenta dai bagni, appena incominciati.
Al Lido, cercarono un posto libero sul terrazzo, dove i tavolini erano preparati per la cena. Nessuno dei due si era rivolta la parola, ma ella lo aveva seguto, obbedendo ad una volont pi forte della sua.
- Pranza anche lei? - chiese infine la voce di lui.
Ordin per due, senza aspettare la risposta.
Come una bambina castigata, Domina non osava alzare gli occhi dal piatto, e mangiava a stento.
- Non voglio forzare la sua volont - disse finalmente il Principe, quando furono alle frutta, di cui serv unicamente Domina, ed alla sigaretta, che accese per lui solo. - Pietro mi ha riferito il colloquio. Vuole ripetere a me quello che ha detto al mio segretario?
Domina ingoll qualcosa che assomigliava ad un singhiozzo represso.
- Mi meraviglio che una ragazza intelligente come lei non sappia distinguere l'offerta di un amico da quella di una canaglia. Lei mi ha creduto una canaglia. Non  vero, Domina?
Come lei chinava ancor di pi il capo, vinta da una prepotente voglia di piangere, egli la costrinse a guardarlo negli occhi.
- Che bambina! - sorrise. - Che cara bambina povera!
Gett via la sigaretta, e l'aiut a sbucciare una pesca, met per uno. Domina lenta, lui rapidissimo.
- Io la capisco, del resto - riprese dopo. Capisco che cosa deve provare una donna, bella e giovane come lei, di fronte alla vita e contro noi uomini. Paura, vero? Diffidenza?
Domina accenn di s.
- E sola, vero? Il sentimento di essere infinitamente sola, unica superstite su di un'isola sperduta? L'ho provato anch'io, quand'ero molto giovane. E sono un uomo!
" la giungla, in cui bisogna entrare, la giungla in cui bisogna pur vivere, insieme con tante belve golose.  giusto. E allora si diventa amare. Non  cos, Madonna? Si diventa un poco cattive. Dappertutto si vede solo l'uomo, pronto ad afferrare, a divorare. E per uno che forse  stato brutale, tutti gli altri pagano.  questo, Domina?
La voce sommessa disse:
- S,  questo.
- Ma il Sebenico? Lei ha dimenticato il Sebenico! -continu la voce di lui, prensile come mani che le torcessero il cuore. - Non potevamo allora farle pi male di ora, Domina, se lo avessimo voluto?
Stupita, una voce in lei diceva di s, che era proprio cos.
- Ed era pi sola che a Genova, pi inerme, e un poco desiderosa di avventura, non  forse vero?
Certo. Ma come lo aveva indovinato?
- Eppure il Sebenico  partito, per non fare del male a lei... e a qualcun altro. Non  colpa mia se poi ci siamo ritrovati, non le pare? Ed ora che siamo veramente amici, che lei  tanto pi forte che a Venezia, lo so, Domina - e disse le incredibili parole divinatrici: - maintenant que vous ne croyez plus aux fables: adesso che non crede pi alle favole, di che cosa ha paura?
Gli occhi che non mentivano si alzarono ai suoi, sincerissimi.
- Non ho pi paura.
Le accarezz una mano, di volo. Sorrise. Fu improvvisamente, prodigiosamente giovane. E Domina trov il coraggio di parlare, a sua volta.
-  quel lavoro, cos facile, cos "troppo" compensato...
- Solo questo? Ma questo  poco per rifiutare. Lo compenseremo meno, vuole? E poi, Pietro stupidamente non ha detto la cosa pi importante, di tutta questa storia. Lei non sar una donna sola, Cappuccetto Rosso fra due lupi disposti a mangiarla. Il mese venturo arriver una mia parente, l'unica persona prossima con la quale io vada perfettamente d'accordo.  madame la Comtesse di Aquisgrana: una donna molto simpatica, mia madrina, che diventer un poco la sua. Vede che ho pensato a tutto?
Cap che, ostinata e orgogliosa quale era, non avrebbe detto di s ancora. Prefer occuparla di piccole cose: una vela che passava, delle coppie che ballavano, un tango nuovo. Ma non le chiese se ballava, ed anche di questo gli fu grata, di vedere che non la trattava come una commensale solita, sola al tavolino di un uomo, ma come un'amica, con la quale  pi piacevole conversare.
Le luci si erano accese. Il mare, sotto, si rompeva con un respiro che si distingueva benissimo, diverso da scoglio a scoglio.
Lontanissimi, i lumi della costa indicavano il cammino verso la Saracena.
- Se verr, avr tante cose da fare. Lo sa, Domina? Nella mia casa  sempre mancata la mano intelligente di una donna.
- Oh, la sua bella casa... - protest Domina.
- Bella, ma fredda. Senz'anima, una casa da scapolo. Avrei voglia di vedere il miracolo che una Domina sa compiere, con gli elementi ch'io posso mettere a sua disposizione.  un gioco al quale non ho mai assistito.
- Un capriccio, mon Prince? - rammaric la voce dolcissima.
- Perch no? Un capriccio! E con questo? Non  detto che i capricci debbano durare lo spazio di un mattino. Il mio capriccio per il mare dura da quando ero ragazzetto. Ed ora sono vecchio...
Tese verso di lei, con una civetteria a ritroso, il volto interessante e stanco:
- Un vecchio gentiluomo, no?
Mentre egli si allontanava, trasportato dalla macchina bianca verso la riviera, Domina saliva le scale della sua abitazione, in Soziglia. Erano novantanove scalini. Li aveva contati tante volte.
Non si coric, e nemmeno si spogli. Non aveva sonno. Com'era possibile dormire, con quell'offerta che la tantalizzava; con l'immagine della casa che l'attendeva lass, alta sul mare; della camera che "tutte le sere dormiva con le finestre aperte, per aspettare Domina"?
L'aveva lasciata libera di dire di s, quando avesse voluto. E con grande tatto, nel ritorno, aveva trovato modo di chiedere, incidentalmente, se credeva che per una ragazza cinquecento lire al mese "possano bastare per le piccole spese". Cinquecento lire. Questo sarebbe stato il suo stipendio. E non era denaro rubato, o regalato, come le era sembrata la prima offerta.
Gi il fatto di non essere "sola con loro", la rassicurava. E metteva a posto molte cose, anche nei riguardi di Dan.
Dan, che cosa avrebbe detto Dan, del nuovo mutamento? "Oggi Fregoli non usa pi". Ed ecco Fregoli diventava lei, questa volta. Ma Dan avrebbe dovuto, dopotutto, arrendersi all'evidenza delle cose: "I Fiori del Fuoco" era diventato per lei un ambiente irrespirabile, ed un altro impiego per il momento era ben difficile scovarlo.
Si affacci alla finestra che, come quella di Venezia, guardava sul tetto di un'altra casa, ed era vigilata dal campanile delle Vigne. La voce delle campane, anche qui, accompagnava i suoi pensieri, e la indecisione della sua volont.
"Un altro ballatoio... - si disse, ritornando all'immagine della scala. - Un'altra rampa. Ma non mi pare pi la scala di servizio. Questa volta la bambina povera passa per la scala "dei signori".
Il Principe non le aveva detto "Mi scriva". E nemmeno "Mi telefoni". Pure, quando una settimana dopo il campanello chiam, nella camera della torre, Luigi Carlo si disse subito: " lei".
La voce che chiamava da Genova era incerta, come di chi al telefono sia nervoso e malsicuro. Infatti a Domina non piaceva telefonare.
- Con chi parlo? Cinquantatr, Piano di Invrea? Pronto? Pronto?
- Sono io, Domina - fece la voce, calma, che acquetava ogni tumulto.
-  lei, mon Prince? Pronto? Mi sente?
- La sento benissimo.
- Ho deciso... voglio dirle che ho deciso. Mi sono... questa mattina mi sono licenziata.
Nessuna risposta, da lass.
- Mon Prince? Mi sente?
- Molto bene, Domina.
- Ho detto che mi sentivo male. Non ho detto che non andavamo d'accordo... perch... mi dispiaceva ammetterlo. Finisco i quindici giorni, perch arrivi la nuova signorina... Ci avevano gi pensato. Sono libera!
- Mi rallegro, Domina. Quanto tempo vuole per prepararsi a venire?
- Oh, non so. Bisogna che veda Dan. Tutto da disfare, tutto da imballare. Posso portare i miei libri, Principe?
- Ma certo, tutto quello che lei vuole.
- Anche un secrtaire... molto antico? Lei crede che non stonerebbe... - la voce non os dire nella mia camera".
- Nella sua camera, Domina? Ma tutto quello che le appartiene  molto bello, certamente.
- Grazie, mon Prince.
Non ostent una grande soddisfazione. Non le chiese se le occorreva qualcosa. Ma Pietro si mise a disposizione di Dan, per tutto quanto serviva alla ragazza.
Il pi stupito di tutti, pi ancora dei Contini, fu appunto Dan, per quel mutamento che disfaceva la camera e la vita di Domina, che la portava via da Genova, la sradicava dal negozio e dal lavoro consueto.
Aiutava mestamente la ragazza ad imballare i libri, i quadri, a chiudere il baule con i vestiti, ad ingabbiare il mobile antico. E si malediceva, in cuor suo, per quel giorno in cui le aveva proposto il viaggio a Venezia.
Tutta la colpa veniva di l, dal viaggio a Venezia.
- Quasi un anno fa, Domina.
- Non siate malinconico - lo consolava la baccanetta. - Voi siete amico di Pietro e mio, e verrete tutti i momenti al Piano. Chi vi dice che il Principe non mediti un invito in grande stile, di sei mesi almeno?
- Non accetterei.  una cosa troppo bella per me.
- O per me, dunque?
- Per voi, no. Non capite che voi siete nata per quei tappeti, quei mobili, quelle stanze da bagno, e quell'argenteria? Alice nel paese delle meraviglie... L'avevate fin da bambina, lo avete nel nome, quel segno di regalit che non si cancella.
Domina protest:
- Siete sempre esagerato. Io ci vado a servire, in quella casa. - Non os dire: "a lavorare". - E sono pagata, per vivere tra il lusso.
- Ebbene, quando troverete un impiego anche per me, ci verr pure io. Vediamo un po'?... Pulitore delle statue di Sua Altezza il Pretendente?
Passarono, per avviarsi alla stazione, da Via Roma. Erano le due ed il negozio aveva calato la griglia sulla vetrina.
- "I Fiori del Fuoco" - lesse Domina. - Hanno finito di fiorire, per me.
- Ci entrerete come cliente.
Perch Dan Lucini la vedeva cos, avviata al suo destino. E se gli avessero detto l'indomani che da una macchina bianca, ferma sulla strada umbertina, era scesa una giovane donna elegantissima, coi capelli color mogano, di cui si sussurrava che era l'amica del Principe d'Austrasia, non se ne sarebbe stupito.
La "saturazione" - o il caso - aveva portato Domina fin l.
Neppure tutto il suo antico affetto di amico, la sua devozione di fratello, sarebbero valsi a farla tornare indietro.
Tanto egli si era abituato all'idea che, nel paese delle meraviglie, ci dovesse essere un posto anche per Domina. Una cosa sola gli faceva grande malinconia: il pensare ch'ella vi giungesse per una scorciatoia, non per la chiara, soleggiata strada maestra.

 PARTE TERZA.
CORTIGIANI PAGATI.
 1.
Pietro aveva ragione. Non si poteva chiamare una occupazione riposante, quella di passare in rivista ogni giorno il collegio di vasi da fiori che la Saracena ospitava.
In compenso, era una occupazione gentile.
Domina Marsaglia la paragonava a quella della maestra-giardiniera, che in un asilo d'infanzia esamina al mattino i grembiulini rosa delle bambine, quelli azzurri dei maschietti. Toccare qua e l un fiocco, raddrizzare una scriminatura, far gonfiare a colpi rapidi e leggeri le onde dorate di una capigliatura infantile. Esaminare se le manine sono ben pulite. Ed aprire un bel fazzoletto largo, candido, di bucato, sotto un nasetto un po' moccioso.
Anche lei, ogni mattina, era attesa da piccole creature che gi erano appassite nelle coppe preziose, ed allora occorreva gettarle via. Oppure vi continuavano a vivere orgogliose, quasi certe di non morir mai. O vi aprivano felici le neonate corolle.
Un saluto giungeva dai fasci prepotentemente gettati, a macchiare di una nota allegra la parete di una camera, l'angolo di uno studiolo, nelle sale aperte di fronte al sole ed al mare; dai mazzolini leggiadri, ottocenteschi, nei vasucci di Orrefors, di Murano, in cestelli d'argento cesellati. Ed era proprio come il benvenuto infantile, a colei che amorosamente li cura.
Presto levata, dopo il bagno, acconciata sommariamente, con le trecce appuntate ad aureola che le facevano una testa da zarina, Domina indossava l'abito da lavoro: una tunica fresca di lino, sbracciatissima, scollata in quadro. Ne aveva trovate gi pronte diverse, nell'armadio, fatte a sua misura, in colori che le si addicevano.
Scendeva svelta per lo scalone di ardesia, lucido, attraversato dalla passatoia di feltro bianco. La scala riposante portava, in penombra, alla luce delle stanze terrene, ed era divertente percorrerla guardando gli affreschi sulle pareti che l'ingabbiavano: dipinti di un tardo Seicento, uccelli strani, sequenze di giardini, cornucopie di frutta e di fiori. Non una figura, se non quella di certe scimmie maliziose, affacciate di tra le pieghe delle stoffe, a cavalcioni di balaustre in prospettiva.
La villa era, in quell'ora, silenziosissima. E poteva sembrare disabitata. Fuori, sulla ghiaia dello spiazzo, non c'era che il passo di qualche giardiniere, col secco rumore delle cesoie che potavano, ed il frusco delle lame che tagliavano l'erba.
Per il riordinamento e l'attrezzatura dei vasi a Domina era stata destinata una stanza a settentrione, che comunicava col giardino per mezzo della portafinestra a piccoli vetri quadrati, "alla genovese", intelaiati entro listelli di legno, bianco di fuori, di un verde lattiginoso internamente.
Gi la servit l'aveva battezzata "la stanza dei fiori", anche perch le pareti ripetevano il motivo, che era come il tema su cui Domina componeva le sue armonie. Quattro mezzari, che la fanciulla aveva portati dalla camera di Genova, la tappezzavano. Ed un quinto grandissimo ricopriva il soffitto.
- Mi pare di essere un fazzolettino in una scatola di crtonne - diceva Domina.
Dalle serre, dal giardino, Pietro le mandava i bei fiori ch'ella doveva mutare e alternare. Talvolta li sceglievano insieme, il giorno prima. Ma avveniva spesso che Pietro glieli inviasse a caso, mietendo fra i tanti che la natura faceva liberamente crescere sul promontorio, ed i semi rarissimi che la scienza di lui affidava alla terra, perch essa glieli rendesse in rigogliosa fioritura.
I fiori giacevano sulla lunga tavola di metallo tubolare, col piano di cristallo, che assomigliava ad un tavolo operatorio. Da loro emanava uno strano odore, fatto di foglie bagnate, di steli recisi, di petali profumati: un odore che dava nausea e piacere insieme. Da quel cocktail di profumi, di volta in volta, emergeva uno degli elementi che lo componevano: e quando era quello dei petali, la stanza chiusa evocava il giardino; quando invece era quello delle erbe, sapeva stranamente di camera mortuaria. Allora il ribrezzo vinceva il piacere.
Ma, in verit, quale lavoro, pi d'ogni altro che Domina avesse compiuto fino allora, poteva accontentare il suo gusto estetico e darle modo di creare, variando ogni giorno qualcosa? C'erano in lei predilezioni per certi colori, per date sinfonie di colore, che solo cos ella poteva finalmente appagare. Cos, o dipingendo un quadro, se avesse dipinto come suo padre.
Solamente particolari fiori, ella aveva notato, possedevano intera la gamma prediletta.
Le tonalit dal giallo croco al rosso rame, solo le cappuccine e le zinnie, insieme a certi gruppi di calendule e di calceolarie. Mentre le dalie, i ciclamini doppi e tripli, possedevano il segreto del viola porpora, del violaceo e del rosso vinaccia, in petali di velluto che erano una gioia per l'occhio.
Senza nessun programma prestabilito, ella aveva suddiviso in gerarchie le varie specie di fiori, a seconda fossero destinati alle sale pi importanti o alle camere secondarie, alle stanze del piano terreno o a quelle superiori.
C'erano cos le calle disdegnose, fredde, superbe, per certi vasi cinesi, cloisonns, che nell'atrio davano il primo saluto a chi entrava. Le calle, contro l'azzurro quasi metallico, o il rosso sangue della porcellana, risaltavano stupendamente. E pure all'anticamera erano riservate le amarillidi rosso fuoco o rosa corallo, ed i ciuffi vermigli della salvia.
Per la sala delle mappe, degli astrolabii e delle antiche stampe di navi, Domina aveva lungamente esitato, fra certi piccoli girasoli gialli, a lungo stelo, e gli oleandri bianchi, rosa e rossi di cui il giardino dava una ininterrotta fioritura. Avevano vinto questi ultimi, ch'ella variava di colore quasi ogni giorno, di modo che l'odore amarognolo della stanza, la quale faceva sognare, con le sue figurazioni, a terre lontane, a viaggi, era sempre accompagnato da un'immagine di bianco, di rosa, di rosso.
Superbe rose, di ogni tinta, d'ogni variet, sbocciavano entro i cristalli e gli argenti della sala da pranzo. Mentre le salette moderne si ornavano, nei loro soprammobili stilizzati, di fiori allegrissimi, sullo stelo un poco rigido; e quelle poche invece che evocavano il Settecento o l'Ottocento, con garofani, vainiglie, piselli odorosi, sentimentali mazzi di giorgine.
V'erano appunto certe ceramiche di Nove, certi Saxe a mazzolini, ch'era una gioia scomporre nella loro policroma decorazione, per ricostruirla poi, al vivo, con freschissime corolle.
"Ricamo a telaio i mazzolini rococo per una veste da sposa", descriveva Domina, quando si dedicava a quello studio.
Ad opera finita non si sapeva se ammirare di pi il capolavoro del vasaio, o quello della fioraia, tanto intima risultava la fusione fra le tinte miniate a fuoco, e quelle create dalla natura, ricomposte dalla fanciulla.
Solo le strane tuberose azzurre di Pietro, le orchidee rosa da lui create, sembravano armonizzare con gli arredi delle camere "novecento", disadorne fino alla freddezza.
Domina andava, veniva, con passo lievissimo, per le stanze che sembravano chiudere un mistero entro quel loro silenzio. Collocava i vasi, le piccole coppe, in ombra o in luce a seconda dell'estro. Molte ore passavano in quel lavoro donnesco, variato nella sua monotonia.
Mezzogiorno stava per suonare: la villa si svegliava allora allora. Mormorii giungevano dal retro della casa, dove abitava e lavorava la servit. Tintinno discreto di posate, di stoviglie, dalla sala da pranzo. Sciacquo di bagni adoperati, dal primo piano. Passo di cameriere nei corridoi.
Domina paragonava quella villa solitaria, a ridosso del bosco e affacciata sul mare, ad una casa di salute, ad un convalescenziario.
E forse in realt coloro che l'abitavano erano convalescenti, che il sole e la pace guarivano a poco a poco.
* * *
Fin dal primo giorno, Domina aveva rifiutato la colazione che il maestro di casa le aveva fatto portare in camera.
Ella si considerava come una dipendente: solo un poco pi su del maggiordomo, per la differenza di nascita, di cultura e di educazione. Ma era entrata l dentro per compiere, come lui, un determinato lavoro. Non era giusto, quindi, che le si riservasse una condizione di privilegio.
-  monsieur le Prince, che ha dato l'ordine di servirla in camera, signorina - osserv la cameriera, quando Domina la preg di "riportare gi tutto".
- Preferisco far colazione in giardino.
Infatti il t le pareva squisito, seduta alla tavola di pietra corrosa. Il mare da l non si vedeva, ma veniva dalle alte pinete un aroma mattutino, inebbriante, forte come un liquore. Piccoli uccelli volavano di pianta in pianta, si avventuravano fin sul viale che solo pochi mesi prima era deserto. Dalla casa, dal giardino, dal bosco, giungeva una pace inverosimile, estatica. La citt pareva assai lontana. La vita era una nota lunghissima, sospesa.
Dov'erano le inquietudini, i piccoli crucci? Domina li aveva lasciati dietro di s, salendo alla Saracena. E fino allora nulla di ci che le aveva dato noia era pi riapparso.
Di quello che era stato per lei "il passato", non giungeva ormai a Domina che una pallidissima eco, con le lettere brevi ma frequenti di Dan. Egli le parlava di amici comuni, dei "Fiori del Fuoco", funzionanti piuttosto male che bene sotto la nuova direttrice. Le mandava saluti e le chiedeva notizie promettendo di venire presto.
Ma tutto appariva lontanissimo.
Ancora una volta ella doveva constatare ci di cui aveva sempre dubitato: la sua estrema facilit di adattamento, per cui aderiva al nuovo ambiente, quando esso esteticamente la soddisfaceva, scordando cose e persone gi necessarie.
Ma poich, pi che alle persone, si adattava presto alle cose, subito amandole, Domina diceva di s: "Sono come i gatti, che vogliono bene alla casa, pi che al padrone". E questo in fondo non le dispiaceva.
Pure, da altri oggetti, intorno a lei, venivano antichi richiami. Era la marina, firmata da sua padre, che la riportava di colpo in Via Lavinia. Ella si vedeva bambina accanto a "papano", tutta persa ad armeggiare fra colori e tinte, ch per farla star buona Mariano Marsaglia le abbandonava i tubetti vecchi, le tavolozze ed i pennelli inutilizzati.
Osservando quel piccolo quadro, Domina si era ricordata di quando "papano" lo aveva dipinto: era stata una domenica, a Vernazzola, e intanto che lui dipingeva lei si era divertita a saltare di scoglio in scoglio, e ad un tratto era scivolata sulla borraccina verdemarcio della riva, imbrattandosi il bell'abitino della festa.
Anche l'antico secrtaire, nella camera linda, la richiamava al passato. Alle sue ricerche pazienti di adolescente, sognatrice di tesori, per scoprire, fra cassetto e cassetto, fra stipo e stipo, il "segreto" che ci doveva pur essere. Perch qualcuno le aveva detto che "tutti i mobili antichi hanno un segreto".
Quanto ci aveva lavorato intorno, col temperino e con le forbici! Ancora riconosceva una piccola tacca, nell'angolo, lasciata nel punto dove pi accanita era stata l'esplorazione.
E quante ore aveva passato seduta in terra, davanti all'ultimo cassetto spalancato, quello che conteneva alla rinfusa i libretti d'opera ereditati dal nonno!
Il padre del pittore Marsaglia era stato a sua volta disegnatore di costumi per vani teatri dell'"Ottocento". Egli aveva conservato e trasmesso al figlio tutti gli spartiti delle opere alle quali aveva assistito, o che aveva contribuito ad allestire. C'erano, spesso, in margine a molti di quei libretti, delle note quasi illeggibili. Ed anche delle figurine divertenti: l'"Italiana in Algeri" con la crinolina; "Poliuto" col pizzo.
La fantasia di Domina, in gran parte, si era allenata su quei libretti a piccoli caratteri. Ella si meravigliava, talvolta, di non esserne uscita con una decisa vocazione per le scene. O con una predisposizione a diventare autrice drammatica. Tanto, da piccina, il romanticismo falso del melodramma italiano era diventato il suo mondo.
Ora il vecchio stipo, giunto al Piano con due casse di libri ed un grosso baule - tutte le propriet immobiliari di Domina - era stato restaurato: l'antica impiallacciatura di radica, le sagome a ricciolini, ritoccate qua e l, nei punti in cui gli anni ed i maltrattamenti lo avevano deturpato. Cos lucido, col piano superiore a vetri tersi che custodivano i cari libri, era ancora bellissimo.
- Questo mobile le rassomiglia, Domina - aveva osservato il Principe, quando il secrtaire ricomparve, ringiovanito dalle cure sapienti. - Anche in lei c' questo carattere inconfondibile di razza, che non si cancella. In mezzo alle altre donne, lei sar sempre ci che  questo capolavoro fra gli arredi troppo nuovi della sua camera. Senza contare che ha il preciso colore dei suoi capelli.
- Ma io non sono nobile - ricord la fanciulla - e mia madre era popolana.
- Non importa. Lei  artista. Questo basta.
Pur sapendo che egli esagerava, Domina gli era egualmente grata per frasi come queste.
Ma pi che trovare una rassomiglianza fra se stessa e il mobile, le piaceva paragonarlo all'avo centenario fra i nipotini giovanetti: talmente risultava infatti bizzarro il contrasto con la razionalit della camera. Il piccolo scrittoio verniciato di color nasturzio, cos buffo con i suoi ripiani per le riviste, con i cassetti a cerniera per le penne, per il calamaio, pareva proprio il pi giovane, il pi sbarazzino, il pi moderno di tutti quei nipoti.
Inutilizzato, per. Le ore del mattino passavano tanto occupate, e quelle pomeridiane troppo rapide, perch'ella potesse dedicarsi, come per esempio Dan avrebbe voluto, alla corrispondenza.
Le lettere dell'amico genovese si ammucchiavano. "Scriver domani", si diceva Domina. E le avveniva di preparare tutto: di tirar fuori la penna nuova, la carta, su cui in caratteri di fuoco era stampigliato, a rilievo: "La Saracena" - Piano d'Invrea. Era una carta da lettere che metteva soggezione alla bella bambina povera, e che a Dan avrebbe fatto spalancare tanto d'occhi, talmente sapeva di grande dimora signorile.
Ma nemmeno i bei fogli riuscivano a smuoverla dal torpore di benessere che l'intorpidiva tutta, come il sole intorpidisce i corpi ammalati, distesi sui lettucci, nei "solarii" di montagna.
Che cosa dire, d'altronde, all'amico? "Sono contenta. Passo le giornate tra i fiori. Pietro e il Principe sono molto gentili con me". Era ben poco.
Ed aggiungere anche che tutto era diverso da come lui aveva immaginato; da come lei aveva prima temuto?
Era entrata in quella casa quasi con l'animo di un Cappuccetto Rosso, che si incammina per il bosco verso la casa della nonna. Incontrer il lupo? La divorer? Ed ecco il lupo si rivelava innocuo, innocente. Perfino il lavoro che il Principe le aveva preparato nella sua casa, ora si rivestiva di una cordialit quasi eccessiva.
C'erano infatti alcune sfumature che Louis Charles aveva imposto, e che la portavano, ostensibilmente, dal piano di una dipendente a quella di un'ospite privilegiata.
Che Domina Marsaglia sedesse anzitutto alla sua destra, a tavola, servita per la prima, accontentata nei suoi gusti, come una bambina viziata.
Che la fanciulla fosse sempre presente al t delle cinque. Che questo t fosse curato da lei nei minimi particolari, presieduto e servito dalle sue mani, come una padrona di casa. Qualche volta era persino avvenuto che il Principe stesso le desse indicazioni in proposito, quasi egli fosse estremamente sollecito ch'ella si comportasse senza il pi piccolo errore di etichetta mondana.
Di sera, poi, come lui e Pietro indossavano la giacca nera, Domina doveva abbigliarsi con eleganza. Perci Pietro era stato incaricato di anticiparle qualche mesata, da spendere "per rifornire il guardaroba".
- Ma se ho gi un armadio pieno di vestiti! - protest Domina, quando il segretario le manifest il desiderio del Principe. - E sono uno pi carino dell'altro. Vuole vederli?
- Non ne dubito. Nemmeno il Principe ne dubita. Ma per la sera egli pretende ch'ella abbia qualcosa di veramente irreprensibile. I suoi vestiti da sera sanno un po', dice, "di primo ballo".
- Che cosa voleva? - chiese Domina offesa. - Che io portassi dei modelli da donna fatale?
- Pu darsi. Secondo lui, mi pare, il suo genere di bellezza non intona con la eleganza ingenua di una educanda.
"Dunque, la mia bellezza  una cosa tanto importante per il Principe?" fu quasi tentata di chiedergli Domina. Ma tacque. Poich intuiva che, su quel punto, forse non si poteva chiedere a Pietro tutta la verit.

 2.
C'erano due cose che Pietro non poteva tollerare: che si spolverassero e si riordinassero i cento aggeggi caotici delle sue camere, e che si entrasse nella parte delle serre destinate alle ricerche ed agli esperimenti di semina e di innesto. Quella ch'egli chiamava pomposamente: il "laboratorio".
Solamente per Domina egli faceva un'eccezione. E, naturalmente, per il Principe.
Per arrivare al laboratorio, occorreva attraversare il muro delimitante ad ovest i giardino della Saracena. Una breccia era stata ridotta a decoroso cancello il quale, per il sentiero sotto i pini, conduceva alle fasce, adibite ad orto e a frutteto. L fuori, appunto, in un punto pi alto ancora della villa, le serre luccicavano coi loro vetri grigiastri, arroventati dal sole. Ci voleva tutto il coraggio di Domina per arrivare ogni giorno fin l.
Il suo coraggio, e il bisogno di conversare con Pietro. Di vederlo, chiuso entro un camice bianco come un medico, con guanti di gomma come un chirurgo, operare sulle piante malate e su quelle ch'egli voleva trasformare, incrociandole con altre della stessa famiglia, o di linfa opposta.
- Non si  mai accorto, Pietro, di compiere qualcosa di veramente mostruoso? - chiedeva Domina, rannicchiata accanto a lui su di uno sgabello, intenta a quelle mani pazienti ed abili, con l'avidit di una bambina curiosa.
- Vale a dire?
- Vale a dire che obbliga a dei matrimonii forzati certe piante che non penserebbero mai ad amarsi.
- Giusto. Ma intanto lei gode, con peccaminosa golosit, del frutto ibrido di questi matrimoni. Non  forse vero?
- Ah, quella pescamelarancia dell'altro giorno!  ancora un mistero, per me, come lei abbia fatto, da un peschettino alto cos, a ottenere dei frutti tanto grossi, tanto buoni e tanto strani. Ma tutto qui  molto strano, Pietro.
- Strano per lei, che  una bambina fantasiosa, e mette un po' di favola dappertutto.
- Gi. Lo diceva anche Dan. E me lo ha detto il Principe. Ora per alle favole non credo pi.
Curiosava nello stanzone tutto vetri, dove erano allineate, in cassette ed in vasetti, delle quantit innumerevoli di campioni di terre.
- Cos' questa, Pietro? - pizzicava tra le dita una presina di polvere rossastra.
- Terra del Finale.
- Per che fare?
- Per farla mangiare alle ragazze curiose.
- E questa, Pietro? - Una cassetta racchiudeva della sabbia, arena di mare, divisa in tre scompartimenti.
- Sabbia di Lavagna, di Portolongone, e di qualche spiaggia della Sardegna.
- Mi pare tutta eguale.
- Dovrebbe esserlo, infatti, quando si pensi che sul lido di Lavagna, all'Elba e in Sardegna, fioriscono in riva al mare i bulbi dell'emerocale; una gigliacea stranissima, bianca, a foglia spinosa, che attinge l'umidit dal profondo sottosuolo.
- L'emerocale! Che bel nome! Vuol dire "bello di giorno", vero?
- Oppure "bello un giorno". La superstizione vuole che duri un giorno solo, sullo stelo.
Passava in rassegna le pareti, decorate con matasse di raffia: odorava l'aroma di cera, di resina; toccava spatole e pentolini; sfiorava le punte dei coltellini da innesto, con le stesse precauzioni cautelose che le donne usano per toccare i bisturini. Guardava con diffidenza invincibile il microscopio. Le grossissime lenti le servivano per osservare, con preoccupante attenzione, l'epidermide delle sue mani.
- Quante cose che non sapevo, qua dentro! - concludeva, sporgendo verso di lui il chiaro volto dove i pensieri, passando, si riflettevano, come il lago riflette le soffici nuvole del cielo.
"Non avevo mai supposto che un uomo, un giovane, un... bel giovane - gli diede un'occhiata di languida canzonatura - potesse chiudersi per delle ore in un laboratorio come questo. Per concludere... che cosa? Un poco di bellezza di pi, nel mondo. Un sapore nuovo. Un colore strano.
- Lei trova tutto questo inutile, vero, Domina?
- Io? - scatt la ragazza. - Ma io sar sempre con quelli che creano l'inutile bellezza, l'effimera gioia di un fiore. Se lo ricordi, Pietro. Ci non toglie ch'io trovi singolare la sua occupazione. E affascinante!
Con la meticolosit dell'orologiaio che innesta rotelline su rotelline, fissandole con la punta di un pernio sottile, Pietro lavorava intorno alle sue piante. Da quelle grasse aveva gi ricavato insuperabili e grotteschi capolavori.
- Cattive bestioline pungenti - le chiamava Domina. Si divertiva ad osservarle da tutti i lati, a guardarle controluce, a contarne, ma era impossibile, gli aculei di protezione.
- E dire che tutti questi aghi verdi sono le unghie delle bestioline spinose! - Quindi protestava: - Non potevano farle pi rade e meno penetranti?
- Debbono pur difendersi dagli insetti, che le divorerebbero in un attimo.
- Sono dunque tanto buone?
- Sono i serbatoi del deserto, Domina. Quando tutto si dissecca e muore intorno a loro, esse hanno ancora una riserva, entro la loro carne grassa.
- Oh, le avaracce!
Pietro la sentiva frugare dietro di s, in tutti gli angoli, come un topolino. Sfogliare cataloghi. Esaminare semi. Quando il silenzio durava da troppo, si voltava: Domina si era perduta su qualche grossa pubblicazione tecnica, ed egli sorrideva della seriet con la quale poco dopo diceva:
- Voglio studiare botanica.
- Non ci riuscir mai.
- Perch?  tanto difficile? Sono sempre riuscita in tutto ci che ho voluto.
- Ci vuole la pazienza che lei non possiede, Domina. Lavorare oggi, per ore ed ore, poi raccogliere fra una settimana, fra un mese, fra un anno. Bisogna aver la stoffa del contadino. Come me.
- Contadino di lusso!
- Sia pure. Ma non inquietarsi se un innesto non riesce, come il contadino persevera, anche quando il raccolto va a male. Sorvegliare le piante, il fiore che nasce, senza fretta. Guardare sempre e solo al domani. E per oggi non chiedere che un po' di lavoro.
- Non so guardare al domani. Voglio l'oggi, io. Ma vorrei che durasse per sempre.
- Appunto. Lei  donna. E chiede l'impossibile.
Allora Domina interrompeva la conversazione.
- Qualcosa so gi. Senta, Pietro. - E recitava, per farlo ridere, con voce mistica, le litanie dei nomi che pi le piacevano: - Calycanthus floridus, Citrus trifoliata, Corylus purpurea, Cydonia Japonica, Hybiscus Syriacus... Questo  lei, Pietro.
- Perch?
- Perch ho letto non so dove che gli Illirici sono originarii della Siria. Lo avevo detto a Dan che la immaginavo con i baffi lunghi. Le piace essere un Hybiscus Syriacus, Pietro?
- E il Principe, a che cosa lo paragona, piccola cantastorie?
- C' una rosa: Prince de Bulgarie, una rosa pallida, con le carni d'argento, sfumate salmone. Lei ne creer una quasi simile: Prince d'Austrasie. O meglio ancora mi piacerebbe: Souvenir de Venise.
Si oscurava ad un tratto, come se un'ombra fosse scesa nel chiaro laboratorio. Qualcosa che Pietro non riusciva a vedere, ma che spegneva la voce gioiosa.
Era il momento in cui, alta sul suo seggiolone, pensosa, con gli occhi lontani, Domina rassomigliava davvero a una bambina povera.
Poi si scuoteva:
- Vado a vedere come si conducono i suoi marmocchi.
Spariva dalla porticina, che immetteva nelle serre lunghissime, suddivise a fioriture su vasta scala: orchidee, calceolarie, begonie, si succedevano o si alternavano a seconda del colore.
Odore di muschio, di felci, di capelvenere umido. Grandi foglie di muse, agitate come ventagli al lieve passo della fanciulla. Cascate di bougainvillee viola, lungo i ferri dei sostegni.
E nelle serre pi asciutte, quasi chiuse ermeticamente ad ogni soffio d'aria, dove il respiro un poco mancava, quelli che Domina chiamava i "centomila bambini di Pietro": i cereus, i cactus, le opunctie, le echeverrie.
Tutto un vivaio di piantine quasi impercettibili; una fungaia, nei vasi piatti come vassoi, di mostriciattoli, teneri ancora di colore, con le spine molli come unghioline. Quella parte delle serre da lei era chiamata, per distinguerla dalle altre: la nursery della Saracena.
* * *
Mai il Principe aveva mostrato fastidio per quelle visite di Domina al laboratorio. Sembrava egli considerasse logica la permanenza della fanciulla accanto al suo segretario, e se anche la cosa gli spiaceva, non lo aveva rivelato a nessuno.
Domina per sapeva ch'egli non transigeva sulla sua presenza all'ora del t. Soprattutto quando la giornata era stata molto afosa, voleva ch'ella curasse minuziosamente la preparazione delle bevande gelate, la presentazione della bella frutta in ghiaccio. La merenda allora veniva approntata nella pineta, da cui il mare si intravedeva solo attraverso gli strappi del verde.
Non tollerava nemmeno, un minuto di ritardo. E occorreva che Domina si acconciasse anche per quella breve ora, in cui Pietro si staccava dai suoi fiori, il Principe dalle sue mappe e dai suoi libri.
V'era un cerimoniale prestabilito, di cui la fanciulla aveva imparato a memoria le sfumature. Frasi eleganti, stereotipate, in cui il Principe portava la degnazione di un sorriso, e Pietro la buona volont della sua allegria. Pure, Luigi Carlo lo riconosceva:
- La Saracena non  un luogo molto piacevole per le ragazze desiderose di novit. Non le pare, Domina?
Ma la fanciulla scuoteva la testa, sincera:
- Non sono mai stata cos bene come qui, mon Prince.
Sempre, come la prima volta, a quel titolo il Principe si stizziva.
- Ha ragione. Mi perdoni. Ma non posso d'altra parte chiamarla sempre "signore".
- Non  necessario. Le ho gi detto, mi pare, che per gli amici mi chiamo Louis.
- Ma qui  impossibile. Qui tutti troverebbero molto strano se io la chiamassi per nome...
Il Principe parve seccatissimo:
-  ben strano ch'io debba sentire dalla sua bocca questa parola: "Tutti ". Che sottintende, se non erro, la signora Antonietta, guardarobiera; il signor Giacomo, maggiordomo... e gli altri!
Con quale disprezzo disse: "gli altri!".
- Noi siamo intesi ch'ella  quass stipendiata, per desiderio suo, Domina. Si ricordi, non mio. Ma  in casa mia, mia amica. Non si rammenta pi ci che le ho detto al Lido?
Se ne ricordava, certo. Com'era possibile non ricordare quella sera che aveva segnato come una zona di pace, nel turbine ch'era stato il loro incontro, simile allo specchio di bonaccia che ferma la vela sull'acqua increspata? Dimenticare ci ch'egli chiamava "la loro amicizia?".
Mai pi, ascoltando il mare di sera, Domina aveva potuto scacciare il ricordo del mormoro che aveva accompagnato quelle ore.
Ma anche, Domina lo riconosceva con rammarico, mai pi egli aveva ritrovato quel volto; la voce che l'aveva persuasa, piegata, con le sue maschie inflessioni.
Il Principe temeva ch'ella si annoiasse. Avrebbe potuto dirgli invece che tutte le giornate passate alla Saracena erano piene per lei di sensazioni conturbanti, di cui le sfuggiva ancora l'arcano significato.
- Non vi pare, Pietro, che occorrerebbe cercare qualche distrazione per questa bambina?
Pietro, come gi Dan, era sempre disposto a dire di s, quando si trattava di Domina:
- Potremmo scendere a Varazze, la sera.
- No, non ancora. Non desidero farlo prima che la Contessa sia qui.
- I bagni, allora.
Il Principe si volse a Domina:
- I bagni... che cosa ne dice?
Domina dentro di s non vedeva una grande differenza fra i bagni alla spiaggetta sottostante il Piano, e le gite serali a Varazze. Ma poich ai due il disegno aveva tutta l'aria di piacere, diede la sua approvazione.
- La signora Antonietta scender alla spiaggia con lei per tutto quanto pu occorrerle. E domani, Pietro, bisogner provvedere per la cabina.
- Sar fatto.
Quando Pietro diceva "Sar fatto", si poteva essere certi di vederlo partire subito, in macchina. Chino sul volante, elaborava poi la proposta fin nei suoi minuti particolari.
- Straordinario! - pens ad alta voce il Principe, vedendolo allontanare. - Se io avessi l'intelligenza lucida di Pietro...
- Che cosa farebbe, Louis?
Per il nome che questa volta le era venuto spontaneo, le pass grato una sigaretta, sorridendole buono:
- Se io avessi la sua lucidit e la sua volont, non avrei accettato di rimanere un fuoruscito, come tutti quelli della mia famiglia. Con quell'energia l, a vent'anni, avrei ascoltato coloro che mi dicevano di osare. E oggi non sarei fra i re in esilio.
Domina sapeva quella storia. Louis Carlo Lodovico d'Hristal, Principe d'Austrasia, e suo fratello Alberto, ultimi discendenti della grande Casa esiliata, avevano avuto intorno a loro, appena adolescenti. una camarilla di esaltati e di politicanti, che avevano soffiato sulla loro ambizione. Il suggerimento di salire "al trono dei Carolingi" era caduto su di un terreno ricco di germi, che la guerra del '14 per aveva ucciso, prima che potessero diventare fiori in boccio.
I due giovani allora avevano rinunciato. Si erano accontentati di giovare alla loro patria, servendo sotto una bandiera alleata. Alberto era morto. Ora, a distanza di tanti anni, pareva a Luigi che non il caso, o un destino pi forte di lui, fosse intervenuto a impedirgli di diventare, da pretendente, regnante, ma la sua volont, troppo debole; il suo ingegno, non abbastanza acuto.
In quella chiaroveggenza che riconosceva pi forte di lui il segretario, Domina trovava una nobilt che quasi l'inteneriva.
- Io penso che Pietro non sia pi volontario e pi intelligente di lei. Solo, la sua vita  stata molto diversa, e lo ha obbligato a camminare svelto e diritto, senza mai voltarsi indietro.
- Lei  pietosa, Domina - disse il Principe dopo una piccola pausa. - E lei, ancora pi di me, io credo, riconosce le doti di Pietro. Pensa dunque che non l'abbia osservato?
- Che cosa, Principe?
Egli gett la sigaretta lontano, appena accesa, come faceva nei momenti di forte malumore:
- Pardon. Sono indelicato.
La ragazza cercava fra gli aghi secchi dei pini il mozzicone acceso. Le avevano detto che gli incendii nelle pinete sono sempre causati dalla imprudenza di qualche fumatore disattento, e Domina voleva salvare la Saracena.
-  inutile che lei cerchi in quel punto: la vedo fumare dieci passi pi in l - indic il Principe. Il malumore era sparito.
Stava l, con la testa appoggiata al tronco di un pino, le mani intrecciate intorno alle ginocchia sollevate, con un volto di ragazzo stanco, intento a guardare fra ramo e ramo il cielo che appariva pallidissimo, al di l di quel verde.
- Non sapevo che quest'ora potesse essere cos bella...
Lo disse con rimpianto, come di qualcuno che si accorga troppo tardi di un bene perduto. Poi si interess al piedino di Domina, nudo nel sandalo verde vivo, che schiacciava aghi di pino e sigaretta insieme.
- Lei non si "fa" le unghie ai piedi?
Domina sollev il piccolo piede, guardando lui interdetta, e guardandosi.
- No, monseigneur.
- Le mander questa sera una vernice adatta, che le smalta perfettamente.
Vide l'espressione di lei, pi che attonita, offuscata.
La fanciulla fece uno sforzo di sincerit, come spesso quando parlava col Principe. Altre volte non era stata d'accordo con lui; e sempre aveva dovuto vincersi per tenergli testa. Qualcosa in lei, femmineamente, piegava sotto la sferza di quella voce, la pressa di quella volont ch'egli si ostinava a dichiarare impotente.
- Non mi piace affatto, mon Prince.
- Affatto,  una parola decisiva, che una donna non dovrebbe mai pronunciare - scherz lui. - Dica che le piace poco, piuttosto. Ma non  possibile, cara, che lei rimanga in sandali senza "farsi" le unghie.
- Che legge severa! - replic la fanciulla, ancora reagendo. - Non c' nulla di pi rigido del codice mondano, a quanto pare.
- Infatti. Non si ammette che una donna trascuri il minimo particolare, quando esso pu mettere in maggior valore la sua bellezza. Tutto deve essere raffinato, per essere perfetto. Lei lo sa, Domina.
- Tutto "deve". Le unghie "devono".
Domina sapeva che non c'era da opporre nulla al desiderio fermo come un ordine.
Gi le mani, che al tempo dei "Fiori del Fuoco" subivano tanti esami e sopportavano tante critiche, erano diventate delle mani di bella oziosa. Quando al mattino si deturpavano un poco, le lunghe cure ch'ella vi dedicava riparavano subito ai piccoli danni.
Ma anche in altre cose, che riguardavano la sua persona, Domina, analizzatrice, avvertiva il cammino ascendente delle esigenze.
Non solo il corpo levigato dai bagni aromatici, che la cameriera preparava con soverchia prodigalit di sali profumati. Ma i capelli quasi splendenti; il trucco pi finito, eseguito con composizioni di marca ch'ella trovava pronte sulla sua toilette, rinnovate ogni volta che le occorreva. La biancheria, che per intonarsi alla casa ed alla camera, poco per volta ella portava sempre pi fine, pi costosa. E gli abiti, scelti dal Principe o eseguiti dietro le sue indicazioni.
- Mi "far" i piedi, monseigneur.
La bambina povera si trasformava. Se la mancanza di mezzi, e una certa sanit nativa, le avevano fatto tralasciare fino allora certe estreme delicatezze, non era forse lontano il giorno in cui anche quelle sarebbero apparse, non tanto piacevoli all'occhio, quanto necessarie al nuovo tenore di vita.
Abituata a sapersi, ad essere considerata bella, Domina era vissuta in quella consapevolezza con semplicit compiaciuta, come in un elemento. Ora per tutto diventava sempre pi complicato, perch la semplicit aveva ceduto il passo alla ricerca - dapprima passiva, poi appassionata - solo di ci che poteva armonizzare col suo "io" fisico, illuminarlo e valorizzarlo. Le giornate fuggivano in quella frivola esplorazione.
"Sono questi specchi - pensava Domina - che mi rendono difficile ed esigente. Quando vivevo in Piazza Soziglia, potevo a malapena vedermi nello specchio del cassettone, e non mi accorgevo se qualcosa mi stava male".
Non era vero, perch sempre aveva avuta molta cura della sua persona e le cose fini le erano piaciute.
Ma mentre, fino allora, la sua vita era stata chiusa entro dati limiti, alla Saracena, tutto era facile.
Tutto diceva anche: "Siamo qui perch tu ci goda, cornice degna di te".
"Fiorisci, come la pianta che Pietro sta cercando per te, Basilissa! Vedi negli specchi come sei tentatrice, Domina. Sottolinea i tuoi occhi d'oro, bella bambina povera. Macera il tuo giovane corpo, le tue mani delicate, Cencino. E tu, Cappuccetto Rosso, ridi incontro ai due lupi".
Tutto diceva cos, in sordina. E lo diceva, pericolosamente, con la voce di un uomo deluso, che aveva cercato invano, adolescente, un regno da conquistare. Ma non aveva trovato, nella vita, che dei cuori femminili da sbaragliare.
Piccoli cuori vili e felici, palpitanti sotto il voluttuoso dominio di Luigi Carlo Lodovico, ultimo Duca d'Hristal.

 3.
Il telefono la chiam nel momento in cui si preparava ad uscire dalla Saracena, figurina azzurra entro un pigiama che la faceva molto assomigliare ai marinai del Sebenico. Dorata come un frutto, e con i capelli corruscanti.
- Signorina, la cercano da Genova.
-  Dan - fece piano, volgendosi al Principe, che l'attendeva sulla soglia. - Pronto? S, Dan?
- A quale dei santi in cui credete devo rendere grazie, Domina?
- A quello che presiede ai telefoni, mi pare. Come state?
- Malissimo. Vi telefono, e non ci siete. Mi farete ammalare di nostalgia.
- Di gelosia, anche. Lo so, lo so. Me lo avete scritto tante volte. Ma  inutile, non rispondo a nessuno. Non scrivo.
- Che cosa fate tutto il giorno, donna Pigrizia?
- Faccio la fioraia, lo sapete. Poi leggo. S, leggo anche le vostre lettere. Poi guardo il mare... E faccio il bagno.
- E portate anche un pigiama, mi immagino, femmina scostumata.
- Certo. Un pigiama comodissimo, il quale mi persuade che i calzoni sono stati inventati per noi donne.
- Questo lo sapevamo. E poi?...
- E poi... poi vi aspetto quass. Non  vero, mon Prince?
Lo cerc con lo sguardo. Ascoltava lei, senza averne troppo l'aria
- Ditegli di venire domani. Gli mandiamo la macchina a Cogoleto per mezzogiorno.
Dan fece dei complimenti, bench non attendesse che quell'invito ufficiale: come molti rivoluzionarii, egli era enormemente attaccato alle piccole formalit.
- A domani, Dan. Faremo il bagno insieme.
Scendendo con Domina per il ripido sentiero che dalla strada conduceva alla spiaggia, il Principe commentava, a modo suo, la telefonata, con una punta d'ironia:
- Con Dan Lucini, lei ha un modo di parlare tutto particolare.  strano, perch non  civetta, generalmente. Ma con Dan gorgheggia, come una donna che vuol piacere. Non pensa che i suoi amici - gli altri - potrebbero esserne gelosi?
- Nessuno mi  stato vicino per tanti anni come Dan. Non lo dimentichi, Louis. E se "gorgheggio" con lui, come lei dice, non  per piacergli.  perch sentire la sua voce, anche al telefono, mi d realmente tanta contentezza.
- Ci non toglie che forse qualcuno vorrebbe cambiare con lui.
- Anche se non gli scrivo?
- Anche quando non risponde. Perch Dan ha diritto di scriverle, mi pare. Ogni due giorni c' una sua lettera...
- Bisogna compatirlo, Principe. Era abituato da anni, dieci o dodici, mi sembra, a vedermi quasi quotidianamente, a fare con me lunghe o brevi chiacchierate: sul suo lavoro, sui miei crucci; un po' di maldicenza sui comuni amici. Egli vive isolatissimo anche nel mondo degli artisti, ed io sono stata la sua sorella minore, e lui il mio fratello maggiore...
- Ora c' Pietro.
Domina si ferm a mezzo del viottolo. Non era abituata a sentire una malignit dalla bocca del Principe, troppo gran signore per abbassarsi a certe piccolezze. Infatti, si avvide che egli aveva accennato a Pietro come ad una cosa naturale.
- Appunto, C' Pietro. Se qualcuno pu sostituire Dan  proprio Pietro, non le pare? Anche lui, come Dan  un poco "la mia coscienza".
- C' sempre, nella vita di una donna, qualcuno che rappresenta la coscienza. Ma c' anche l'altro, che rappresenta la tentazione e il rimorso. Il primo, lo conosco: ma il secondo, chi , Domina?
Forse voleva ch'ella rispondesse: " lei". Ma Domina, che si sentiva attirata verso di lui da forze prepotenti, sedotta soprattutto da ci ch'egli rappresentava, non avvertiva ancora distintamente il dominio che egli esercitava su di lei, abbagliata dalla sua stessa incauta ingenuit, senza tortuosi camminamenti.
Quando aveva detto di s a Pietro: "La mia vita  come un cristallo. Un vaso di Murano, anzi", Domina aveva detto una grande verit.
Forse il pericolo era anche troppo immanente, perch potesse avvedersene. Era nell'aria stessa che respirava, nelle parole che udiva e che pronunciava; presente e tangibile, fatto voce e carne, gesto e carezza di sguardo. Ma si illudeva ancora, fino ad assicurargli in buona fede che l'"altro", proprio, non c'era.
* * *
- Ci sono qui in compenso delle macchioline che non mi piacciono - osserv sulla spiaggia il Principe, sfiorandole l'epidermide del dorso con mano lieve, come ella ebbe indossato il costume da bagno, nero, attillato sui giovani seni, intorno ai fianchi.
Una cabina era stata improvvisata fra il mare e la montagna, e sembrava un giocattolo troppo nuovo.
- Sono efelidi - disse Pietro, che dopo averli attesi per un pezzo aveva gi fatto il bagno. -  una pigmentazione particolare delle pelli chiarissime
- Non vanno - si preoccup il Principe. - Occorre assolutamente farle scomparire.
E quando Domina, dopo una lunga nuotata, si distese sull'arena, Luigi Carlo ebbe una vibrazione di impazienza nella voce:
- Non al sole! Si copra.
Domina sorrise divertita.
- Posso anche finire di arrostirmi, monseigneur. Tanto le macchioline ci sono.
- Ma niente affatto. Se ci sono, devono scomparire.
Per la prima volta dacch lo conosceva, Domina lo trov aspro. Quindi egli si riprese:
- Domanderemo all'"Istituto di Bellezza" un preparato per la sua pelle. Cos lei potr abbrustolire e non sciuparsi nello stesso tempo.
- Non sapevo che la mia scollatura fosse una cosa tanto importante!
- Lo , moltissimo.
Lo era, effettivamente, per lui, perch niente dell'aspetto esteriore di lei gli sfuggiva: la sapeva a memoria e nello stesso tempo non si saziava di guardarla.
Guardare quel corpo giovane, snello e pur vigoroso: le gambe lunghe, tornite come quelle delle danzatrici: il busto fiorente, senza un atomo di adipe inutile: la bella schiena ondulante.
La carnagione di Domina al sole si era accesa e dorata nello stesso tempo. Un nome, vedendola, veniva immediatamente alle labbra: Ambrarosa. E ci che pi colpiva, in quel volto, in quel corpo perfetto, era la gioia di vivere che lo muoveva, che lo animava.
Una suggestione per i sensi, ma anche per lo spirito, se nel Principe questo non fosse stato, ancora, dominato da quelli.
Solo pi tardi Domina parl alla sua anima: in quei primi tempi, alla Saracena, ella soddisfaceva unicamente i suoi occhi, che trovavano nella fanciulla una risposta a tante appassionate ricerche di bellezza compiuta.
Del resto, a Murano, non era stato lui a dire: "Noi andiamo in cerca di cose vive"? Un viso, un paesaggio, un gioco di luce, un fiore - come la peonia rosa che aveva colto e di cui si era adornato, un giorno, quasi come del sorriso di una bella donna - una stoffa, un marmo, fino allora avevano fermato il capriccio di lui e lo avevano in breve tempo saziato.
Domina rappresentava gi qualcosa di pi per il suo estetismo, non decadente, ma appoggiato anzi sulle "cose vive". La bellezza intelligente di lei, fatta non tanto di forma quanto di espressione, lo aveva subito interessato, ed ora lo conquideva. Gli era stato facile dire di s, alla proposta di Pietro: non si trattava solo di aiutare una "bella bambina povera", ma anche di trasformare quella bambina in uno degli elementi che armonizzavano la sua giornata.
Gli importava quindi, sommamente, di lei, il corpo, il volto, l'aria di madonna. Voleva le fossero intorno cose intrinsecamente belle, non per amore di lei, ma perch i suoi occhi avevano bisogno di inquadrarla in una cornice intonata.
Si inquietava, quando gli sfuggiva, quando non "obbediva" ai suoi desiderii, per un'acconciatura, per una veste, come si inquietava quando il cameriere, entrando in camera al mattino, spostava la tenda davanti alla finestra, secondo una visuale diversa da quella da lui voluta.
Ed era questa la ragione per cui non le tollerava errori estetici, difetti fisici; cos come un maestro meticoloso non tollera macchie nel compito del suo allievo.
- Com' cambiata! - constatava Dan, guardandola salire davanti a lui, il giorno dopo, appena finito il bagno. - Come avevo ragione di dire che era nata per tutte queste cose!
In quel momento "tutte queste cose" erano rappresentate dalla smilza figura del Principe, vestito di bianco, lui pure con una nuova espressione sul volto di gentiluomo vissuto.
"Tutti hanno l'aria di essere estremamente felici, qui, anche Pietro".
Pietro chiudeva la fila indiana e li seguiva lento fumando la pipa, a piedi scalzi sui ciottoli e sugli aghi dei pini: un mazzo di lenze disoccupate gli ciondolava da un ramo.
"Solo io con la mia pancetta incipiente e l'abito scuro come la mia faccia, stono qua dentro. Che ci sto a fare, io intruso, fra questi tre beati?".
Ma i tre "beati" insistettero tanto, venuta la sera, che Dan si ferm ancora "per una notte".
Fece invece quindici giorni di bagni. E furono i pi belli della sua vita, i pi radiosi per Domina.
* * *
Faceva assai caldo, e il Principe raccomandava: "Pochi fiori, Domina. Lasciateli respirare sulle piante". Forse era una scusa perch la fanciulla potesse dormire lunghi sonni, dopo la giornata trascorsa al mare. Infatti Domina si svegliava assai tardi ed il primo pensiero, passando dalla camera al bagno odoroso, era un pensiero di gioia.
Tutto era bello intorno a lei. Senza una macchia.
Ma no, c'era una macchia; ed era proprio rappresentata dalle esigenze del Principe per ci che riguardava la sua persona.
Le efelidi che le costellavano il dorso non erano scomparse. Louis le detestava e lott, finch ottenne che si facesse visitare da una "specialista di bellezza", passata da Varazze in quei giorni. Nuda nella stanza da bagno, davanti a quell'estranea, la fanciulla tremava pi di umiliazione repressa che di pudore offeso. Le pareva di essere esposta come una schiava da vendere, sotto le lenti spietate della signora inglese, che esaminava la sua epidermide come il preparatore esamina l'epitelio di un porcellino d'India, sotto il microscopio.
La specialista lasci una serie di indicazioni: mand bottiglie e unguenti. Domina li dimenticava regolarmente, ma il Principe si occupava lui di rammentarle la cura.
Quando le macchioline scomparvero del tutto, lasciandole quella pelle immacolata che era realmente un suo incomparabile pregio, Luigi Carlo ne fu soddisfatto, come l'artista che ha visto deturpata la sua opera, ed ha lungamente lavorato per ripristinarla in tutta la sua bellezza.
Ma c'era, nel fervore di quel Pigmalione per la sua Galatea qualcosa che incominciava a dare un indefinibile disagio a Domina.
"Forse non sono per lui nemmeno una donna - rifletteva. - Solo un oggetto che egli giudica, a torto o a ragione, di valore inestimabile. E che nulla deve toccare, nemmeno la luce del sole, come in questo caso".
Anche Dan, lo sapeva, aveva sempre avuto per lei un'ammirazione incondizionata. Ma l'entusiasmo di lui era lievitato da tante cose spirituali, che non aveva nulla a che fare con l'assoluto feticismo del Principe.
Dan la prediligeva, e glielo diceva, soprattutto per ci ch'ella era stata: per la bambina ch'egli aveva visto sbocciare in giovane donna. Le voleva bene perch gli richiamava il passato, e noi amiamo il nostro passato, anche quando  triste.
Domina si era chiamata per lui: "Speranza", "Giovinezza", "Illusione". Il suo nome, il suo volto, erano legati a tutti gli ardimenti dell'adolescenza. Ed anche l'amava perch'ella rappresentava ci ch'egli aveva dato di meglio, in fatto di bont, di devozione, di gentilezza.
Egli era la sua coscienza, per lei. Ma ella era stata la sua poesia.
Ma il Principe?
Ci che Domina era stata, nella successione di anni che l'aveva portata fino al punto del loro incontro: ci ch'ella era realmente oggi, questo non lo riguardava. O lo interessava solo mediocremente.
Egli le imponeva, ora, un vero compito quotidiano. Uno studio gradualmente sempre pi minuzioso; un'analisi sempre pi approfondita. "Eccomi arrivata all'universit - concludeva Domina, vedendosi ripetuta negli specchi innumerevoli della villa. - Perfetta. Il giorno in cui il Principe sar stanco di affidarmi i suoi fiori, potr occuparmi come indossatrice. Esperienza, come dice Dan".
Ma era, questa, un'esperienza sul vivo, che la incideva nella carne. E con il corpo piegava poco a poco l'anima a necessit mai prima d'ora subite.
L'ultima sera della vacanza di Dan, camminando con lui verso Cogoleto, ella si strapp strane confessioni, che turbarono il suo amico. Le aveva detto di trovarla mutata, e Domina subito non aveva risposto. Ma un poco pi gi ne parl lei stessa, per la prima:
- Sapete che ho fatto una scoperta, Dan?
- Importante, cara?
- Abbastanza. Mi sono accorta che fra me e Spinovich non c' proprio nessuna differenza...
- Non vedo perch mettiate il vostro nome cos accosto a quello di Pietro.
- Perch siamo due cortigiani, pensate... dei cortigiani pagati, tutti e due.
Dan rise:
- Esagerata!
- Eppure non esagero. Non vi siete accorto che la Saracena  una piccola reggia? Una Versailles in sedicesimo?
- Dove il potere  tutto racchiuso nelle mani di Luigi Carlo?
- Precisamente. Egli  il nostro principe, il nostro signore. Un capriccio, un regale capriccio se volete, ci ha chiamati a vivergli accanto. E prima  arrivato Pietro, che da pi di cinque anni  saldato al Duca di Hristal da una catena sottilissima. Poi sono venuta io... io, l'ultimo capriccio di monseigneur. E la catena sta avvolgendo me pure.
- Catene d'oro, come per una regina - scherz ancora Dan.
- Catene... e pesano, Dan.
Dan cerc di vederla in volto: scherzava o diceva sul serio? Ancora una volta le sensazioni la signoreggiavano, piegandola in direzione contraria alla rotta prescelta?
- Nessuno  mai riuscito a trattenervi. Quando verr il momento, sono certo che le spezzerete.
- Chiss? - Lo chiese pi a se stessa che a lui. - Ci si abitua a vivere cos, come una statua in un museo. E la tempesta, fuori, non attira pi.
- Ma la statua  di carne, non di marmo. E voi siete una donna, non una statua.
- Per voi... e un pochino ancora per me. Ma per il Principe?
Polemizzava con l'assente:
- Si  mai chiesto che cosa voglio, io? Ha avuto compassione della "bella bambina povera". Mi ha offerto un lavoro che giudicava degno di me, nel momento forse pi umiliante della mia vita. E quass ho trovato tutto: una bellissima casa, un amico come Pietro, la quiete materiale, il rispetto della mia personalit...
"Ma per lui, fin dove arriva il sentimento di questa mia individualit? Si ferma al viso? Alle vesti che devono ricoprire questo mio corpo? O c' ancora qualcosa che egli apprezza di pi, come voi, Dan, o come Pietro?
Faceva tutte queste domande ansiosamente, camminando rapida su e gi per un breve tratto di strada, sventagliandogli contro l'onda della veste chiara.
Seduto su di una proda, pi in basso di lei, Dan la seguiva nella sua inquietudine errabonda, simile a quella della lucciola che ha spento il lumicino e si  sperduta nel buio.
La prese per una mano, la fece sedere accanto a s.
- Voi siete nervosa in questo momento. E un poco ingiusta. Avete parlato di Pietro. Perch dite che Pietro  un "cortigiano pagato"? Mi pare dignitosamente libero, invece.
- Libero? - si stup la fanciulla. -Voi chiamate libert, questa! Libero di passare le ore nel laboratorio, a sezionare piante ed innestare gemme, perch la Saracena sia pi bella, certo! Libero anche di correre a Genova per qualunque fantasia di Monseigneur: un libro, un fiore, una donna. Ma nemmeno a lui, nessuno si d la pena di chiedere che cosa pensa, in realt, e se gli occorre qualcosa "per s". Egli deve essere leale, volontario, coraggioso, pronto, sorridente sempre. Deve saper rispondere a qualunque domanda, piegarsi a qualunque vicissitudine, ostentare la sua scienza come io indosso il mio abito pi bello, quando monsieur le Prince lo voglia...
"Ma siamo sullo stesso piano, tutti e due, credetemi. Io una statua, non una donna. Pietro un'intelligenza, non un uomo...
- Che cosa volete, dunque, Domina?
La fanciulla scrut la notte, come se dalla strada buia, dal bosco, dai lumi lontani di Genova, dal mare che si indovinava pi sotto, ma che non si udiva, dovesse giungere la risposta alla logica domanda.
-  vero. Che cosa volevo? Che cosa voglio, in fondo, di pi? Avete ragione, Dan. Non posso chiedere altro, io, che non sono nata per la lotta.
- Non dite sciocchezze. Avete sempre lavorato, fattiva e coraggiosa.
- Se sono stata coraggiosa per tanti anni,  perch la vita mi ha costretto ad esserlo. Ma istintivamente aspiravo al benessere, alle cose comode, intorno a me, voi lo sapete. Ora che le ho raggiunte, riconosco che dovrei essere perfettamente felice.
- Mai vi ho visto pi in forma di adesso, Domina. La vostra bellezza, col riposo, ha raggiunto lo zenit.
- Anche voi pensate, come il Principe, che per una donna la bellezza  tutto! - Rise, ma il suo riso non era limpido. - La mia bellezza ha raggiunto lo zenit!... Bella frase, Dan!
Poi la piena che era in lei, ignota ancora a lei stessa, contradittoria, ruppe ad un tratto gli argini. E fu una voce nuova che pronunci ironiche parole.
- Ma se avete ragione voi! Perch, certo, avete veduto la mia camera... Avete osservato i miei vestiti... Un armadio pieno, caro, tutti modelli. Pietro mi ha aperto un conto corrente, che io salder chiss quando, perch possa vestirmi in modo "irreprensibile"!
"E le mie mani, Dan? E le unghie dei miei piedi? Ed i sandalini d'oro e d'argento, per la sera? Perch saprete che non appena arriver madame la Comtesse, noi scenderemo in riviera tutte le notti, per ballare...
Gli si accost, come per confidargli l'ultima parte di un segreto:
- Ho dei profumi francesi, Dan: Crpe de Chine. Soir de Paris. Sex-Appeal. Vivre. Notate bene i nomi: "Vivre"!
Abbass ancora la voce, ch'egli sent infinitamente amara, come se l'assaporasse:
- In camera mia ci sono anche le pianelline di antilope, portate da Roma; le sottovesti, le vestaglie di autentico crespo. Perch "solo la seta vera" deve toccare il mio corpo.
"Questo non lo sapevate, Dan?
Non os risponderle. Solo le tenne la mano fra le sue. E non fece un gesto, non disse una parola, nemmeno quando la ud piangere sommessamente.
Era tutto ci che Domina gli aveva sempre concesso, quello.
Tenerle una mano e lasciarla piangere, senza osare di consolarla.

 4.
La Contessa di Aquisgrana arriv ad Invrea il giorno in cui Dan ne ripart per Genova. Domina ne fu spiacente, perch al momento di salutarla egli le aveva detto: "Sono certo che molte cose andrebbero a posto, se questa famosa cugina arrivasse. La vostra  una situazione anormale, cara, la quale sarebbe perfettamente medicata, con la presenza di un'altra donna, di una signora. Quando si decide il Principe a farla venire?".
- Tutti i giorni dovrebbe arrivare. Ma  un po' a Montecarlo, un po' a San Sebastiano, un po' Lucerna... Non sanno dove rintracciarla.
- Giuoca dunque a rimpiattino, questa madrina?
- Mi ha infatti tutta l'aria di giocare... ma non so bene se al bridge o al poker.
- Bella custode, caso mai, il Principe avrebbe scelto per voi!
Era davvero peccato che Dan non avesse assistito a quell'arrivo, tanto la Contessa di Aquisgrana appariva, all'aspetto, diversa dall'immagine che lo scultore se ne era fatta.
Tutta la stirpe carolingia - Berta dal gran pi compresa - sembrava racchiusa entro l'alta persona della dama in viola, che aveva gli stessi occhi freddi, distanti del cugino, con in pi un naso imperioso ed il sorriso, luminosissimo, di una splendida dentiera artificiale.
Spirito di fronda, aggressiva, intelligente, come lo sono molte donne che hanno oltrepassato lo scoglio dell'et critica - quando per in giovinezza si siano liberate dalla compressione delle convenienze - Berta di Aquisgrana era stata la pecora nera, nel gregge candido di nobili donzelle della sua generazione.
Giovinetta, aveva biciclettato, con una canottiera di paglia sui capelli a ciuffo sporgente, e le scarpe gialle sulle calze nere. Cavalcato e - ci che nessuno poteva perdonarle a quei tempi - saltato agli ostacoli, portando via pi di una Coppa Amazzoni.
La prima automobile, sulle strade di Fiandra, era stata la sua. Aveva ballato molti valzer, e pi tardi, maturetta, parecchi boston, quando il valzer viennese era stato battuto dal passo strisciato venuto d'America. Flirtato al suono di Quand l'Amour meurt.
Nella sua pienezza di donna non pi giovane che non ha trovato marito, la guerra era sopraggiunta a sconvolgerla. L'amore si era insinuato fra lei ed un assai giovane tenente belga, col languore della guarigione, in un sanatorio sulle dune di Ostenda, dove ella era matura crocerossina. I giornali avevano perfino parlato di matrimonio. Ma al momento di legarsi con la donna ricchissima, autoritaria, anzianotta, il tenente si era ricreduto. Guarito, non si era fatto pi vivo.
Dramma d'amore che aveva segnato delle rughe quasi maschili intorno al naso aggressivo, e che aveva ancor pi accentuato il suo atteggiamento di sarcasmo verso gli uomini.
Pure, se ancora portava il suo nome di ragazza, Berta di Aquisgrana non aveva nulla della vecchia zitella.
A quasi sessant'anni, fumava come un giovincello, e giocava al tennis con l'accanimento di un figlio di famiglia che ha tutta l'intenzione di strappare il campionato. Amava la giovinezza, intorno a s. Era proclive all'ironia, ma non cattiva.
Si vestiva di viola e di grigio: due colori che Domina trovava ripetuti in tutte le loro gradazioni nelle vesti di taglio antiquato, ma di fattura squisita, che la Contessa si divertiva ad illustrarle, facendo la loro cronistoria.
Quando le vedeva sciorinate nelle mani della fanciulla, la quale apriva curiosamente gli armadi profumati all'"Ylang-Ylang" (un profumo che era stato di moda al tempo dell'Esposizione di Parigi) diceva a memoria il nome della grande sarta che le aveva create: Callot Soeurs - Worth-Paquin. Nomi di arbitri dell'alta moda, tuttora vigorosi, o gi in declino. Poi l'anno in cui le aveva ordinate: 1906 - 1910 - 1913.
N di giorno, n di sera la Contessa andava scollata, da quando la possente impalcatura ossea degli Austrasia sporgeva con troppa evidenza, attraverso la pelle grinzosa.
Tutte le sue vesti finivano alla gola in guimpes assai trasparenti, rosa col viola, bianche col grigio, armate di stecche di balena di cui Domina ricordava aver visto le eguali intorno al collo di Cilin.
Negli abiti da ballo, il soggolo era sostituito da un collare di perle, sostenuto da sbarre di diamanti e di turchesi alternate. In quelli da mattina o da sport, da un nastro rigido di grossa seta bianca.
La Contessa si compiaceva delle curiosit e delle esclamazioni di Domina, la quale, a suo gusto, non era per abbastanza sportiva.
Ella ne incolpava la italianit della fanciulla: Ces italiens, toujours decoratifs.
Pero, malgrado l'apparenza antifemminile - o appunto per quella - si faceva come il cugino una gioia di quella "bellezza perfetta".
- Avete veduto, marraine, il capolavoro che ho saputo scovare, fuori dei musei e delle gallerie? - le aveva chiesto, il giorno del suo arrivo, Louis, mostrandole Domina, veramente bellissima con la sua eleganza semplice e sofisticata nello stesso tempo.
E la cugina aveva appoggiato con entusiasmo:
- Una vera opera d'arte. Avete ragione, caro.
Trovava naturalissima l'occupazione di Domina, e nemmeno troppo irregolare la sua permanenza in una dimora dove non c'era n una padrona di casa, n qualcuno a sostituirla.
- Ecco un mestiere che io non avrei fatto volentieri da giovane - aveva solo osservato. - Non ho mai potuto soffrire i lavori donneschi, e se avessi dovuto guadagnarmi la vita avrei scelto di governare i cavalli. Ero abilissima in queste cose.
Appoggiata ai cuscini della macchina, impettita entro le sue perle che le facevano un collo da abissina, diceva al cugino, scendendo verso qualche localit della riviera: "Pi presto, ragazzo!". E chiedeva, con una nota di biasimo nella voce, a Domina, come mai non le fosse mai venuto in mente di imparare a guidare l'automobile.
- Perch non mi servirebbe a nulla, contessa. Tanto non posseder mai una macchina.
- E che importa?
Scuoteva le spalle con energia un poco plebea.
- Non si fa solo ci che serve. Si fa ci che piace. Impari dagli uomini, signorina, e non si pentir mai.
"Pericolosa teoria per Domina" pensava Pietro, rannicchiato accanto al Principe.
Occorreva, aveva detto, che la petite prendesse delle lezioni di danza.
Propose ella stessa a Louis Charles di far venire alla Saracena una maestra di ballo.
Ma il Principe si oppose:
- Baster io.
E solo si preoccup di ordinare gli ultimi dischi, scegliendo lui stesso, sul catalogo che Pietro gli aveva portato da Genova.
Ora, quasi tutte le sere ballavano, nella vasta aula terrena, semibuia, che assomigliava ad una serra con le sue felci umide, cadenti in frange, arricciate come piume; con le calle bianche, dalle foglie traslucide entro la porcellana.
Il pavimento di marmo a grandi piastrelle bianche e nere accentuava l'apparenza fantomatica della stanza, che il raggio lunare, entrato dalla porta, divideva nettamente in due, ed univa al giardino con un ponte di luce. Lo scalone, bianco e nero anche quello, spariva del tutto, inghiottito dall'ombra.
I dischi giravano in sordina: gorgoglii sincopati di canzoni americane, affannosi tam-tam di rumbe martellate, strascicati singhiozzi di tango. Tutto il romanticismo voluttuoso e la sensualit camuffata della danza novecento. Poi, ad un tratto, in quella letteratura musicale, la spontanea risata o il sentimentale sospiro di un ballo dell'Ottocento.
Da Pietro, alto e nervoso, con la muscolatura di acciaio sotto un'apparenza di eccessiva magrezza, Domina aveva imparato la sciolta gioia del ritmo americano.
Egli ballando ringiovaniva ancora: pareva deporre per un momento quella nuova pensosit che a Murano gli era ignota, e che ora rendeva tanto buono il suo volto cos bello. Gli occhi gli ridevano e dal corpo giovane l'eccitamento del gioco armonioso liberava come un fluido, che attraverso la mano franca ed amica, e l'innocente contatto della spalla, penetrava in Domina senza esasperarne la sensualit.
Poteva paragonarla ad una sensazione termica piacevole: il tepore di una stoffa morbida che riveste senza pesare; la carezza sul dorso, serico e vellutato insieme, di un gatto siamese.
Ma dalla stretta del Principe nascevano onde che la trapassavano, turbandola, alle quali n osava n poteva sottrarsi.
Nel ballo, egli ardiva rivelarle quello che a tu per tu, ed in faccia agli altri, accuratamente celava: il fervore di un culto che era ancora tutto fisico, religione e sacrilegio insieme.
Aveva lasciato a Pietro il monopolio delle danze sincopate.
- A me basta che impari bene il tango.
E non ballava altro, infatti, con lei, con la tempia incollata alla sua tempia, col passo ondulato che pareva cercare le orme del suo passo, per avanzare e per retrocedere.
Le fisarmoniche argentine commentavano, col loro lamento o con la loro risata, lo straordinario contegno di quella coppia, in cui la donna appariva pallidissima nel raggio lunare.
Fuori, sullo spiazzo, al suono flebile che giungeva dalla villa, la Contessa si addormentava nella sua poltrona, con buonafede tutta ottocentesca.
Ma quando i dischi tacevano si faceva trovare dignitosamente sveglia, e prima di salire alle sue stanze chiedeva ancora di accendere una sigaretta.
- La piccina va bene? - domandava, molto interessata all'educazione mondana di Domina.
- Splendidamente, marraine - rispondeva Louis. - Bisogner per verificare, Pietro, se nel suo guardaroba ci sono degli abiti veramente adatti per Alassio e per Sanremo...
La Contessa rideva:
- Ah!  dunque il signor Spinovich che si occupa degli abiti di Domina... Ecco un'abitudine che ai miei tempi non c'era.
- Ordine di monsieur le Prince - mormorava Pietro, un po' confuso.
- D'altra parte,  giusto che siate voi, amico mio. Un uomo giovane deve pur imparare come si veste una donna.
Poi dava nella malinconia, mentre salivano lo scalone:
- Io sono una vecchia signora, dal gusto un poco arretrato. Almeno, questa  l'opinione di Domina. Non  vero, piccina?
- Non l'ho mai pensato, contessa.
- Siete una buona figliola. Per, datemi retta: quando ballerete, non dovete credere a tutto quello che vi racconteranno ces messieurs.
* * *
Fu ad Alassio, o a Varazze, che incontrarono Plinia Velati?
Quella sera avevano vagabondato per tanti dancings, ed i locali notturni della riviera si rassomigliavano tutti: piattaforme di cemento, palloncini alla veneziana, jazz-band, stelle filanti. Cianfrusaglie da cotillon, che al mattino i bambini degli alberghi ritrovavano sul loro letto, e poi sciupavano alla spiaggia, per i loro giuochi.
Per l'appunto, Domina aveva anche bevuto il primo whisky della sua vita, che l'aveva molto rallegrata al principio, molto rattristata dopo. La fanciulla non se ne ricordava pi tanto bene.
Vedendo l'etichetta Black and White, sulla bottiglia del liquore, Pietro l'aveva indicata a Domina, sorridendo pi con gli occhi che con le labbra.
Perch c'era anche quel piccolo segreto, fra di loro.
Era stato dunque ad uno dei tanti dancings, di Varazze, o di Alassio, che avevano incontrato il "Simpatico rudere", come la chiamava Pietro: la donna pi famosa d'Europa, fatalissima nell'epoca in cui Domina portava ancora le gambette nude, e riceveva dal babbo qualche rado ma salutare scapaccione.
Non c'era concierge di Grand Htel internazionale, ambasciata d'Europa e d'America, appartamento di vitaiolo, titolato o no, che non conoscesse Plinia Velati, bellezza travolgente quando usavano le donne alte, magre, con le anche da efebo ed il profilo da cavallo.
Capelli che erano stati ossigenati ed henneizzati, con tutte le tinte in voga, dal rosso-parrucca di clown al giallo-grano maturo, e che ora impallidivano nel biondo di moda recente: occhi grandi, umidi, verdi, con la sclerotica venata. Bocca indefinibile: una piovra. Spaventosa.
Donna Plinia aveva infantilmente agitato le mani al disopra della testa, non appena veduti monsieur le Prince e madame la Comtesse. Radiosa, trepidante, aveva atteso che il Principe si avanzasse fra i tavolini per baciarle la mano.
- Charlie! Finalmente!
Forse si erano lasciati due mesi prima, al baccarat di qualche casa da giuoco, sulla soglia di un grande albergo, all'uscita di un ballo: ma lo salut come se fossero stati anni che non si vedevano.
Domina aveva il suo abito pi bello quella sera. Aveva bevuto il primo whisky della sua vita. Desiderava ballare molto. Desiderava quella stretta che le dava, anche in mezzo agli altri, la illusoria felicit di una solitudine a due.
Ma Plinia Velati fu inflessibile. Aveva capito, col suo fiuto infernale, che quella bella ragazza - la pi bella del dancing, bella come una regina - rappresentava per Louis Charles qualcosa. E si divert al giuoco in cui era sempre riuscita.
In principio, parve vittoriosa. Ma il Principe era troppo astuto per perdere. Egli sapeva come si trattiene una donna a tavolino, impedendo agli altri di avvicinarsi: anche per lui quello era un giuoco in cui era sempre riuscito. E l'avversaria che gli stava di fronte era ben degna di lui.
Era la donna che a vent'anni, maritata, madre di due bambini, aveva abbandonato la sua casa di Via Velasca e la sua villa di Piona, per fuggire con un domestico; che aveva danzato nuda nei circoli artistici di Monaco di Baviera; attraversato a cavallo un negozio, a Londra, per il gusto di rompere le cristallerie e le porcellane esposte.
Non c'era scandalo clamoroso, a cui il suo nome non fosse legato. Non c'era uomo giovane, del "suo" mondo, che non avesse, almeno per un'ora, delirato per lei. Lui stesso, il Principe di Austrasia, con molti anni di meno, l'aveva ostentata per un anno a Bruxelles. Ora tutto era ben finito. Ma poich la lupa mostrava i denti, era divertente aizzarla e piegarla.
Impedirle di ballare, prima di tutto. Tenerla avvinta ai suoi occhi, con lo sguardo che mentendo blandisce, con l'ossequio dell'antico adoratore, con la discreta, nostalgica rievocazione di nonnulla passati.
Plinia incapp nella rete, credendo di irretirlo. Volle bloccarlo, e fu bloccata. Gli imped a sua volta di ballare, ma non pens che la privazione di Domina frustava il desiderio.
Quell'uomo che le parlava vicino, che pareva fissarla con rinascente ammirazione, guardava attraverso lei un'altra: colei che li sfiorava con la sua bella veste color di notte, nude completamente le spalle e la schiena, di cui egli conosceva la duttile pieghevolezza.
Ma intanto eccitava Plinia, senza compromettersi, facendo balenare al "simpatico rudere", non ancora divezzata dal piacere, l'eventualit di un'avventura.
Domina, che li vedeva vicini, intenti a loro stessi, sotto lo sguardo ironico di Marraine che non perdonava alla Velati di essere tanto brutta, soffriva. Anche perch aveva intuito quello che Plinia era stata per il Principe, e Pietro aggiungeva dei particolari ch'ella aveva ignorato fino allora: le pazzie del giovane; il tormento di una catena vergognosa, trascinata, per fortuna di lui, poco pi di un anno.
- Non so come Louis ne sia uscito intatto di cervello, e quasi intatto di borsa. , o almeno era, una donna molto pericolosa.
- Ma se  brutta - osserv Domina. - Non ha niente della donna fatale.
- Lei  rimasta ancora alla teoria romantica della donna bella e fatale? Errore, Domina. Donna fatale pu essere anche una grassa portinaia, madre di nove figli, quando incontri l'uomo, o gli uomini, predisposti alla fatalit.  come per la tubercolosi. Ci vuole un terreno adatto. E v' chi ne guarisce, come il Principe, v' chi ne muore o si uccide.
- Qualcuno si  ucciso, per il "simpatico rudere"?
La fanciulla sana, ancora limpida, guardava con orrore il volto da piovra dell'incantatrice.
- Pi di uno, cara.
- Allora Circe fu brutta, forse?
- Forse. Ma aveva i suoi filtri, e la sua bella isola.
- Che cosa ha di bello, costei?
- L'amore. O, se volete, quello che siamo abituati a chiamare cos - disse Pietro. - L'aver vissuto sempre e solo per quello. L'averne fatto, sia pure un idolo mostruoso, ma una religione, dopo tutto.
"Questo "amore", che  intorno a lei: che  desiderio impuro del corpo, in tutti, ma anche, in qualcuno, anelito profondo dell'anima, ha dato alla sua persona la forza di un mito. La leggenda di una Plinia Velati sovrumana, disumana, propinatrice di strane volutt,  corsa per pi di una generazione, travolgendo e rovinando. La guardi bene, sotto quel belletto e quelle rughe spaventose. Cerchi di vederla con gli occhi chiari, come la vedo io, Domina. C' in lei qualcosa che muove al riso, ma che sollecita anche una specie di rispetto, o almeno comprensione. Mi capisce?
- Capisco che forse ne  stato innamorato anche lei, un poco - rispose Domina, ostile.
- Oh, no, bambina! - rise forte, con i bei denti tersi. - Sono sano, io, Domina. Non se ne  ancora accorta? Nessuna predisposizione per la fatalit, prego credere...
Era vero. Doveva essere vero. Ma quell'altro, che non si staccava dalla carne stanca di quella donna, minacciava dunque una recidiva?
Ed anche se era "guarito", come affermava Pietro, se si era "salvato", triste, triste, vedere oggi vicini quei due volti che un giorno si erano baciati con passione. Quei due che si erano certo desiderati con frenesia.
Triste vederli gi con le lievi rughe intorno agli occhi, come Louis. Con le borse sotto le palpebre, i solchi amari della bocca, le grinze al collo, come la Velati. Ed il loro sguardo che si cercava, tentando di attizzare... che cosa? E lo sforzo di sorridere, di mettere una maschera su quella loro decadenza spaventosa. Decadenza dell'amore...
Domina non resse. Tese una mano a Pietro, si alz vacillante, fece un passo.
- Mi gira la testa.  il whisky.
La riport da solo alla villa, affidandola alla cameriera, perch la coricasse e la riguardasse. Poi torn gi di corsa, per prendere gli altri.

5.
Fine di settembre. Ora che la tramontana correva nei Piani, sopra Varazze, afferrata alle criniere dei pini, quasi sospingendoli verso il mare; ora che i bagni, nella piccola rada battuta dai cavalloni e invasa dalle capigliature delle alghe, non si potevano pi fare; che i dancings si vuotavano, non era rimasto alla Saracena altro che il duello fra Plinia Velati e la Contessa di Aquisgrana: strascico un po' burlesco dell'estate radiosa.
Lottavano tutte e due per il possesso spirituale di Domina, e la fanciulla pareva si prestasse al giuoco, solo blandamente ribellandosi di tanto in tanto alla duplice tirannia.
Plinia Velati era ospite della villa da circa un mese.
Senza alcun calcolo anticipato, il Principe aveva capito quello che una donna come Plinia poteva rappresentare, quando si voglia raggiungere una fanciulla come Domina. Invitandola, egli aveva obbedito come ad una specie di istinto: quale maestra, infatti, una Velati, per Domina! Quale segnale d'allarme, se era vero che la ragazza non conosceva ancora a se stessa!
E nel soggiorno di Plinia alla Saracena c'entrava appunto, almeno per un novanta per cento, la possibilit di diventare un trampolino per il Principe. L'altro dieci per cento era rappresentato dalla compassione, perch la nobildonna lombarda viveva ormai di espedienti e di giuoco. In pi, c'era anche quella complessa riconoscenza che l'uomo conserva, sempre, per una donna che lo ha amato.
Del resto, Plinia si era presto persuasa come fosse inutile, con Louis, l'arte reputata un giorno formidabile. Il Principe era tutto volto ad altra posta. Allora, non potendo conquistarlo per s, ella si fece un puntiglio di conquistare Domina per lui.
Non passava mattina che alla "stanza dei fiori" non giungesse, dall'appartamento della Velati, un biglietto affidato alla petulante cameriera brianzola. Donna Plinia scongiurava Domina di salire un momentino prima di mezzogiorno. Aveva tante cose da dirle! Una certa crema miracolosa da mostrarle. Che andasse subito subito, non appena possibile.
D'altra parte, la cameriera della Contessa la pregava di voler dare una capatina, prima delle dodici, fino alla camera d'angolo. Sua Signoria aveva da comunicarle qualcosa di molto urgente.
La narcosi dell'ambiente non operava ancora su Domina, fino ad ottenebrarle il senso del ridicolo, che nasceva da quella cabala da salotto. Per, in fondo, doveva confessare di esserne un poco compiaciuta. Nulla come l'ammirazione femminile lusinga l'amor proprio di una donna, avvezza all'incondizionata ammirazione maschile.
Dalla rivalit delle due signore venivano intanto suggestioni ed esempi.
Era, nella Contessa, l'affettuosit quasi materna, per cui voleva essere chiamata marraine, anche da lei. Erano le confidenze sulla Casa d'Austrasia; gli interminabili racconti sull'infanzia, sulla prima giovinezza di Louis. E nello stesso tempo, la descrizione di una vita fastosa, nella cornice di parchi e di castelli. Gli aforismi di una filosofia un poco spiccia, veramente ad usum delphinae.
Una parola "indipendenza dai pregiudizii" correva spessissimo in quei discorsi. E confessioni retrospettive di aneliti giovanili, che, se fosse stata meno ricca, avrebbero portata Berta di Aquisgrana bene al di l del fossato atavico, in un clima pi libero e pi felice.
La parola "amore", viceversa, veniva pronunciata raramente dalla vecchia dama, la quale era stata cerebrale piuttosto che passionale. Non credeva che l'amore possa dare la felicit, anzi, lo negava assolutamente.
In compenso, diceva che la donna deve farsi la sua via con i mezzi che natura le ha dato. L'ingegno, prima di tutto. La bellezza, quando c'. Ed anche la bruttezza.
- Come me. Se io non fossi stata brutta, non avrei potuto fare dello sport. Ai miei tempi, solo le donne brutte erano sportive.
Tuttavia Marraine voleva bene a Domina per tutto ci che essa femminilmente rappresentava, molto diverso dalla rude sportiva che ella era stata.
Plinia Velati controbilanciava quella sobria tenerezza con un metodo tutto suo.
Quando Domina si vestiva, entrava in camera di lei, subito dopo un picchio rapido che non attendeva risposta. Ed anche se la fanciulla non era ancora abbigliata non si scomponeva. Cercava la poltrona pi comoda e la esaminava cos, attraverso l'occhialino, con l'occhio esperto che la valutava come un oggetto di lusso.
Indicava, qua e l, il trucco da correggere, l'errore da modificare. Accarezzava, indugiando, la pelle di raso. "Pelle di vent'anni!", mormorava sospirando. Una volta le chiese, facendola arrossire violentemente "se il Principe non l'aveva mai veduta cos".
Domina cercava di rassicurarsi. "Lo fa per dispetto a Marraine". E attribuiva a mosse di strategia femminina, quella che era invece un'offensiva diretta a lei, mirante a turbarla.
Pi spesso, Plinia voleva che Domina assistesse alla sua acconciatura. Aveva conservato un corpo quasi intatto, che giustificava parte di ci che si diceva ancora di lei. Tolto il volto, sciupato, potevano essere quelle le forme di una donna tuttora desiderabile. E Plinia ostentava quel suo corpo da ragazzo gracile, abbigliata meno che poteva, tutta intenta, quando Domina entrava, ai massaggi delle gambe, dei fianchi, dei seni. Non aveva nessun pudore, n per se stessa, n per la cameriera, n per la fanciulla che ammetteva alla sua intimit.
Forse pensava di elargire loro un inestimabile favore.
Plinia, lei, non parlava che d'amore. Ne parlava come ne parlano le donne che ignorano la fedelt e la gioia segreta dell'Uomo loro. Amore era tutto per lei: la vigliaccheria del povero diavolo che era suo marito, il quale sapendola di passaggio a Milano le chiedeva ogni volta l'elemosina di un appuntamento, e la vampata di mezz'ora, su al Monte dei Fiori, per un ragazzo diciottenne. L'agonia di colui che si era ucciso per lei, perch avendo perduto al giuoco non poteva pi darle "quello di cui aveva bisogno", ed il capriccio per il Principe, tutto epidermide.
Uomini, uomini, passavano in quelle parole, mentre si incipriava il dorso, mentre si allargava gli occhi col kohol, mentre ripassava la zazzera schiarita.
Ma anche una precisazione tecnica, ed una scienza, terribili. Come si risponde a colui che vi ama ancora, che non amate pi. Come si finge quando la freddezza  subentrata all'ardore. Come si fa capire a qualcuno che "pu osare". Come si respinge quando un altro capriccio attira. Uomini. Ne parlava come di indispensabili, ma disprezzabili accessorii.
"Religione d'amore" quella? Anche Pietro si era sbagliato. Una ignobile speculatrice della fama passionale che l'aveva sempre accompagnata.
Pure, se c'era qualcuno che poteva anestetizzare compiutamente Domina, era proprio Plinia Velati. Ma per fortuna la dose era forse troppo forte, per un organismo ancora sano, e diventava quindi tossico e contravveleno nello stesso tempo, a seconda della giornata.
Se c'erano momenti in cui il silenzioso desiderio di Louis la premeva da vicino, ed ella smarrita si aggrappava a qualunque cosa, pur di non cedere, il crudo linguaggio di Plinia Velati la disintossicava stranamente. La cercava lei stessa, allora, e la provocava con una falsa ingenuit, che era l'arma migliore perch Plinia si espandesse. Nulla la divertiva di pi che intorbidare le acque chiare di una sorgente.
Domina sorbiva quelle sozzure con una volutt triste, consapevole, sapendo che la bruciavano fino in fondo; che solo quelle rivelazioni erano capaci di toglierle per sempre il gusto dell'amore.
Ma quando Louis era buono, dolce con lei come un fratello, come Pietro; quando rifiutava i dischi, dicendo: "No. Questa sera no. Domina  stanca e ha bisogno di dormire": quando di nuovo assomigliava al White di Venezia, e rideva e ritornava fanciullo: quando spariva per qualche giorno, in viaggio o in gita: quando si chiudeva nella camera della torre, ed il suo cameriere tornava dicendo: "Monsieur le Prince lavora"; quando la incontrava alle serre e insieme con lei visitava i centomila bambini di Pietro, senza sfiorarle nemmeno una mano, senza quasi guardarla; allora Domina sapeva di essere in convalescenza e fuggiva Plinia, perch il tossico non la raggiungesse di nuovo.
Il "rudere", avvertito da quella fuga, fingeva una tregua di cui tutti beneficiavano. Era amabile con la Contessa, quasi amichevole con Pietro, fraterna col Principe. Faceva la maglia come le vecchie signore. Non passeggiava pi nuda per la camera. Parlava di ritirarsi in un rifugio di nobili decadute. Con Domina si mostrava lei pure materna, e intenerita. Diceva: "La mia maggiore, ora, deve avere la sua et. Come vorrei le assomigliasse!".
Illusoria pace.
Non appena Louis, attraverso la tavola fiorita, ricominciava a pescare negli occhi di Domina sogni e turbamenti, il veleno ricominciava la sua opera. E Plinia ritornava indispensabile come uno stupefacente.
Una gelosia retroattiva si mescolava alle torbide curiosit della fanciulla, ed anche questa era opera di Plinia. La quale si dilettava, con perversa blandizia, a erudire Domina sulla parte della sua vita che riguardava il Principe. Domina ora sapeva di Louis molte cose. Illudeva per se stessa. Diceva: "Ora che so, potr vincermi pi facilmente. La consapevolezza spegne il desiderio". Non si accorgeva che invece lo pimentava.
Ignorava che, se era stato facile dire, a Genova: "Non vengo con lei", al Duca di Hristal, il rifiuto altezzoso e la voce superba non servivano pi, ora che gli viveva vicino, ed egli l'amava o credeva di amarla, minandole silenziosamente ogni resistenza.
Tutto congiurava per portarla fra quelle braccia: perfino le due signore che si disputavano la sua compagnia, l'una vecchia e l'altra anziana, l'una amica, l'altra nemica. Esse lavoravano, la consapevole e l'inconsapevole, ad incamminarla, piano piano, verso l'uscio che non si era mai socchiuso per lei.
In fondo al corridoio, dove si aprivano la camera destinata a Domina e l'andito che conduceva alle stanze di Pietro, una scala a chiocciola saliva con ripidi gradini di marmo alla torre, ove il Principe dormiva e passava la maggior parte della sua giornata.
Era sempre all'inizio di quella scala ch'egli la salutava, ogni notte, e si congedava da lei, calmo in apparenza, chino per un bacio troppo lungo sulla piccola mano gelata.
* * *
- Vorrei sapere che cosa vi racconta quella bruttissima donna, ogni mattina - si decise a chiederle la Contessa, un giorno che si sentiva poco bene, e che Domina era salita a farle compagnia.
Domina tesseva al telaio un tappeto moderno, rosso, a quadri e losanghe nere.
La Contessa, raffreddatissima, distesa sul divano, faceva, poi disfaceva, un solitario che non riusciva mai.
- Vi racconta dei suoi amori, dite la verit.
L'indignazione e la curiosit facevano scintillare i freddi occhi di lei.
- Sciocchezze, marraine. Le enormi sciocchezze di una donna adulata.
- Ma voi non le darete ascolto, spero, bambina mia. Non capisco perch il Principe...
Voleva dire: non capisco perch ve l'abbia messa vicina. Ma siccome lo capiva benissimo, prefer tacere.
Era una spina che non andava gi, quella. Le donne degli Austrasia non avevano l'abitudine di chiedere dei "perch" agli uomini della loro Casa; nemmeno quando erano cugine intrepide, come lei era, avrebbero osato farlo. Tanto pi ora che Louis Charles era il capo effettivo della famiglia.
Ma la sua dirittura di gentildonna - di galantuomo, anzi - lottava contro l'atavico istinto di sottomissione e di disciplina.
"Speriamo che Plinia si decida ad andar via presto, prima che debba farlo io.
Peccato, per, non poter essere una qualunque cugina di un qualunque cugino borghese, per tirar le orecchie a Louis, avvertendolo di lasciare in pace la piccina.
"Ma intanto, a che servirebbe? Se si mette in capo di ottenerla, non c' nessuno che possa impedirglielo. Opporsi, vuol dire perderla".
Parlare a Pietro Spinovich, amico sincero di Domina? Non si poteva. Anche l, il suo codice di galantuomo urtava contro il codice mondano, che tollera un crimine morale, ma non permette la pi piccola infrazione al "Questo non si usa".
Mettere in guardia la ragazza? Il Principe esercitava su di lei una specie di fascino, era evidente.
Bastava osservarla quando ballavano, o quando, in gita nella macchina da corsa, sola con lui, ella ne discendeva col volto stranito. (Che fosse colpa della velocit, del vento e della paura, nessuno lo ammetteva).
Pure aveva l'aria talmente limpida, che era peccato turbarla. Meglio avvertirla vagamente.
Ma Domina, che capiva tutto, rispondeva con ambagi agli accenni velati.
Le era impossibile accennare con Marraine alle confidenze di Plinia, riferire l'argomento dei discorsi, ripetere alla buona donna gli insegnamenti di lei: "Non c' nulla di pi sciocco di una ragazza con degli scrupoli". "Gli scrupoli sono per la gente brutta e per quella molto povera".
Oppure: "La bellezza giustifica ogni cosa".
Che cosa intendeva Plinia Velati, con quell'"ogni cosa"? La nascita borghese di Domina? Il contegno del Principe? Un'avventura? O qualcosa di pi?
Anche a donna Plinia, talvolta, piaceva parlare per allusioni. Le allusioni diventavano invece frecce avvelenate con Pietro, al quale il "simpatico rudere" non perdonava, anzitutto, il soprannome. Poi di non aver perduto la testa per lei. Giacch il Principe fingeva di non ricordarsi di Bruxelles, Pietro sarebbe venuto a proposito per sanare la ferita all'amor proprio. Ma egli era occupatissimo con i suoi innesti, e preoccupatissimo per altre cose che la Velati non tard ad individuare. Non solo, ma vedeva di malocchio la sua intimit con Domina, e quando poteva la ostacolava.
Rivers per tutte queste cose, su di lui, un odio dolciastro, fatto di sorrisi falsi e di parole ambigue. Gli girava d'attorno, come il gatto disegna il girotondo prima di acciambellarsi. Voleva essere sicura di fargli realmente del male, non di scalfirlo solamente alla superficie.
Fece seguire Domina dalla cameriera fino alle serre. Si trov, al ritorno della fanciulla, sul suo cammino, fingendo grande sorpresa. Oppure, seduta alla tavola da t, puntualissima, spiava la sua entrata e allora faceva notare, notandolo, il piccolo ritardo.
- Siete tutta accaldata, Domina. Avete corso?
Poi richiamava l'attenzione del Principe sul fatto che Domina veniva dal laboratorio:
- Potevate ben costruirle pi vicine alla villa, le serre, signor Pietro. Non  molto comodo per le vostre ammiratrici.
Diceva "signor Pietro", come diceva "signor Giacomo" al maggiordomo. Mai pareva dimenticare che Pietro era, dopotutto, il segretario.
Lo mandava a Genova, affidandogli incombenze degradanti per un uomo, troppo intime per qualcuno che non era nemmeno suo amico: ritirare un pacco dalla sarta; passare dalla bustaia per cambiare le molle di un reggicalze; riportare alla pettinatrice dell'henn, che non era della tinta da lei adoperata.
Incarichi da cameriera ch'egli assolveva con buona grazia, senza mostrare fastidio per il tempo perso, per la futilit delle commissioni.
Quando sapeva che doveva condurre a termine qualche esperimento di cui parlavano a lungo col Principe e con Domina, quando tutti si interessavano al miracolo che doveva sbocciare sotto le mani di lui, lo mandava a chiamare perch battesse delle lettere a macchina.
- Voi che siete un uomo d'affari, signor Pietro...
E gli metteva in mano dieci o dodici lettere di ridicola importanza.
- Occorre assolutamente che questa sera siano partite. Voi me le preparerete, signor Pietro?
Chiedeva cortesemente, ma con un lampo di minaccia negli occhi verdastri.
Pietro si dedicava alle sciocchezze di lei, con una pazienza che stupiva Domina.
Forse il Principe non si avvedeva di quegli armeggii, che tendevano a riportare Spinovich dal livello di amico a quello di dipendente. Ma anche se avesse avvertito la cosa, la punta di gelosia insinuatagli abilmente da Plinia Velati contro Pietro, gli avrebbe impedito di intervenire.
Plinia gli faceva chiaramente capire che Domina "sarebbe stata molto diversa", senza la presenza di Pietro. Quando li vedeva insieme scherzava: "Ecco la bambina di casa col suo precettore". Non metteva un disco, non dava un consiglio a Domina, non proponeva qualcosa cui la fanciulla partecipasse, senza chiedere prima ironicamente:
- Naturalmente, se il signor Pietro  dello stesso parere.
Tanto fece, che Louis un giorno, in giardino, la prese in disparte, chiedendole che cosa avesse contro il suo amico.
- Contro il vostro segretario, Charlie? Ma nulla. A me non ha fatto nulla.
- Eppure siete aspra con lui, amica mia. Egli non vi  molto simpatico, a quanto pare.
- Infatti - ammise Plinia. - Non posso dire che mi sia eccessivamente simpatico.  un uomo troppo bello, prima di tutto. E poi, posa a moralista.
- Moralista, Pietro? Voi scherzate.  un giovane pieno di vita, senza fisime e senza pregiudizii, ch'io mi sappia.
- Allora le fisime, Charlie, le riserva per gli altri. Oppure  un ipocrita.
- Fa dunque il moralista con voi?
- Con me? - La donna rise, sciupando con le mani i crisantemi violacei che ornavano la balaustra. Le mani lunghe, bianchissime, con le vene azzurre rilevate e le unghie carminate, parevano anch'esse dei fiori mostruosi. - Con me gli uomini non fanno i moralisti, voi lo sapete benissimo.  con qualcun'altra, pi ingenua, che il signor Pietro predica bene e... a quanto pare, razzola male.
Non avrebbe voluto pronunciare quel nome davanti a lei, ma gli occorreva una certezza.
- Domina?
- Domina, appunto. Ma di che cosa credete che parlino, quei due ragazzi, tutto il giorno chiusi nella serra?
Esagerava: "tutto il giorno", erano una, due ore al massimo, e le serre non erano chiuse ermeticamente.
- Sono certa che il signor Pietro la imbeve di stupide teorie, che la mette in guardia, non solo contro di me - lasciamo andare - ma anche contro di voi, Charlie, che avete fatto tanto per lei.
Astutamente, toccava un tasto molto sensibile in individui come Louis, ricchi di denaro e di generosit ma, come tutti i generosi, suscettibili estremamente alla gratitudine altrui. Fargli supporre che i suoi amici "erano ingrati", lo faceva realmente soffrire.
- Sono sicura che complottano, Charlie. Il signor Pietro deve credere che qualcuno voglia sciupargli la "sua" Domina, e quella ragazza  tanto bella che la cosa sarebbe del resto giustificatissima. Perci le imbottisce il cranio di scrupoli. Scommetto che e stato lui a farle pensare, nientemeno, che voi volete sedurla. Da allora, se lo avete notato, Domina  cambiata.
Era vero. Domina era cambiata con lui. Tanto esperto nel vizio, tanto inesperto di un cuore veramente sincero, egli prendeva per freddezza ci che era un ultimo, un istintivo atteggiamento di difesa.
- Del resto - compativa la voce insinuante - bisogna scusare Pietro.  tanto innamorato...
- Innamorato? Di Domina?
- Ma che ragazzo siete, Charlie? Non vi accorgete nemmeno quando il vostro segretario si innamora! Ma se tutti lo vedono... E non mi stupirebbe che la piccina lo corrispondesse. Il signor Pietro, ammettetelo,  un bellissimo ragazzo.  giovane; e Domina mi ha detto che  stato lui, a Venezia, ad "avviare" la vostra amicizia. Non  cos?
Era cos. A Murano, infatti, era stato Pietro a notare per il primo la fanciulla: "Guardate, che bellezza". Tanto si era scaldato al giuoco, che lui, Charlie, sentendo di non spiacere forse a sua volta a Domina, era partito, per mettere fra di loro e la ragazza lo spazio della laguna e del mare.
Ma poi, a Genova e alla Saracena, tutto era stato diverso. Pietro pareva guarito, mentre Domina si avvicinava a lui, Louis, fino a diventargli indispensabile.
Ora Pietro gli lavorava contro? Questo spiegava le fughe di Domina, le marce indietro della sua simpatia, a volte palese, a volte sfuggente. I suoi silenzii ostili, le sue freddezze improvvise. Tutte le sconcertanti contraddizioni che lo avevano sempre pi acceso.
Pietro, per la prima volta, si metteva attraverso la sua strada, e forse donna Plinia non aveva torto. Egli era veramente bello, era giovane, tanto pi giovane di lui. Non v'era ragione perch Domina non potesse amarlo, non lo amasse gi.
Soffriva, ma non diede partita vinta all'amica. Finse una calma che non aveva.
- Infatti, Domina e Pietro sono stati subito amici, fin dal primo giorno del nostro incontro. Sono cos ragazzi tutti e due, che la cosa  logica, non vi pare? Noi, cara amica, apparteniamo ad un'altra generazione, o quasi. Non ci rimane proprio altro che guardare i giovani accordarsi e vivere.
Era una pugnalata di ritorno per Plinia, che la fatalissima ricevette con eleganza, avvezza come era alla commedia mondana.
- Giusto. Sopravvissuti, Charlie.
Indifferente in apparenza, ma spietato.
Da quel momento tratt Pietro con assoluta freddezza. Poi, un giorno, nelle serre, per una fioritura mancata, inve contro di lui con tale violenza, che Domina, testimone pallida e irosa, invest a sua volta il giovane, quando il Principe li lasci.
- Ma perch si lascia trattare a questo modo?  mai possibile, Pietro, che lei non abbia un filo di dignit?
Pietro, pallido anche lui fino a sembrar grigio, con le mani tremanti, riordinava sul banco, senza vederli, gli oggetti necessarii all'innesto. Una mano di ferro lo soffocava. Riusc a dire dopo un poco:
"Usciamo di qui, Domina".
Fuori, mise il volto sotto il getto della pompa, si tir indietro i capelli, si lav con rabbia le mani. Pareva lavasse via le brutte parole e gli sguardi di odio di Luigi Carlo.
- Passato - disse sorridendo a lei, che lo guardava torva. - Finito.
- Fa presto, lei - brontol la ragazza. - Non si lavano via, con un po' di sapone, le insolenze di monsieur le Prince!
- Temporale - si strinse nelle spalle Pietro. - Oggi tuoni e grandine, domani sereno. Gli passa subito.
- No, questa volta no - neg Domina. - Il Principe non  pi con lei quello di una volta.
- E che importa? - ostent Pietro. - Io vivo benissimo anche s'egli  di malumore. Quando  cos, mi chiudo nel mio laboratorio e mi dimentico perfino che esista.
Domina si indign ancor di pi:
- Ma  incredibile! Ma come... la trattano come... come un servo indegno - aveva le lacrime nella voce - e lei, Pietro, sopporta di essere maltrattato cos? Le dice che  un "buono a nulla", un fainant, ho capito bene, Pietro? E lei si stringe nelle spalle e dice: Non accetto?  inconcepibile...  perfino ridicolo...
- Ebbene, ridiamone insieme. Domina; vuole? - Il suo riso suonava forte, falso, pi acuto del vero. - Lei d importanza a delle vere sciocchezze, bambina.
- E lei  un cinico, lei  un vile! - scatt la ragazza. - Vile, s. Le so dire anch'io le parole grosse. Credevo che fosse pi coraggioso, pi uomo. Dunque avevo ragione quando ho detto di lei che era un cortigiano pagato!
La sua voce si spezz:
- Per un po' di pace... per del benessere... per un laboratorio bene attrezzato... per l'automobile a sua disposizione... per una bella casa... lei "si vende" cos! Per del denaro...
- Zitta - disse Pietro, mettendole con autorit una mano sulla bocca. - Non dica delle parole cattive...
Gli occhi di lui erano pieni di tristissime cose.
Domina accarezz quella mano con accorata tenerezza.
- Mi scusi. Non per il denaro, lo so. Per delle cose che ignoro, allora. Per la sua mamma, mi immagino. Ma non pu trovare del lavoro anche altrove? Un lavoro pi libero, veramente? Lei ha dei doveri anche verso il suo ingegno, verso la sua dignit di uomo.  uomo, Pietro, non  una piccola donna come me. Sono certa che ovunque troverebbe qualcosa da fare, e che potrebbe andarsene da qui senza nessun timore per l'avvenire. Perch dunque accetta di vivere cos? Perch rimane?
Pietro l'afferr per le spalle. Le rialz il volto, prendendole il mento come si fa con i bambini. La guard negli occhi, calmo.
- Rimango per lei, Domina.
- Per me?
- S, per lei. Ho paura.
Subito, la verit fu chiara. Non ancora quella pi importante: che cio Pietro l'amasse e volesse difenderla. Domina era di quelle rare donne le quali non vedono, fino all'ultimo, l'amore che sboccia sul loro cammino.
Ma l'altra verit: quella del pericolo che la minacciava, da lei di volta in volta avvistato e negato. Ed il fatto che esso fosse tanto evidente, da rendere indispensabile la presenza di un amico vero per scongiurarlo.
Per lei? Bravo, Pietro! Egli era fedele al patto di amicizia del Sebenico. Fedele sino alla vigliaccheria. Ma allora bisognava essere degne di quella fedelt.
- Mi salver - gli promise piano. - E il giorno in cui le dir di andarsene, lei potr partire "sicuro", glielo prometto. Non voglio che Pietro accetti la schiavit per me.
Si strinsero le mani, forte, con uno sguardo che era insieme pianto e fraterno riso.


 6.
Pietro era chiuso nelle serre, contro cui l'autunno si divertiva a sgranare i chicchi delle sue collane, che si sfilavano in crepitanti gocciole di pioggia. Marraine a Genova, in visite di congedo. Plinia e Domina, ognuna nella propria stanza, ch, dal giorno della promessa a Pietro, Domina si era gradatamente ripresa, isolandosi, tra i suoi fiori e i suoi libri. Louis irreperibile.
Poco prima delle cinque, la cameriera addetta al pianterreno chiese di entrare nella camera di Domina. Il signor Giacomo avvertiva che monsieur le Prince aveva dato l'ordine di servire il t nella camera della torre.
- Nella torre, Rosetta?
- Precisamente, signorina. Il signor Giacomo ha gi fatto portare s tutto.
Domina non aveva mai oltrepassato il primo gradino della scala a chiocciola. Lo fece turbata, diffidente, chiedendosi che cosa significava quel nuovo capriccio del Principe.
- Mon Prince?
- Entri, entri, Domina.
Il Principe era intento al lavoro: una carta di navigazione che doveva illustrare il resoconto dei suoi viaggi. Il tavolo di radica, grandissimo, era ingombro di matite, di gomme, di compassi, di squadre, di sestanti, e si appoggiava alla finestra rettangolare che occupava quasi tutta una parete della stanza. Il mare, di un colore giallastro, tempestoso, con le creste bianche delle onde, appariva, attraverso quella vetrata, di una evidenza magica. Una fila di piantine grasse, "i bambini di Pietro" si rincorrevano sul davanzale.
- Le piace la mia stanza, Domina?
S, le piaceva. Anche perch era molto diversa da come l'aveva immaginata: assomigliava un poco, piuttosto, alla cabina che gli aveva attribuito sul Sebenico. Un lettuccio, moltissimi libri, molto odore di sigaretta oppiata. Alle pareti, tre affreschi ingenui, di mano primitiva, con delle palme bistorte, delle rocce, dei manghi: un paesaggio tropicale, come usava nel periodo preromantico. Al soffitto, una lanterna esotica. Sul pavimento una stuoia delle oasi, gialla e viola.
- Vede la mia Africa, Domina? Spoglia, vero? Ma non mi piace avere in camera molti oggetti inutili. I miei libri, e i disegni per quando non posso dormire. Solo le rotte dei viaggi mi acquetano un poco. Stare fermo fa male, Domina. Arrugginisce, come una nave in disarmo.
Domina lo ascoltava, con un vago piacere, gi meno inquieta, ora, approntando il t sopra un tavolino basso, nell'angolo accanto al tettuccio. Il Principe andava e veniva per la camera, allegramente, requisendo cuscini e pile di volumi.
- Dove ci sederemo? Io posso utilizzare la branda, ma lei, Domina? E donna Plinia?
Ammonticchiava libri e cuscini e contemplava orgogliosamente la propria opera. Un ragazzo. Un caro ragazzo, quando voleva.
Donna Plinia, naturalmente, prefer il lettuccio. Aveva indossato per il t uno dei suoi abiti fastosi, di velluto corallo, che sulla coperta di leopardo risaltava stupendamente. Plinia non poteva lasciar sfuggire l'occasione di posare a quadro di Boldini.
-  inutile che lei provveda per Pietro - osserv il Principe alla ragazza, come la vide preparare una quarta tazza. - Ha gi avvertito che non prende il t, oggi.
- Il precettore imbronciato! - rise donna Plinia. - Del resto, fa benissimo a non venire. Sapete, Charlie, che si sta divinamente, noi tre, in questa camera?
Fumava, abbandonata sulla pelle e sui cuscini, la piccola testa serpigna ben dritta, quasi per lanciare meglio il suo veleno:
- Scommetto che anche Domina ne  innamorata, come me.
- Domina  una ragazza di ghiaccio, che non si commuove facilmente - lament il Principe.
- Chiss, Charlie! Voi non conoscete le ragazze moderne. Tutte ghiaccio fuori. Tutte fuoco dentro.
Erano discorsi, quelli, che davano molto fastidio a Domina. Certo, la camera di Louis le piaceva, sopratutto perch era contradittoria con lui: perch guardava diritta sul mare, perch parlava di viaggi, di cose aperte e leali, battute e purificate dal salino. Appunto per questo le parole e la presenza della Velati ci stonavano.
Si assorbiva nei suoi pensieri, mentre gli altri parlavano di cose futili, fumando. Quella camera una volta di pi la riavvicinava al White che a Murano l'aveva attirata, col suo silenzio e con la sua distanza. Pens: "Mi piace come il Sebenico". Ma di fuori era indifferente, un poco annoiata, infreddolita dalla giornata di pioggia.
Parlavano di libri, ora. Lawrence. Plinia disse:
- Scendo un momento a prendere la Dfense, Charlie.
- Aspettate. Lo mando a cercare da qualcuno.
- No, no, scendo io. Non ricordo dove l'ho messo.
Scomparve, con un lesto frusco dello strascico, sulla stuoia. Il rumore dei passi spar presto, inghiottito dalla scala.
Domina indovin: "L'ha fatto apposta". E si arm di vigilanza.
Ma Louis nemmeno parve avvedersi della solitudine e della complicit di Plinia. Finiva il suo t, la sua sigaretta, con calma. Poi si rimise al tavolo:
- Le piace di starmi vicina mentre lavoro, Domina?
Disegnava, con le belle mani accurate, in luce, sulla carta da disegno. Tracciava linee, prendeva misure. Tranquillo come un ragazzo saggio; silenzioso. E Plinia non tornava.
- Vuole leggere?
- Vorrei andarmene, monseigneur.
Depose la matita, la riga, la guard crucciato:
- Perch? Sta male qui, forse? Si annoia?
- Ho da fare, monseigneur.
- L'enorme lavoro di Domina! - rise lui. - Distesa sul letto, gi in camera, a veder passare le farfalle nere. Piacevole occupazione! Mi ascolti, Domina: la solitudine ed il malumore non le stanno bene. La rendono meno bella... e molto cattiva. Da domani, lei porta s il suo telaio e lavora qui, accanto a me. Non  bello?
Bellissimo, certo. Solo, non si poteva fare.
- Le giornate qui passano senza accorgersene, davanti a questo mare che cambia. Le piace il mare, Domina? Tanto? Ebbene, lo guarderemo in due. E quando sar stanca, riposer sul lettino, e chiuder gli occhi come un bambino. Come la mia bambina...
Incanto della voce rauca che amava. Solo con quelle inflessioni egli poteva piegarla. L'aveva presa contro di s, come una bambina, veramente.
- Questo silenzio. Questa mia torre, in cui nessuno osa entrare quando io non chiamo. I miei tropici, sulle pareti... E il suo volto di madonna, vivo, presente, mio! E tante ore per noi due soli...
S. Per quella voce si poteva dimenticare tutto, dimenticare anche la promessa a Pietro. Un'ora con lui era la vita.
- Verr anche domani, Domina?
Ma gi aveva sentito, prima di lei, il passo di Plinia, e l'aveva allontanata, di nuovo chino sul disegno.
- Non trovo la Dfense de lady Chatterley, Charlie. Volete l'ultimo libro di Gatti?
Domina trov Plinia estremamente simpatica.
Poi la notizia che la Contessa diede l'indomani a mezzogiorno parve aiutare miracolosamente i piani di monseigneur. Marraine aveva ricevuto una lettera di sua cognata, dal Belgio: occorreva la di lei presenza al Castello di Lys per le cacce imminenti. Al pi tardi fra otto giorni doveva partire, e ne era spiacentissima.
- Non oso pregarvi di rinunciare, marraine - si rassegn lui. - La Saracena non  punto allegra in autunno, ed il riscaldamento di queste camere cos vaste temo lasci molto a desiderare.
- Come farete, donna Plinia voi tanto freddolosa? - insinu Marraine, 	con la santa intenzione di convogliare anche la Velati nella sua partenza.
- Io, freddolosa? Non so che cosa voglia dire il freddo, mia buona amica - ment spudoratamente il "simpatico rudere", che fino allora aveva passato le giornate piovose, tappata in camera, sotto le coperte ed i coltroncini che la sua cameriera aveva potuto requisire.
- Dove mi attacco, muoio - mormor Pietro, facendo sorridere di scorcio Domina.
Marraine, dunque, partiva. Non era una buona notizia per Domina, che le era devota ed intuiva in lei un baluardo per le sue lotte. E Marraine partita voleva anche dire il campo libero per Plinia e per Louis, complici pi che alleati, per vincere le deboli resistenze di una Domina forse gi troppo presa. Questo lo pensava Pietro, il quale umanamente valutava molto difficile la resistenza della fanciulla, ormai soggiogata da troppe cose.
Nella sua sofferenza impotente egli trovava quasi un superstizioso indice di espiazione:
"Anch'io ho errato, facendola venire quass. Non ho voluto vedere che cosa rappresentavano, la sua bellezza e la sua giovinezza, per un predatore come il Principe. Sono stato imprudente ed egoista. Il bisogno di averla accanto mi ha ottenebrato. Ho perfino tentato di ingannare la mia coscienza, facendo tacere ogni scrupolo, persuadendomi che si trattava della "felicit di Domina"! Oggi, soffro e pago. Pagherei anche di pi, purch lei potesse salvarsi".
Salvarsi, con l'incitamento e la suggestione di una Velati vicina? Finch la Contessa di Aquisgrana presenziava la tavola, il salotto dava il tono, con la sua autorit, ad ogni conversazione, Plinia si conteneva ancora entro certi limiti. Ma, via lei, chi garantiva che la sua condotta sarebbe rimasta quale era stata fino allora? Da una Velati ci si poteva aspettare di tutto. E non era certo, in ogni modo, la compagnia ideale per una fanciulla.
"Bisogna che Plinia se ne vada. O che Domina si allontani per qualche tempo con Marraine - concluse Pietro. - Ne parler al Principe.  impossibile che, da uomo a uomo, egli non intenda ragione. Gli ho dato troppe prove di amicizia, perch respinga un consiglio da galantuomo. Se Domina lo ama, debbo pur rassegnarmi. Ma almeno la rispetti, allontanando da lei ogni compagnia troppo equivoca".
E se non fosse stato geloso di lui, certo, il Principe lo avrebbe ascoltato. Tanto pi che, ora lo sentiva, non aveva che da tendere una mano perch Domina cedesse; e donna Plinia, oltre che inutile, diventava invadente e pericolosa.
Ma, espresso da Pietro, proprio da Pietro, il consiglio gli parve impertinente. Troppe cose gi li separavano, perch quella voce onesta, la quale chiedeva qualcosa per Domina, non lo esasperasse.
Prese la cosa dall'alto, col tono usato da qualche tempo con lui: quello di un Hristal che parla ad un signor Spinovich qualunque.
- Ch'io sappia, Pietro, non vi ho mai chiesto schiarimenti sulla condotta che io debbo seguire. Il vostro suggerimento mi sembra, per lo meno, inopportuno.
- Non  per me che io chiedo qualcosa, Principe. Si tratta di Domina, di una fanciulla cara ad entrambi e che, in questo momento, mi pare, sarebbe bene allontanare.
- Per far piacere a chi? A voi? E voi v'illudete, Pietro, che io proprio non vi capisca? Che io non legga dentro di voi?
- Non so cosa possiate vedere che non sia degno di Domina.
- Ah... Perch qui, invece, ci sarebbe qualcosa indegno di Domina? Dimenticate che foste voi a suggerirmi il lavoro da affidarle in questa casa, dove  venuta qualche mese fa, per vostro consiglio.
- Sia pure, Principe: oggi penso diversamente.
La voce di monsieur le Prince si fece dura:
- Riflettete a ci che dite, ragazzo mio. Le vostre parole significano che questa casa non  pi degna di Domina?
- Che ci sono delle persone, per lo meno, non degne di lei.
- La contessa Velati, lo so. Oh, quale pedagogo, davvero! Come se Domina potesse subire l'influenza di quella vecchia pazza!
-  pazza, dite bene. I giovani non stanno bene accanto ai pazzi.
- Via, Pietro, mi seccate! - scatt il Principe. - La Velati  mia ospite e il mio operato, ricordatevene,  insindacabile, soprattutto per chi vive in casa mia, per chi mangia del mio pane. Occupatevi delle vostre serre. Occupatevene bene, mio caro. E non chiedete altro, oltre lo stipendio che vi passo, per le mansioni che vi affido.
- Sono un uomo libero. Posso anche declinare queste mansioni.
Era detta. L'orgoglio e la dignit offesa erano stati, per una volta, pi forti dell'affetto per Domina.
Louis, prontissimo, afferr subito l'occasione:
- Dite davvero? Siete un uomo fortunato, se potete rinunciare al posto che avevate qui. Ma se avete trovato di meglio, mio caro, non vi trattengo.
- Monseigneur...
- Sta bene. Sta bene. Basta. Non torniamoci sopra. Detto fra di noi, credo che sia meglio cos, per tutti e due.
Ora che Pietro era tolto di mezzo, ritrovava quasi la serenit e la cordialit di un tempo.
- Sarebbe stato un gran peccato guastare un'amicizia di tanti anni.  giusto, Pietro. Siete libero e potete quindi lasciarmi quando volete. Vi auguro anzi buona fortuna... Quello che vi prego - soggiunse al momento di congedarlo -  di non dire nulla a nessuno di questa vostra decisione. A "nessuno". Intesi, Pietro?
- Sar fatto, monseigneur.
Certo. Come dirlo a Domina? E perch poi? Per sentirla chiedere smarrita: "Non aveva dunque fiducia in me? Sarei guarita. Perch non mi ha aspettata?". Avrebbe avuto ragione lei, povera piccola.
Ancora una volta, aveva sbagliato. Pagava.
* * *
Il corridoio era tutto occupato dai bauli di Marraine. Accatastati, istoriati di etichette rosse, azzurre, gialle, stampigliate con i nomi dei pi grandi alberghi d'Europa, facevano sognare Domina. Ella invidiava Marraine la quale aveva passato tutta la sua vita in viaggi ed in partenze, sradicata dalla sua terra, come il Principe, come tutti quelli degli Austrasia. La nuova patria aveva dato loro castelli e propriet, ma non aveva cancellato il marchio di esiliati che li faceva simili a dei nomadi irrequieti.
La invidiava di viaggiare, ma non per di abbandonare la Saracena, dove le voci del vento e del mare componevano adesso sinfonie di violenza incredibile, nelle ore di tempesta. E cantate dolcissime, nelle giornate di sole.
Come si poteva lasciare, senza portarne per sempre nel cuore la nostalgia, quella dimora selvaggia perfino nel nome; asserragliata entro la cinta dei suoi muri; riparata dagli oleandri, contro la curiosit e l'indiscrezione; protetta dall'abbraccio verde dei pini? Con ondulazioni di velluto i pini sempre giovani salivano dietro la casa, di piano in piano, fino a quello chiamato "delle donne", dove Monsignore si recava di buon mattino a caccia. La bandita annessa alla propriet era vastissima. I coloni delle "ville", dei poderi, dicevano che si poteva camminare giorni e giorni senza vederne la fine. Vallette con acque scroscianti, monti sempre pi alti, verso Piampaludo; qua e l la macchia scura di un cipresso, quella di un elce, dove gli uccellini si rifugiavano in numeroso albergo. E dappertutto, quella gran pace, quell'armonioso silenzio scoperto dalla fanciulla ad Invrea e che ora ella poneva al sommo delle emozioni estetiche.
Fra la voce del mare, ed il silenzio vibrante del bosco, Domina adesso non esitava pi. Ad Invrea ella aveva imparato a distinguere le voci pi tenui, dal chiacchiero della pioggia al ritmico cadere degli aghi dei pini. E pi che l'occhio godeva l'udito, esercitato a distinguere suono da suono.
Capiva il Principe, il quale si chiudeva per delle giornate intere nella torre. La camera di lui emergeva, sul mare della pineta, come la torretta di un sottomarino sui flutti. Nei giorni di vento, l davanti, non tanto attirava la vista delle onde, quanto la gran tempesta arborea, che curvava le vette chiomate; il frusco dei rami, forte come una voce di acque.
Quando Louis diceva: "Penso che non lascer mai la Saracena. Anche se torner sul mare, mi piacer avere un rifugio come questo, per me" - Domina gli credeva.
Lasciare quella casa voleva dire rinunciare ad uno spettacolo bello in ogni ora del giorno, e con qualunque giornata.
Ci non toglieva che quella settimana tutto sapesse stranamente e parlasse un poco nostalgicamente di partenza.
Ma la nostalgia si arrestava alla stanza del Principe. Alla soglia, anzi, dov'egli l'attendeva ogni pomeriggio, e l'attirava contro di s, con una stretta che non arrivava al bacio, ma che le dava gi la dolcezza di un abbraccio.
Saliva da lui nelle prime ore del pomeriggio, quando Plinia riposava e Marraine si dedicava ai suoi bagagli. Poi all'ora del t, preparato nuovamente in un salotto del pianterreno, ella scendeva prima di lui, senza che nessuno si avvedesse di quel viavai clandestino. Non portava il suo telaio, com'egli le aveva suggerito, perch sempre giustificava di fronte a se stessa la visita, qualificandola "di grande premura". Invece rimaneva, malgrado la fretta ostentata, ed era talvolta cordiale e affettuosa, ma pi spesso silenziosa, quasi ostile.
Tuttavia, tanto si era abituata ad averlo maestro di raffinata civetteria che sceglieva sempre, come se fosse consigliata da lui, per quelle ore, l'abito ed il colore ch'egli stesso le avrebbe scelto. Non tentava di posare, come faceva Plinia, a qualche quadro sorpassato: per essere attraente bastava ch'ella si movesse sicura, nelle belle vesti che egli preferiva. Se assomigliava ad un dipinto, era solo alla madonna, di cui Louis aveva cercato la copia, per adornarne la camera di lei, prima ancora che la Saracena l'ospitasse.
Louis non domandava di pi. Ch'ella fosse bella. Non altro. Quando lo sguardo di lei si perdeva al di l della pineta, verso il mare plumbeo, e nel dolce volto, ch'egli accarezzava con gli occhi, non un moto indicava gioia o pena, egli non le chiedeva e non si chiedeva: "A che cosa pensa?". Seguiva il contorno perfetto della piccola testa, l'ovale, il mento arguto: studiava una volta di pi il colore indefinibile delle pupille che ora in autunno avevano presa una tinta pi calda; gustava il gesto delle mani intrecciate; apprezzava la linea della bella persona, l'atteggiamento armonioso. Ma non andava pi in l.
Guai se egli si fosse deciso a chiederle: "A che cosa pensa, Domina?".
A Pietro ella pensava, molto spesso. Chiusa in quella stanza col Principe, pensava all'amico, cui aveva promesso di vincersi e che doveva poter partire "sicuro di lei". Se egli avesse saputo di tanta sua debolezza, di quelle ore ambigue, di quelle strette, dei troppo lunghi baci sulla mano, sul polso... Se avesse visto come la tenerezza in Louis si faceva ogni giorno pi insinuante ed il bisogno di stargli vicino, in lei, pi esigente... che cosa avrebbe detto Pietro?
L'ora del t giungeva presto. Era Louis che l'avvertiva:
- Bisogna che lei scenda, Domina.
Indugiavano sulla porta, con un sorriso dove c'era gi possesso e dedizione. Louis pregava:
- Perch non torna dopo cena? Troppo brevi ore, queste, per poter dire di averla avuta con me. Un momento solo, questa sera.
Gi sgomenta di poter dire di s, Domina lottava per dire di no.
- Quando tutti sono in camera, Domina. Di che cosa ha paura?
Di se stessa, aveva paura. Di abbandonarsi, di ricambiare le carezze. Sentiva che quel momento si avvicinava, e che la promessa a Pietro non bastava a impedirlo. La pienezza sensuale di cui l'avevano drogata, ora chiedeva di sbocciare nel fiore della passione.
La vigilia della partenza di Marraine egli fu ancora pi pressante. Mai le aveva detto una volta: "Le voglio bene". Mai chiesto: "Mi ami?". Solo quel giorno, chino sul suo disegno, senza guardarla, os bruciarla con le parole che chiedono il corpo e non pretendono l'anima. Fame e sete di lei, aveva. Non gli era possibile continuare cos.
Aperse agli occhi di lei lo scrigno delle promesse mirabili, che il desiderio maschile fa balenare per incantare un cuore e un corpo di donna. Certezze di gioia. Visioni di volutt. L'incenso inebbriante dell'adorazione:
- Lei  la pi bella di tutte. Nessuna donna  come lei. Non rinuncio ad averla.
La chiuse in un abbraccio, da cui ella sfugg anelante.
- Io solo posso darle ci di cui ha bisogno. Io solo so ampliare i confini della sua vita, si ricordi. Chiunque altro la chiuderebbe tra le pareti di una casa: io le dar il mondo. La ricchezza, di cui una donna come lei non pu fare a meno. La bellezza, per cui ha sempre vissuto... E l'amore, l'amore che lei ignora, che far di me il suo padrone e la sua cosa.
Smarrita, Domina lo ascoltava, credendo e dubitando insieme. Poi, ancora, l'insistente preghiera:
- Un momento solo, un'ora sola con me, quando la Saracena dorme. S, Domina?
Non gli disse di s a voce, ma tutto in lei fu "s": sguardo, carezza, bacio. S, mon Prince.
Sera interminabile. Gesti di Plinia a tavola, raggiante di veder partire Marraine. Monsieur le Prince impassibile. Domina, pi che osare guardarlo, lo indovinava. Pietro assente, con lo sguardo lontano.
Discorsi sulla partenza della Contessa: domattina alle otto, Pietro l'accompagner in macchina fino a Genova, dove poi lui si fermer qualche giorno, ospite di Dan. Domina lo interrog stupita con lo sguardo, perch non sapeva di questa visita progettata. Pietro, per non vedere quegli occhi, chiese alle signore il permesso di accendere la sua pipa. E dopo cena si chiuse, come Zeus, in una nuvoletta di fumo.
Il caff: due giri di poker dei quattro, che Domina osservava da una poltrona, assorta nella febbre, costretta sotto la finta di una leggera sonnolenza. Belle teste, tutti e quattro: gemelle di razza, bench non assomiglianti, quelle di Berta e di Louis. Contrastanti e tipiche, quelle di Plinia e di Pietro. Pietro il pi bello di tutti. Ella am per un attimo, gi pronta ai baci di un altro, quel volto che non era pi infantile, con i solchi sotto gli occhi come se avesse pianto, e la bocca serrata, quasi cattiva tanto era amara. "Pietro soffre". Poi lo dimentic nell'attesa della gioia proibita.
Aveva promesso a Marraine di alzarsi per salutarla al mattino: solo Plinia e Louis quindi fecero i loro saluti. E proprio al momento di congedarsi da monsieur le Prince, la Contessa fu tentata di raccomandargli quel giudizio ch'egli aveva gi perduto. Ma Louis dovette intuire il pericolo, perch le tapp la bocca con delle false promesse:
- Ci vedremo presto, Marraine. Potete aspettarmi al castello di Lys fra due settimane.
- Ma davvero? Dite sul serio, Louis?
- Parola.
Spergiurava, mentendo come gli uomini che amano, o credono di essere innamorati.
Tre ore dopo, nel corridoio illuminato da lampade velate che lo facevano assomigliare ad una corsia, Domina tremava di eccitamento, e un poco di paura. Nessuno poteva udirla camminare lieve sul tappeto felpato, strisciando la mano contro la parete per non urtare nei bauli. Pure, tremava.
La casa riposava nella ninnananna del bosco, che giungeva attraverso i muri spessi. Poteva proseguire sicura. Tutti dormivano.
Ma dalle camere di Pietro affacciate sull'andito in penombra per cui Domina doveva passare, giungeva ancora qualche rumore attutito ed un filo di luce. Pietro dunque non dormiva? Leggeva? O non riusciva ad assopirsi e si rivoltava entro il suo letto, simile a quello di Monseigneur? Rivide il volto di lui, come quel giorno nella serra: gli occhi pieni di tante cose tristi. Da allora era sempre stato cos. Non aveva pi ritrovato il suo sorriso. La sfuggiva. Forse si era accorto ch'ella non manteneva la promessa.
S, doveva essere cos. Aveva saputo delle sue visite al Principe e ne soffriva, disprezzandola. Ed ecco domani sarebbe partito, per molti giorni, con quel rancore che gli incattiviva il viso.
S'egli si fosse affacciato in quel momento e l'avesse veduta?
Quel pensiero la paralizz, mentre il sangue affluiva violento al cuore, facendolo dolere. Ch'egli non la vedesse, almeno. Non sapesse, non avesse la prova fino a qual punto Domina lo aveva tradito.
Avanz pi cautamente ancora, trattenendo il respiro, inquietandosi contro le pianelline dal tacco alto, non abbastanza silenziose. Aveva gi posto un piede sul primo gradino della scala, quando un'altra occhiata all'andito, un ultimo sguardo alla camera illuminata, l dentro, la ferm contro lo stipite, aggrappata alla ringhiera. Come nel corridoio, davanti alla camera di Marraine anche qui dei bauli si ammonticchiavano, pi numerosi ancora che quelli della Contessa.
- Bauli? - si chiese Domina stupita. - Bauli per andare a Genova otto giorni? Casse?
Ridiscese lo scalino, torn cautamente indietro, sforzandosi di leggere nella semiluce le diciture stampigliate. Riusc finalmente a decifrare: "Libri" - "Minerali" - "Fragile; vetri".
Era mai possibile che Pietro se ne andasse? Che quella visita a Dan, di cui a lei non aveva mai detto parola, significasse una partenza definitiva? Ma no: forse erano destinati ad Abbazia, quei bauli. Materiale inutile di cui Pietro, alla Saracena, poteva fare a meno.
Osserv meglio l'indirizzo, movendosi come un'ombra nella penombra. Non c'era pi dubbio possibile: tutti i bagagli erano indirizzati al Dottor Spinovich, presso lo scultore Dan Lucini, San Francesco d'Albaro".
Dunque, Pietro andava via. La lasciava sola. La lasciava sola col Principe. Ed il Principe l'amava. Ma la felicit promessa diventava un mucchietto di cenere di fronte a qualcosa che crollava con quella partenza.
Forse Louis ne era geloso e lo aveva licenziato? Il presentimento che ella aveva avuto, il giorno della scenata nella serra, divenne, con l'intuizione, certezza.
Per quella gelosia se ne andava, dunque, l'amico prediletto, il ragazzo del Sebenico, cui ella aveva voluto bene subito per l'estrema giovinezza del bel volto, che inteneriva ogni cuore di donna; per la gentilezza, per la bont, per la fraternit dimostratale. Egli l'aveva trasformata, da bambina povera, in una principessa da fiaba. Ed ora che non serviva pi, ecco lo avevano congedato, come un servitore malfido.
"Bisogna assolutamente che lo veda".
Avviata verso un convegno d'amore, l'amicizia la ferm, prima della soglia vietata. Se il pensiero del Principe in attesa la sfior, fu solo per dirsi: "Ho tempo dopo. Andr pi tardi. Mi aspetter". Quello che bisognava era vedere Pietro, subito. E risoluta picchi.
- Che succede, Domina?
Il primo pensiero di lui fu che la fanciulla si sentisse male.
-Devo chiamare qualcuno?
Era buffo, in pigiama, con la vestaglia appena gettata sulle spalle, i piedi nudi entro i sandali. Domina, col riso, ritrov quella se stessa che un istante prima si smarriva sulla scia del desiderio.
- Non ho nulla - lo rassicur. - Volevo vederla.
- A quest'ora?
- Passavo. Ho visto luce ed ho picchiato. Non pu dormire? - Poi si volse ad osservare la camera, caotica pi che mai, ma del caos di una partenza senza ritorno. - Lei mi nasconde qualche cosa, Pietro. Quei bauli, l fuori, che cosa vogliono dire?
Ammutolito in mezzo alla stanza, egli fissava come svanito la fanciulla e le immagini desolate della sua disfatta.
Domina gli pass la mano sulla fronte, gli sfior il volto con una carezza di mamma, lo spinse verso una poltrona:
- Mi dica la verit. Ogni cosa... Parli - preg ancora, mentre lui trasognato taceva. - Parli, Pietro.
- Sono licenziato.
- Licenziato? Da quando?
- Da otto giorni.
- E non mi ha detto nulla?
La guard con negli occhi una sola domanda: "Che cosa potevo dirle?".
- Lei va via... e Monseigneur non mi ha detto nulla?
- Eravamo intesi che nessuno avrebbe saputo.
- E per quale ragione? Che cosa  successo?
Pietro fece un gesto come a dire: " superfluo parlarne".
-  per me? Dica la verit:  per me? Avete parlato di me?
Cenno: s. Poi:
- Avevo pregato Louis di congedare donna Plinia, oppure di far partire lei con Marraine.
- E lui ha rifiutato? E per rappresaglia lo ha licenziato?
- La colpa  mia. Mi sfugg una parola orgogliosa, da uomo libero, che lui prese subito al balzo.
- Ma non  possibile, Pietro. Io non la lascio andare. Lei scende a Genova domani, poi torna quass. Ci penso io a metter le cose a posto con Louis.
Pietro scosse la testa con rassegnazione:
-  inutile. Lei lo sa.
Era vero, era inutile. Louis non l'avrebbe ascoltata. Per colpa di lei, Domina; per una piccola donna come era lei, il Principe troncava un'amicizia fedele. Congedava il cortigiano per amore della favorita. Fino al giorno in cui altri bauli, pronti, avrebbero detto che anche l'ultima favorita partiva, per far posto ad una nuova.
- Allora non rimango nemmeno io.
La necessit di partire, poich Pietro partiva, galvanizz in lei ogni energia, bruciando le scorie dell'ambigua passione.
- Ma io non voglio, Domina...
Scart la volont di lui, come superflua alla sua decisione.
- Sono io che decido della mia vita. Mi lasci pensare... - Poi annunci: - Ho trovato.
And in camera sua, ne torn dopo un tempo che a Pietro parve interminabile, con qualche involto.
- Non ho che una valigia piccolissima e qui c' qualcosa che non voglio lasciare. - Era il dipinto di suo padre, ed altri oggetti personali. Nella valigia metto solo quello che voglio avere sottomano. Chieder poi che mi si mandino i libri, il mobile e gli abiti "miei".
- Domina, lei  pazza.
- Mi lasci fare. C' posto nel suo bagaglio? - Trov un posticino anche per i suoi pacchi, e colse l'occasione per disporre, con ordine femmineo, la roba di lui messa alla rinfusa. - Cos va bene. Ed ora, buonanotte, Pietro.
- Ma mi sa dire che cosa ha deciso?
Si mise un dito attraverso le labbra, sorridendo adorabile:
- Affar mio. Lei cerchi di dormire. Domattina, in macchina, prepari un posticino anche per me.
- Ma il Principe, Domina?
Un lampo indescrivibile attravers quegli occhi tanto soavi:
- Monsieur le Prince ci ha traditi, Pietro. Abbiamo il diritto di tradire lui.
E lo ripet nella lettera, riportata dall'autista al Principe, al ritorno da Genova. La signorina era partita dalla Saracena alle otto, con Marraine e con Pietro, aveva riferito la cameriera. Vestiva il suo abito a giacca, scuro, e portava una piccola valigia. Aveva detto a Rosetta, salendo in macchina:
- Direte a monsieur le Prince, quando si sveglia, che ho accompagnato a Genova la Contessa.
- Torner per mezzogiorno, signorina?
- Forse.
Ma la macchina era tornata vuota.
E a lui che tutta notte l'aveva attesa; che tardi si era rassegnato, non vedendola giungere, pensando che qualcosa le avesse impedito di salire o si fosse addormentata, come un bambino il quale ha troppo sonno; che tutto il giorno inquieto si era chiesto che cosa significava la gita a Genova, non era giunta che quella lettera. La prima di Domina.
"Ella ha infranto un patto, mon Prince. Il patto di alleanza e di amicizia fra i tre amici del Sebenico. Anche se lei crede di amarmi, ed io forse l'amavo, Pietro non doveva partire. Nell'amore vero c' posto per l'amicizia fedele. Seguo Pietro, monsieur le Prince, non come tutti crederanno, come Lei creder, perch "c' qualche cosa fra noi due", ma perch egli, di noi tre  certamente il migliore".

 7.
Lo avevano lasciato solo. E tutta la casa, appena partiti, fu piena di loro.
Non era tanto il quadro a capo del letto, a ridargli la Domina che egli aveva pi amato: occhi bassi, sorriso ambiguo, promessa di gioia in quel riso, quanto la camera intera che parlava dell'assente con le vesti buttate alla rinfusa nella furia della fuga, con le pantofoline di cigno e di antilope, scelte da lui in una gita a Roma, pronte accanto al letto, come quando la fanciulla le aveva lasciate per calzare le scarpe da viaggio.
Non aveva preso nulla, di ci ch'egli le aveva donato o consigliato di acquistare. Perfino, nella stanza da bagno, erano rimasti i cosmetici, le ciprie, il rossetto per le labbra, le armi affilate pazientemente per la seduzione. Era partita disarmata, incontro alla vita.
Nell'armadio, inanimate, giacevano le belle vesti. I colori ch'ella preferiva. Le sete, i velluti da cui emergeva radiosa. Profumi indefinibili le impregnavano ancora, ed altri ch'egli riconosceva immediatamente. Una spallina, dell'ultimo abito da ballo ch'ella aveva indossato, sapeva lievemente di tabacco oppiato.
E sul piccolo scrittoio, che Domina trovava "divertente", tutto era rimasto come l'ultimo giorno in cui ella si era recata in camera sua, e aveva detto "Torner" con lo sguardo. C'era anche il ritratto "alla pi bella delle madonne italiane". Lo volt sul piano del tavolino, rovesciandolo con un colpo secco che ne ruppe il vetro.
Nel secrtaire, che le assomigliava, voce individuale fra quelle uniformi dei mobili nuovi, i libri di lei parlavano di lunghe letture. Racconti che Domina aveva amato da bambina, molto sfogliati. Un volume inglese squinternato, di giuochi infantili. I romanzi della Sand; tutto Balzac; il Manzoni "bello" rilegato a fregi d'oro. E piccoli almanacchi antichi, ricoperti di amoerro, di pelle.
Non os aprire i cassetti, sfogliare le lettere. Era una Domina ignota, quella, che non gli apparteneva; nella cui vita e nel cui passato egli era come un estraneo. Per la prima volta si chiese: "Che cosa sapevo di lei?". Per la prima volta, di fronte a quei libri, a quelle fotografie, a quei pacchi di lettere, al suo telaio col lavoro avviato, egli si domand se aveva amato la vera Domina, o solo una falsa immagine.
Anche il corridoio, lo scalone, la casa, la ricordavano. E, strano, non era la Domina degli ultimi tempi, perfetta, artefatta, che gli tornava alla memoria, percorrendo la villa orfana di lei, ma quella dei primi tempi: testa da zarina, grembiule azzurro, odore di sapone fine. "Buon giorno, mon Prince!". La vedeva raramente, cos, al mattino, ma la voce gioiosa delle poche volte in cui l'aveva sorpresa appena levata, non si dimenticava tanto facilmente.
Le sale, l'atrio, la "stanza dei fiori" odoravano di Domina. Bei fiori, ch'ella componeva con somma grazia, vestendo d'arte ogni suo gesto. Ora essi marcivano troppo fitti nelle coppe, nei vasi, accomodati da mani grossolane. Morissero, poich era sparita colei che tanto li amava.
I dischi alla rinfusa, un berretto dimenticato, il servizio da t, la racchetta, anche queste cose parlavano di lei. E se usciva dalla casa, fuori Domina era dappertutto: nel mare, che le piaceva; nel bosco, che piangeva nelle giornate di vento: "Oggi, mon Prince, la pineta piange". Negli aghi dei pini, che si confondevano cadendo sui suoi capelli color baio. E gi, nella piccola rada dove il suo giovine corpo si macchiava di sole.
Nessuno pronunciava pi il nome di lei, ma quel silenzio parlava.
Poi le cose mormoravano un altro nome, malgrado anche quello fosse taciuto, malgrado le camere di Pietro fossero state chiuse ed interdette a chiunque.
Domina aveva lasciato tutto, anche ci che le apparteneva, che le sarebbe stato spedito pi tardi, non appena avesse mandato il nuovo indirizzo. Ma Pietro non aveva lasciato dietro di s, nella casa, quasi nessuna traccia materiale. Aveva messo nella preparazione dei bagagli la stessa cura ch'egli metteva in ogni suo lavoro. Cinque anni di vita in comune erano cos stati chiusi da lui in quelle casse, che lo avevano immediatamente seguito. Ricordi di viaggi: libri, fotografie, materiale di studio, tutto aveva meticolosamente imballato.
Ma non aveva potuto portar via "le sue serre", ed esse lo chiamavano desolate, ancor pi forte che le sale non chiamassero Domina. Il capogiardiniere non era sufficiente a tenerle in ordine e si disperava: "Se ci fosse il dottore...".
Dentro, nel laboratorio, tolto ci che era la propriet di Spinovich, gli oggetti e gli arredi apparivano intatti: le cassettine con le terre, gli strumenti, i manuali acquistati dal Principe. Inalterato, l'odore di vernici e di cera che piaceva a Domina. Accanto al tavolo di Pietro, lo sgabello alto su cui ella soleva sedersi, e che la rammentava pi di ogni altra cosa l dentro, bambina intenta ai sortilegi di un mago.
Quale studioso Pietro fosse stato, ora si capiva, ch le piante testimoniavano, nella sua assenza, del lungo, del paziente lavoro. Giovanissimo, egli aveva dedicato tutto il suo tempo, e la passione di scienziato, alle creature vegetali, creandole e guarendole, senza alcuna vanit personale, pago solo di avere a sua disposizione i mezzi per studiare di pi ed i capitali per avviare esperienze costose. Il Principe ricordava i primi tempi della loro amicizia: le ricerche appassionanti che tenevano lui pure, Louis, sospeso sopra una vita che doveva sbocciare. Il trionfo delle prime vittorie; l'orgoglio, quando fiori e piante "delle serre di Abbazia del principe Luigi di Austrasia" erano premiati alle mostre. Lunghe sere passate insieme, sotto la luce spettrale dei riflettori, nelle stufe soffocanti: ricerche di colori rari, di profumi nuovi.
Come aveva fatto a staccarsi da quelle sue piante, Pietro, senza soffrirne nel sentimento e nell'orgoglio? Come faceva ora a viverne lontano?
- Peccato - diceva il capogiardiniere, mostrando al Principe varii esemplari di una pianticella. - Il signor Pietro non aveva ancora vista questa, che  fiorita ieri mattina. Guardi, monseigneur.
Monsieur le Prince guard e odor, convenendo che realmente quella specie di camelia bianca sapeva di un profumo fresco e nello stesso tempo penetrante, molto simile a quello del calycanthus.
- Le aveva dato anche un nome.
L'uomo gli mostr il cartellino giallo, su cui Pietro aveva scritto il nome del nuovo fiore: "Basilissa Saracenae" e pi sotto, in piccolo: "Pietro a Domina".
Basilissa Saracenae: la regina della Saracena. Fredda e candida in apparenza come una camelia, ma soave e femminea come il fiore che profuma sugli steli senza foglie, e che nel suo nome vuol significare pi bont che bellezza. Erano occorsi quattro o cinque mesi per ottenerlo, perfetto come l'ultimo esemplare, ma la mano che lo aveva creato non lo aveva n colto n offerto. Pietro pensava di lasciarlo come ricordo a colei che doveva rimanere alla Saracena, e perci aveva preparato la dedica: "Pietro a Domina".
Monsieur le Prince fu l l per portarselo via, ma nessuno aveva mai veduto il Principe con un fiore. Egli li amava cos, sulla pianta, o accomodati da mano estranea nei vasi. E poi, un fiore, per farne che cosa? Quel profumo, quel nome, per ricordare chi? Per rammentargli che mentre egli, Louis, metteva tutta la sua intelligenza e la sua scaltrezza nel mutare una donna in una cosa, Pietro - il migliore dei tre - chiuso per ore ed ore nel laboratorio, vegliava sulla terra la quale custodiva un innesto mai visto?
Certo, aveva meritato assai pi di lui, perch dal sole, dalla terra, dalla luce, dall'acqua, aveva ottenuto che quella piccola talea si trasformasse in una creatura viva, fiorita, odorosa.
Veramente gemella di colei che gli aveva suggerito il nome: "Domina", la signora della Saracena.
* * *
Perch ora si poteva pensarli con rimpianto, ricercarne le tracce, dirsi: "Non dovevo lasciarli partire". Ma i primi giorni, nella solitudine della torre, solo aneliti di collera erano usciti dal suo petto. L'odio aveva dettato parole aspre, gridate ai soli testimonii che potevano udirlo senza umiliarlo: il cielo, la pineta, il mare lontano, le quattro pareti della camera.
Li aveva odiati per la complicit, per la duplicit ch'egli credeva di scoprire in ogni loro atto: Pietro perch gli aveva tolto Domina, Domina perch lo aveva ingannato. Non si rassegnava alla verit della lettera ch'ella gli aveva mandato: tutto era ingiustificato ai suoi occhi, tutto preordinato dalla perfidia. Il gentiluomo "duplice e intelligente" lo aveva bassamente, indegnamente giocato. Aveva usato con lui la politica dei vili; sornionamente sobillato la fanciulla, incitandola a ribellarsi con la fuga.
"Congiura di Palazzo". La prima frase, sardonica, che gli era venuta alle labbra era stata proprio questa. Talmente, nel suo profondo, quei due erano per lui ci che Domina aveva indovinato: de' cortigiani pagati.
Costretto a nascondersi di fronte a tutti, solamente a tu per tu con se stesso egli poteva sfogarsi. E si sfogava in lettere piene di disprezzo, che egli pensava di mandare a Pietro, gi godendo dentro di s che Domina le leggesse. Poi, appena esaurito il furore, lacerava gli scritti.
Con tutti aveva finto: Pietro era partito, per un congedo di qualche mese, perch non stava bene di salute. Sarebbe tornato, ma ad Abbazia, perch il clima della Liguria non gli si confaceva. E Domina aveva accompagnato la Contessa per un capriccio dell'ultimo momento, nato l per l alla stazione, di fronte al "lusso" Budapest-Parigi.
Ma bastava il suo volto, improvvisamente invecchiato, a rivelare la verit.
Con Plinia Velati fu esplicito. Se doveva soffrire, voleva soffrire da solo, libero dalla sorveglianza di quegli occhi che contavano ogni nuova ruga e notavano la traccia delle insonnie sul volto devastato.
- Vi direi volentieri di rimanere, se non avessi in animo di riprendere la strada del mare. La Saracena, d'inverno,  inabitabile. Ve ne sarete accorta, ma frileuse?
Galante, sempre, ma insensibile di fronte a quella Circe a riposo.
- Ma, Charlie, io avevo deciso di rimanere almeno fino a Natale.  solo in gennaio che i Moreno mi aspettano a Capri.
- Potete scrivere loro di ospitarvi prima. Il Natale a Capri deve essere meraviglioso, mia cara.
- Partiamo insieme, Charlie, volete? - Civett, sparando le estreme cartucce. - Sono certa che un viaggio vi farebbe bene.
- Vi ringrazio. Non mi occorrono medicine. - (Dentro di s disse: veleni). - Ho solo bisogno di sentire sotto i miei piedi il ponte di una nave. Vi spiace di fissare un giorno per la vostra partenza? Ne sono desolato, amica mia, ma occorre che io provveda, per avvertire il mio segretario.
- Avete dunque un nuovo segretario?
Non rilev la domanda: nulla in lui doveva rivelare, alla complice di poche settimane prima, l'uomo deluso, tormentato.
Aveva, infatti, un nuovo segretario. Un uomo qualunque, n giovane n vecchio, ch'egli non aveva guardato nemmeno. Era intelligente? Era onesto? Gli avrebbe rubato a man salva? Che importava? Quello che importava era andarsene, sentire davvero la coperta di una nave sotto i piedi, non pi la terra sonora che gli aveva fatto tanto male.
Rimpianse: "Se non avessi venduto il Sebenico...". Poi riflett che quel veliero, pi di ogni altra cosa, gli avrebbe ricordato "gli altri due".
Non avrebbe parlato degli ultimi mesi dolci e torbidi alla Saracena, ma gli avrebbe ridato Domina, quella di Murano, che girava intorno al bastimento, medusata, come una bambina intorno all'albero di Natale. E soprattutto, gli avrebbe ridato Pietro. No, era meglio cos: che anche il Sebenico fosse perduto per lui.
Il Pietro del Sebenico!
Quando pi egli avrebbe ritrovato, per i viaggi che amava, un compagno cos? Dove un altro tanto intelligente e comprensivo, sensibile al suo bisogno di silenzio, in dati momenti, al suo desiderio di rumore e di folla, in altri? Un alter ego come quello, pi giovane di lui? Un camerata, che sapeva per il valore delle distanze? Uno che dividesse con lui la passione del mare, come Pietro l'aveva divisa, pronto a navigare per mesi e mesi su di un veliero, a dividere disagi, ad abbandonare case e terra per non avere intorno che cielo e acque? Tutti i loro viaggi ritornavano nel ricordo; soprattutto l'ultimo, di piccolo cabottaggio, che li aveva portati dalla Dalmazia a Cipro, e da Cipro a Murano.
Ripartire oggi, certo. Ma ripartire significa dunque essere veramente solo nella solitudine.
Nemmeno un istante, prima nel suo orgoglio di uomo battuto, poi nella delusione di amico abbandonato, gli affior il pensiero di richiamarli. Louis sentiva che vi sono ferite che non sanano, offese che non si rimediano. Si erano fatti del male a vicenda, e, pi di tutto, fra lui e Pietro, c'era Domina a dividerli.
"Se fossi stato solo ad amarla...".
Se egli fosse stato solo, Domina non sarebbe partita, ma egli non l'avrebbe desiderata con quell'ardore che era gi una rivalit mascherata.
Cercarli, adesso, a che scopo? Per dire a Domina una seconda volta: "La Saracena l'aspetta"? E sentirsi rispondere dalla voce freddamente dolce: "Grazie. Non torno, mon Prince"? Trovarla a Genova, nella casa di Dan, gi promessa a Pietro? Oppure sapere che non c'era pi, ch'era partita verso un'altra mta ed un altro lavoro?
E s'ella gli avesse chiesto: "Che cosa m'attende alla Saracena, monseigneur? Che cosa vuol fare lei di me"? Descriverle i viaggi, gli abiti, i gioielli, i piaceri gi promessi? Che cos'altro poteva offrire, a lei, che forse chiedeva ci ch'egli non poteva darle, legato com'era alla sua casta, alla sua casa, ad un partito che lo sosteneva e ch'egli non poteva deludere?
"Gli altri possono solo chiuderla fra le pareti di una casa". Certo, ma darle anche un nome, Spinovich, od un altro qualunque.
"Ma potevo amarla, questo s. Amarla molto. Domina non ha avuto fiducia in me". C'era quest'amarezza, ad intossicare il rimpianto. Si era spaventata del culto ch'egli aveva votato alla sua bellezza. Non aveva mai creduto ch'egli volesse un giorno, come Pigmalione, animare la statua che adorava. Aveva visto solo l'apparenza equivoca del suo amore, apparenza che infatti poteva turbare una donna pura ed inesperta. Ma si era posta troppo in basso nella stima di lui, supponendo che egli scindesse in lei del tutto l'anima dal corpo, l'intelligenza dalla bellezza. Invece, ora lo sapeva, l'aveva amata "tutta", come ogni donna desidera d'essere amata. Solamente, l'aveva capito troppo tardi, n aveva saputo farlo capire a lei.
Pietro aveva detto: "Ho sbagliato e pago". E si era rassegnato, lui. Il Principe no.
Era il vero, il grande dolore della sua vita, quello, acuto come per la morte del fratello giovinetto. Ma ci si rassegna a sapere Alberto sparito, quando la terra di un campo di battaglia lo ricopre, eroe di vent'anni; quando pochi anni dopo le fanfare della vittoria dicono ch'egli non  morto invano. Alberto  l'infanzia,  l'adolescenza in comune:  i sogni di gloria,  la fraternit degli ideali.  l'antica Casa di Austrasia, che comprende nel suo nome patria e famiglia. Alberto  il passato.
Ma Domina  l'avvenire.  la vita.  la gioia promessa.  la necessit di donare della felicit, di vederla nascere da un sorriso, fiorire da un affetto.  la bellezza compiuta, l'anima amorosa. La sua piccola testa, sulla spalla di mon Prince, ha lasciato un'impronta che non si cancella. Una nostalgia di carezze che nessuna donna riuscir a colmare. Non ci si rassegna a perderla. Perderla, vuol dire veramente morire.
S, ci fu anche l'idea della morte. Tutto parl di morte, alla Saracena.
Partire, ora, significava sparire.
Fu quella notte che il temporale scoppi, investendo il promontorio come per inabissarlo.
Dal Beigua, dal Giovo, dall'Argentera, i nembi si adunarono gravando sulla pineta, piombo nerastro solcato dalle serpi dei lampi. Il bosco piangeva veramente, ululando. Per Louis sparire in quel turbine poteva essere facile. Nessuno l'aveva veduto uscire. Nessuno avrebbe atteso il suo ritorno.
Fin da fanciullo, aveva amato i temporali. Il mito di Romolo che sparisce nella folgore gli era sempre parso orridamente bello. E vi erano, su, all'ultimo dei Piani, scoscendimenti e burroni che lui solo conosceva.
Correva nella pioggia, sotto gli alberi, che si torcevano incatenati al suolo, invidiando la sua fuga. Poi, come un cavallo impazzito, si ferm contro i vetri del laboratorio, sui quali la grandine tambureggiava feroce.
La porticina era aperta. Dentro c'era buio. Il riparo che non aveva cercato lo invit, come una parola di pace.
Cerc la luce; l'accese. La stanza era desolata, trascurata da troppo tempo. Faceva pensare, con le casse ammonticchiate e con le vanghe negli angoli, ai depositi dei cimiteri, dove i feretri aspettano l'opera dei becchini. Il vento, entrando da qualche vetro rotto, dalla porta spalancata, sollevava sulle pareti le matasse di raffia, che si agitavano come lugubri capigliature bionde. La lampadina, bieca, dondolava a pendolo. Polvere sui vetri, sugli scaffali. Nei vivai di esperimento, piccole vite troncate prima di nascere.
Freddo e morte in ogni cosa.
Ma il fiore che l'uomo rozzo delle serre aveva custodito, intuendone il portento, spiacente di veder morire una cosa tanto bella, splendeva l dentro, pallido: unica cosa viva fra tutte quelle cose morte.
"Avr freddo".
Il Principe si disse proprio cos, istintivamente, come si pensa di un bambino che nel sonno si scopre. E come per un bimbo, subito, si cerca qualcosa di soffice, di caldo, che lo ricopra, egli cerc intorno, con gli occhi, cosa mai potesse riparare la pianta delicata.
Raffia, che poteva ferirla, non altro.
"La serra?". Tent di aprire la porta. Ma essa non cedette. Le serre erano chiuse.
"Eppure non posso lasciarla morire cos".
Fece un castelluccio di carta, alla meglio: guard se sotto la giacca, zuppa di pioggia, poteva in qualche modo proteggere il vaso.
"Aspettiamo che il temporale smetta".
Attese sulla soglia, seguendo la battaglia delle nuvole, osservando poco per volta l'offensiva calare verso Portofino. Le raffiche cessavano, sempre pi deboli e rade. Il cielo schiariva. Il singhiozzo delle piante si affievoliva, in un respiro sempre pi lieve, come di chi abbia molto pianto, e si acqueti dormendo. Una sonnolenza dolce assopiva anche lui.
Torn a casa all'alba, salendo cauto la scala. Ed al mattino il cameriere di monsieur le Prince raccont la straordinaria novella: il Principe, dopo tante notti di insonnia, quetamente addormentato nel suo letto; gli abiti bagnati a terra. Accanto a lui, sul tavolino, avvolta ancora in un giornale fradicio, una pianta dallo strano fiore, il primo fiore certo che Sua Signoria si fosse degnata di toccare con le sue mani. Perch nessuno aveva mai veduto fiori nella camera del Principe.
Poi, quando, a mezzogiorno, monsieur le Prince si svegli riposato, quando ebbe scelto con cura una cravatta, fra le tante sottoposte dal cameriere trepidante; quando scese a colazione e perfino scherz con Plinia, la quale non credeva ai propri occhi ed alle proprie orecchie; quando parl di Roma, di Capri: "Vi raggiunger certamente"; quando part in macchina per Sanremo, gioc e perdette: "Bene. Fortuna in amore"; quando torn per cena, cotto di whisky, la voce corse nei tinelli, in cucina. Si sussurrava: "Monsieur  guarito". Tutto brillava. Plinia si raddrizzava, come una pianticella inaridita, che ha ricevuto poche gocce di pioggia.
E tutto alla Saracena rifioriva come lei: "Monsieur le Prince non ci pensa pi". "Monsieur le Prince ha dimenticato". "Chiss che monsieur le Prince non rimanga".
Infatti, se Plinia part, il Principe rimase.
Non aveva dimenticato. Rimase perch non era pi solo. Perch c'era qualcuno, nella sua vita: un fiore, che gli faceva compagnia. Nel quale magicamente riviveva, per lui, quella che gli aveva insegnato, con la sua gentilezza, ad avere piet dei fiori che hanno freddo.

 EPILOGO.
DOMINA RITROVATA.
 1.
Il portone, senza portiere, subito al principio di Vico Valoria, sapeva di gatti randagi e di vernici da coloritore; una mescolanza piuttosto spiacevole, quando i gatti esageravano. Ma quando il negoziante di mobili, che esponeva nei saloni del primo piano, procedeva alla verniciatura di una camera da letto "stile Luigi XVI", di una sala da pranzo "Rinascimento", scale e appartamenti odoravano gradevolmente di cera, di spirito, di acquaragia. L'odore che piaceva a Domina, perch le ricordava lo studio di Mariano Marsaglia.
La casa doveva essere antichissima: fondamenta, primo piano e fors'anche il secondo, del Duecento o del Trecento. Ma la scala, buia nel primo tratto, diritta, di marmo, decorosa, a piccole volte sostenute da lesene di lavagna nera, si fermava al secondo piano. Pi in su le rampe svoltavano bruscamente a destra, strette, con gradini di ardesia ripidissimi, per raggiungere gli appartamenti che nei secoli successivi i varii proprietarii dello stabile avevano costruito, sopra al palazzetto medioevale.
Risultava cos alla costruzione quell'aspetto delle case genovesi, caratteristiche dell'antica citt al Molo: stretta ed alta, con due finestre per piano, essa faceva pensare pi ad una torre di scolta, che ad una dimora privata. Se dal vicolo si alzava lo sguardo a numerarne i piani e ad osservarne il tetto, non si vedeva altro che una fuga di finestre ed un cornicione sporgente. Questo mascherava, a sua volta, l'ultimo alloggio, fabbricato proprio sugli embrici, e dell'alloggio, che certo possedeva un terrazzo, non si affacciavano che delle ciocche sfuggite alla simmetria della pergola, qualche ciuffo verde, qualche bocciolo da un vaso di fiori.
Cento e venti gradini: li cont ad uno ad uno, divertendosi ad osservare il margine slabbrato, consunto dal passo di chiss quante generazioni. Puliti, per, lavati di recente, ma eloquenti di casa modestissima.
Si guard bene dall'appoggiare la mano inguantata alla ringhiera di ferro, un tempo verniciata di rosso-bruno, ora intaccata dalla ruggine, patinata dalle molte mani untuose che le si erano appoggiate sopra.
La luce, gradatamente, aumentava salendo; su all'ultimo piano, sul ballatoio che terminava alla porticina del numero "6", da lui cercato, il chiarore delle pareti dipinte a calce, che ingabbiavano le scale, riverberava sotto l'apertura del lucernario. Un calore opprimente veniva da quei vetri.
Alla porta, nessuna indicazione. Non una targhetta o, pi modestamente, un biglietto da visita fermato con due puntine. Piccola, con lo stipite di marmo nuovo, faceva pensare che essa fosse stata aperta di recente nella parete. Aveva un che di clandestino, di contro a quella ufficiosa del numero "5", su cui una targa pomposa di ottone lucidissimo annunciava il: "Cav. Romualdo Pantelli - Pensionato dei RR. CC.".
N targa, n un pezzetto di stuoia: solo l'impiantito pi scuro, accuratamente lucidato a cera. Mentre davanti alla porta del cavaliere uno stoino, che doveva essere pensionato anch'esso, era solidamente assicurato per mezzo di un lucchetto imponente: ottima precauzione contro i ladri e contro i vagabondi.
Un campanello, su cui era scritto "Girare", invitava con una certa cordialit. Ma al momento di toccarlo, una sorta di timidit fece esitare la mano di lui. Forse, anche, il timore di soffrire.
L'aspetto della casa, della scala, non era fatto per acquetare l'indistinta inquietudine che lo mordeva. Gi troppe cose, nel tragitto da Piazza De Ferrari al vicolo, lo avevano urtato: il quartiere popolaresco, malgrado gli antichi palazzi; la lebbra dei vicoli, dei muri; quegli odori; l'atrio; l'assenza del portiere; la scala, pi modesta e pi scomoda di quanto avesse immaginato osservando di fuori la casa. Senza contare l'evidente umilt dell'alloggio, alla cui porta doveva suonare.
Bisognava, a tutte queste cose, aggiungere ancora l'incertezza di trovare un'accoglienza forse fredda, o addirittura ostile. E l'ansia nello stesso tempo di accertarsene coi proprii occhi.
Potrebbe non essere in casa.
Questa speranza: la possibilit di dare solo una occhiata e di tornare subito indietro, senza nemmeno lasciare un biglietto da visita ad una domestica qualunque, lo decise. Appoggi la mano al campanello, girandolo piano: ne usc un suono cos sgraziato, sproporzionato alla piccolezza ed alla povert dell'oggetto, che lo colp sgradevolmente.
Dentro ci fu, udibilissimo attraverso l'uscio sottile, un tramesto di seggiola smossa, poi un passo.
L'uscio ad un solo battente si aperse, inquadrando nello stipite una figura femminile, riconoscibile per lui fra mille, eppure cambiata.
- Il mio Principe!
Era lui. Il Principe d'Austrasia. Chiss come, dopo cinque anni, aveva ritrovato le tracce di lei ed era venuto a cercarla, attraverso il dedalo delle viuzze stracittadine. Un poco pi vecchio, ma immutato.
- Monseigneur...
Lo fissava senza dirgli di entrare, senza aprire meglio l'uscio per dargli il passo: aggrappata anzi con le mani, che diventarono subito freddissime, da una parte allo stipite di marmo, dall'altra al legno.
A capo scoperto anch'egli la guardava, vedendola come attraverso una nebbia tremolante: nebbia di lacrime, forse. Ch, subito, qualcosa era salito a chiudergli la gola, trovandola tanto simile e tanto mutata nello stesso tempo: l'immagine di una Domina, sorella maggiore della fanciulla che egli aveva amato. Col volto smagrito, come quello delle creature che hanno sofferto; col corpo trasformato, come quello delle donne che la maternit ha toccato.
Incapace di dire una parola di pi, egli dettagliava con lo sguardo tutto ci che in lei era rimasto intatto e ci che era irrimediabilmente perduto: con la terribile acutezza del primo sguardo, che afferra e numera in un lampo la devastazione, in un volto e nella persona che ci fu cara.
Fu lei la prima a riprendersi, a dirgli: "Si accomodi, monseigneur", a scostare la tenda nella piccola sala dove l'aveva fatto entrare, per dare maggior luce. Era una stanza piccolissima, divisa da quella ancor pi piccola rappresentante l'anticamera, per mezzo di una paratia laccata di bianco, a vetri smerigliati. I muri, dipinti a tempera, di un giallo ocra, si adornavano di poche stampe entro cornici scure, tolte ad una serie romantica di Paul et Virginie; un tavolo quadrato in mezzo, quattro leggere seggioline di Chiavari e, addossato ad una parete, troppo grande e troppo nobile per quell'esiguo alloggio, il secrtaire antico. Una tenda a fiorellini, di tela, scorreva su anelli scuri di legno, palpitando alla corrente che circolava, l in alto, malgrado la finestra si affacciasse sopra un cortile interno. Egli osservava minutamente ogni cosa, fingendo interesse per le stampe e perfino per i titoli dei libri, nella vetrina. Per darsi un contegno e permettere a lei di darsene uno.
-  la nostra sala da pranzo, monseigneur. Un po' piccola, ma sufficiente per noi...
Come indebolita, ad un tratto, ella si era seduta appoggiando il capo contro la paratia, in un atteggiamento che lo colp, pi ancora del mutamento fisico.
- Lei non sta bene, Domina?
Sorrise, scuotendo la testa, su cui i bei capelli gi ramati si erano come appesantiti, perdendo ogni ariosit. Ma il sorriso almeno era lo stesso, all'angolo della bocca, arguto e malizioso sempre.
- Non ho tempo di ammalarmi, monseigneur. Ho troppo da fare.
Involontariamente, egli abbass gli occhi alle mani di lei, abbandonate in grembo; e pure istintivamente Domina tent nasconderle nelle pieghe della stoffa, pensando: "Purch non si accorga che sanno di acqua di bucato". Infatti, un odore di mandorle amare persisteva sulle sue mani ancora belle di forma, ma dall'epidermide sciupata, dalle unghie poco curate. "Il profumo della virt", Domina chiamava, scherzando, quell'odore casalingo, che nessun sapone cancellava.
"Che cosa  venuto a fare?" si chiedeva, imbarazzata e preoccupata nello stesso tempo, per le tante cose che quella visita le faceva tralasciare. Su, in cucina, dell'acqua sfrigolava, bollendo, straripando sul fornello acceso. "La lascio un momento", avrebbe voluto dire al Principe, ma una timidit che un tempo le era ignota la tratteneva nella stanza, diventata ancor pi piccola per la presenza di lui.
- La disturbo, vero, Domina? - chiedeva intanto la voce ch'ella aveva amato e che era rimasta quella di allora.
Egli le tendeva la mano attraverso la tavola: bella mano accurata, perfetta: quel gesto le fece sentire ancor pi deturpate le sue, con una pena acuta che assomigliava ad un improvviso desiderio di pianto.
- Non ci siamo nemmeno dati la mano. Se ne  accorta, Domina? Siamo dunque proprio nemici?
Ella scosse la testa. Poi, sincera come sempre, gli alz in volto gli occhi, ancora bellissimi:
- Sono tanto contenta, mon Prince...
- Contenta di vedermi? E non mi chiede nemmeno come l'ho ritrovata?
- Oh... forse l'immagino... Dan...
- Appunto. Dan. Sono arrivato l'altro giorno a Genova, dal Giappone. Non avevo voglia di vedere nessuno. E le assicuro che non avrei cercato di nessuno, se proprio non avessi trovato Dan, sul mio cammino. Alla Mostra Marinara che sola mi interessava, qui. Lei immagina di chi abbiamo parlato, subito dopo che ci siamo salutati? Lo sa, vero, Domina?
- Credevo che non mi avesse perdonato.
Un'ombra pass sul viso di lui. Con un sorriso forzato egli la dissip.
- Non parliamo di queste cose. Troppo lontane per ricordarle o per averne un bene rammentandole. - (Spinovich le aveva detto un giorno: Le cose su di lui scivolano come l'acqua sulla pietra). - Parliamo di adesso, piuttosto.  felice?
Lo era. O almeno aveva pensato di esserlo, fino a quel momento. Pure bastava la presenza di lui per farle sentire - o credere di sentire - ad un tratto, che poteva "non essere felice". Anche adesso, come un tempo, pens che "felicit"  una parola "da domenica", e che pronunciarla equivale sovente sottoscrivere una cambiale falsa. Non volle tuttavia mentire:
- Sono contenta.
Ed egli pens appunto quello che Dan aveva pensato un giorno: "Contenta"  troppo poco per Domina.
- Mio marito ha un impiego. - Diceva borghesemente "mio marito", non "Pietro", parendole impossibile immettere quel nome fra loro due, malgrado tanto tempo fosse trascorso dalla fuga. - Io invece non lavoro pi: sono "addetta alla casa". - Rise con gli occhi, con la bocca, con la fossetta della gota e quella del mento. Fu, per un attimo, nuovamente fanciulla. - Giuoco alla bambola, in questa casa grande come un fazzoletto, monseigneur. Ed ho un bellissimo bambino...
- Lo so. Dan me lo ha detto. Un bambino che lei chiama...
- Il Saraceno. Si chiama Daniele, come Dan suo padrino. Ma Daniele  un nome angelico, da bambino biondo e il mio invece  bruno, bruno come un saraceno. Lo chiamo cos perch mi diverte... ed anche perch mi ricorda la Saracena - fin in un soffio.
Louis l'ascoltava, misurando la piccolissima stanza con passi nervosi che lo portavano troppo presto da lei alla finestra. Ed ogni volta che le tornava vicino, un impulso lo spingeva a chinarsi per guardarla in viso, lei seduta pi in basso di lui, a prenderle la testa fra le mani, a fissarla negli occhi, per leggervi quello che era venuto a cercare dopo cinque anni.
Si trattenne, stringendo a pugno le mani imprigionate nelle tasche.
- Si pu conoscerlo, questo bellissimo bambino?
- Mi dispiace.  uscito poco fa con la domestica. Ma c' di la il suo ritratto, monseigneur. Vuole vederlo?
* * *
Lo precedette nell'andito, spalanc a sinistra una porta bianca, a doppio battente, che si apriva su di una camera pi vasta della saletta da pranzo. Una camera che non aveva di nuziale altro che un letto da bambino. Intonacata di verde chiaro, con due divani colmi di cuscini, dei tavolini bassi, delle scansie con libri, inquadranti la finestra, pareva, salvo quel lettino, piuttosto uno studio che una camera da letto.
Alla parete, di fronte alla marina di Mariano Marsaglia, la madonna di Bernardino Luini sorrideva, raccontando cento cose della Saracena.
Il Principe l'aveva aggiunta, anni prima, all'invio della libreria, insieme col suo ritratto e con gli effetti di Domina, anche quelli ch'egli le aveva regalato. Ignorava per che la fotografia era sparita, nascosta agli occhi di Pietro, in fondo ad un cassetto. E che le belli vesti non erano pi state portate, ma ad una ad una vendute o impegnate, durante un periodo di disoccupazione di Spinovich.
Anche nella stanza matrimoniale, come nel tinello, si sentiva la mano di Domina: ma era un tocco in sordina, che bisognava piuttosto indovinare. Non era pi la nota prepotente che aveva squillato cos forte nella giovinezza di lei.
Preponderava, piuttosto, in quel piccolo alloggio, la personalit dei due che chiudevano Domina nella stretta gelosa delle loro braccia. L'uomo, il marito. E il figlio, il bambino bruno che chiamavano il Saraceno.
Pietro era nei libri, di scienza e di botanica, nelle pipe ammonticchiate su di una scansia, nel pigiama appeso, nel giornale aperto sul tavolino, accanto ad uno dei divani, sfogliato forse durante la siesta pomeridiana. Il bambino era dappertutto: nell'impronta del piccolo letto, nel balocco dimenticato, nelle pantofoline di fustagno rosso, nascoste come coniglietti paurosi fra le pieghe di una coperta. Nel ritratto: una fotografia bellissima da cui egli sorrideva, tutto ricci scuri, con gli occhi tondi, neri, sgranati, dalle ciglia inverosimili: le ciglia di Pietro.
Di lei, Domina, non c'era nulla o quasi nulla, nemmeno il suo profumo, ch da anni ella non si profumava pi. Nemmeno un oggetto di vanit, di intimit femminile: una scatola di cipria, un cofanetto per i guanti. Tutto probabilmente chiuso. Oppure, si illuse il Principe, nella stanza da bagno; che viceversa non c'era.
Solo quel dipinto, alla parete, parlava di Domina. Pareva dire, con espressione maliziosa e casta, il "Ti ricordi?" che batte con angoscia dolcissima ai cuori sempre innamorati.
- Sembra una casa da studenti russi - spiegava Domina. - Ma non possiamo permettercene una migliore. Ed  abbastanza vicina all'ufficio dove lui lavora.
Dan lo aveva detto al Principe. Pietro Spinovich era stato poco fortunato. Con tutto il suo talento mai era riuscito ad imporsi e a trovare un lavoro adeguato ai di lui meriti ed alla sua intelligenza. Aveva lavorato, il primo anno, come assistente dell'Orto Botanico - il tempo appunto del matrimonio con Domina; - poi la smania della speculazione aveva preso lui pure. Con un amico, aveva aperto uno stabilimento floro-orticolo, dove la sua piccola fortuna personale, rappresentata dalle economie di molti anni e dalla generosa liquidazione del Principe, era ben presto sfumata. Al momento, era addetto ad un ufficio municipale di manutenzione giardini e viali: un lavoro in sottordine, che lo teneva tutto il giorno chiuso, lontano dalle serre, dai laboratorii, dalle esperienze. Contrariamente a ci che avviene di solito, dalla pratica egli era passato alla teoria, dalla vita alla burocrazia.
- Con tutto il suo valore - aveva detto Dan - non riesce a farsi avanti. Non perch sia inetto o timido; ma perch, ancorato nel matrimonio, e soprattutto nella paternit, si accontenta della sua piccola felicit borghese.
Pietro borghese! Questo spiegava tutto: la casa mediocre, e la voce di Domina in sordina.
Che cosa avevano fatto di Domina?
Non era imbruttita. Perch, su di un volto che aveva conservato la purezza e la perfezione dei lineamenti (Domina oggi non poteva avere pi di ventisei o ventisette anni) non si chiamava bruttezza la mancanza di ogni trucco, la trascuratezza dell'acconciatura, e nemmeno le piccole efelidi che l'estate - certo passata al mare col bambino - aveva accentuato sulla carnagione d'ambrarosa.
Ma in quel volto mancava qualche cosa che lo faceva apparire profondamente, irrimediabilmente diverso. Egli pensava ad un pastello di cui, adolescente, si era incapricciato: un visetto alla Fragonard, con un piccolo neo, un'arricciatura azzurra al collo, gli occhi neri, una ciliegia al posto della bocca ed il cappelluccio da bambola, trinato come usava nel Settecento, posato di sghembo sui riccioletti incipriati. Un gioiello.
Gi innamorato di begli oggetti antichi, egli un giorno aveva voluto verificare se al rovescio del pastello ci fosse un nome - quello della ritrattata; una firma - quella dell'autore. Ed aveva visto il visetto svanire a poco a poco, sparire sotto i suoi occhi, mangiato dall'aria e dalla luce; il pastello non era stato "fissato" ed i lineamenti della ignota, come cancellati da una lievissima mano, si confondevano. La bella spariva in un flou indistinto, che dava del suo volto non pi la realt dell'immagine, ma la sua ombra impallidita.
Cos era di Domina: l'avevano cancellata.
L'amore, la maternit, la vita, invece di esaltarne la fine spiritualit, invece di alimentare la gioia di vivere, di godere, di vedere che ardeva come una fiamma, avevano buttato su di lei della cenere sottile, una polvere grigia impalpabile.
Domina era sempre, bella, ma di una bellezza formale, da cui l'anima non irradiava pi. La sua personalit, gi cos evidente, era come soffocata da troppe vicende che l'avevano amareggiata. Da qualcuno - chiss - che forse l'aveva delusa. Od anche solo dalle cose meschine che la circondavano: scale umili, stanze basse, eleganza rimediata. L'anticamera stretta, la paratia a vetri, i pavimenti nudi. E fuori, nel cortile, il riverbero troppo candido, fino ad essere nauseante, della casa dirimpetto. E le voci irose, acute, petulanti, della gente, in quell'alveare umano che  un isolato di un vicolo genovese. Ed il supplizio delle radio, nel pomeriggio di fine d'estate.
Egli la rivide a Murano, nell'incontro di sei anni prima: i suoi abitini di buon gusto contro il verde del rio, il volto soffuso di chiara gioia, di curiosit innocente. La ritrov, nella memoria, a Genova, nel loro secondo incontro: una giornata di pioggia torrenziale, un pomeriggio di vagabondaggio con ospiti occasionali, il richiamo di una bella vetrina e di una scritta luminosissima: "I Fiori del Fuoco". E dentro, quella fanciulla che egli aveva riconosciuta subito e che non lo riconosceva a tutta prima, stilizzata, intonata all'ambiente dorato che la circondava, lucido e trasparente come un elemento liquido.
E la Domina della Saracena riapparve. Gli abiti da mattina, le belle stoffe sportive del pomeriggio; il costumino da bagno, attillato; le vesti da sera, sontuose. E pi che l'involucro, la sostanza di quella bellezza ch'egli aveva contribuito a formare e che lo aveva preso, artista innamorato della propria opera: il significato di quei toni luminosi, di quel sorriso, dello scintillo dello sguardo: segreto di gioia e forse d'amore.
"Bella come una regina". Era la definizione che di lei aveva dato un giorno Plinia Velati; e quella regalit che la donna scaltra aveva avvertito era segno, nella fanciulla, non tanto di perfezione fisica, quanto di superiorit morale. Regina, perch tutto concorreva a farla tale, al disopra delle donne conosciute. Era bene la fanciulla degna di entrare nella Casa di Austrasia.
Per non averle riconosciuto in tempo quel diritto, ecco come egli la ritrovava.
L'aveva ceduta a Pietro - s, ora poteva dirlo, "l'aveva ceduta" - pensando che Domina lo amasse: lo amasse pi di lui, Louis; lo amasse senza confessarselo, senza nemmeno saperlo. Poich Pietro era pi giovane di lui, assai pi bello, e intelligente, e forte, si era detto che era cosa cattiva strappargli la donna ch'egli poteva fare felice. Pietro le avrebbe certo dato una pienezza di vita pi completa. Con una simile donna accanto, avrebbe lottato per conquistare il benessere, la ricchezza, la fama.
Ecco invece che cosa aveva fatto di lei: una piccola donna borghese, forse malcontenta; una donnina che si porta a spasso la domenica, col pupo in braccio; occupata della cucina, del bucato, delle calze da rammendare; forse con troppo poco tempo per leggere un bel libro; preoccupata per il pensiero dell'indomani, ch lo stipendio era limitato e l'uomo non dava affidamento di sapere uscire dal marasma in cui la vita lo aveva impaludato.
Perch allora quell'uomo gli aveva rubata Domina? Con quale diritto? Egli che avrebbe dovuto essere "il migliore di loro tre", non aveva saputo essere degno di lei.
Louis non ne pronunci il nome. Per, chinandosi come per osservare qualcosa sul volto della donna, le sfior la fronte con la punta delle dita, con una affettuosa malinconia, che fece chiudere le palpebre di lei sulle lacrime pronte a sgorgare.
Ed afferm, sicuro:
- Domina in questa casa non c'.
Ella reag con amaro, con rassegnato orgoglio:
- Domina  mamma, mon Prince.
Louis scosse le spalle, quasi brutalmente:
- Sciocchezze. Anche la maternit doveva essere un trionfo per lei, non una abdicazione. Invece, non hanno pensato a lei, qui dentro. Una moglie! Una mamma! Parole... Non si ruba un capolavoro per chiuderlo in solaio.
Si era seduto su uno dei due divani, nella camera, e guardava con ostilit le pareti e gli arredi:
- "Tutto questo" poteva essere bello il primo anno: una situazione provvisoria che si pu, che si deve superare con la volont di riuscire. Ma non hanno saputo; non hanno voluto, e questo non  giusto, Domina.
Soffriva. E non si accorgeva, nel suo egoismo di uomo, di far soffrire acutamente anche lei. Non perch egli mentisse o esagerasse. Ma perch, in fondo, le stesse cose ella se l'era dette centinaia di volte, nel silenzio del suo cuore, sincera di fronte a se stessa. Monseigneur aveva individuato l'amarezza che a Pietro non si poteva rivelare, perch Pietro l'amava, a modo suo, ed era tuttora geloso di un passato che si chiamava mon Prince.
Come tante altre volte, prima, Domina si vinse e lo vinse ridendo:
- Ella usa sempre delle frasi da collezionista, Monseigneur. Un capolavoro in soffitta!  pittoresco... ma non  esatto. Prima di tutto io non sono un capolavoro, come lei dice. E poi, la mia casa non  una soffitta, la prego. - Finse un'indignazione burlesca. - Un appartamento "in cima di casa", col terrazzo e con la cucina sul tetto! Che cosa dovrei desiderare di pi, mon Prince?
- L'amore - proruppe lui. - Io la conosco troppo bene, Domina, perch lei possa farmi credere che l'amore oggi riempie la sua vita. Lei si  sposata per compassione (era vero). Per solitudine (era vero). Per paura della vita. Perch qualcuno sarebbe stato immensamente felice di farla sua (era vero). Per bont, per illusione, per amicizia, per stanchezza (era vero, era vero). Per dispetto, Domina...
Anche questo era vero.
- E lei vuol bene ancora perch  buona, ed  grata a colui che le ha dato il nome. Ma ci non toglie ch'egli sia solo in parte il "suo Uomo". Lui, con Domina accanto, pu essere felice... Ma lei...
"E infine - prosegu - perch ride del mio paragone: un capolavoro in soffitta? S, le concedo, questa non  una soffitta.  una casa, appunto, da studenti, per due che si amano e che di qui staccano il volo, come da un trampolino, per arrivare pi in alto. Ma non  troppo tardi, per almeno uno di voi due? La vita appesantisce. Pure, il capolavoro, lo ripeto, c'. Come c' il ladro che lo ha rubato. Lo ha tolto "a me".
- Io sono partita dalla sua casa di mia spontanea volont.
- Certo. Non lo ignoro. Ma lei ignora per che, andando via insieme, egli aveva tacitamente sottoscritto un impegno morale. Di darle cio quella felicit che io non le avevo offerta in tempo, n intera. Si  accontentato di rubare il quadro, disprezzando la cornice: non ha pensato che questa doveva farlo rifulgere in tutta la sua perfezione. Lo ha nascosto.
- Come il ladro della "Gioconda".
Si irrit dell'irrisione e le and accanto, con un volto in cui non c'era che disperato rancore:
- Precisamente; come il ladro di "monna Lisa". Ma quello almeno, un povero diavolo, lo ha onestamente restituito, forse quando ha capito che solo al Louvre la "Gioconda" poteva vivere. Pietro Spinovich no. Non l'ha pi restituita. L'ha chiusa anzi in un ambiente non degno. Giurerei che si scorda perfino di osservare come sia sempre bella e preziosa, e che non si accorge nemmeno quanto soffra di venir trascurata...
Aveva detto: "Pietro Spinovich", per la prima volta nel colloquio. E quel nome che ormai era il suo, di lei, Domina, la richiam dai sentieri del rimpianto, dalle scorciatoie del sentimento in cui la voce di mon Prince la smarriva. Vi si aggrapp, come ad un'ancora. Una volta di pi fu lealmente fedele all'amico che Pietro era ancora per lei, anche se l'uomo l'aveva talvolta incompresa; il marito, in parte, delusa.
Cerc il coraggio, e lo trov, di guardarlo serena, in volto. Lo calm con una voce in cui c'era una Domina a lui ignota: distante, materna, donna.
- Ella ha torto, monseigneur. Venga con me.

 2..
Gli pass davanti, lo guid per una scaletta interna, chiusa fra pareti laccate di giallo, la quale dall'entrata conduceva alla cucina minuscola, commovente nel suo lindore.
Il giallo della scala, l sopra, finiva in azzurro cobalto, bellissimo, che faceva lucenti la intelaiatura della finestrella, chiusa da un'inferriata, lo zoccolo del fornello, gli sportelli degli armadietti a muro, una porta. Col tetto inclinato, con piatti policromi appesi, con tazze e tazzine bene in vista, gialle e arancio, con tovagliette a quadri, con tendine arricciate all'olandese, quella piccola cucina ordinata parlava al cuore di Louis di una bambina povera che "gioca alla signora".
Era uomo, e certi particolari che avrebbero colpito una donna a lui sfuggivano, ma sentiva che l c'era almeno una parte di colei che rimpiangeva.
Sicura di s, Domina si occupava intanto di piccole faccende, mentre il Principe osservava la fuga dei tetti, l'ascensione dei comignoli: ella aveva chiuso il rubinetto del gas, che si era spento sotto l'acqua tutta versata, e tolte da un cestino certe piccole mele profumate, si mise a sbucciarle con calma ostentata, ben sapendo come nulla plachi l'umore battagliero di un uomo, quanto il vedere la donna occupata in nonnulla casalinghi.
Infatti, Louis si calmava. Dai tetti di lavagna, dai terrazzetti ricoperti di vitalba, ornati di cespi di maggiorana, di brocche di basilico; da quell'altezza che smorzava i rumori ed i suoni; dal campanile di san Lorenzo, l contro, bianco e nero contro lo sfondo azzurrissimo; dalla torre dei Sauli; dalla citt respirante sotto il cielo d'autunno, veniva alla piccola cucina ove Domina lavorava, ed a lui che la guardava, una pace rassegnata.
Come lo vide quasi sereno, interessato ai suoi gesti di massaia, pos il coltelluccio che le aveva servito, gli si rivolse, amica:
- Non l'ho fatto certo venire fin quass, mon Prince, per vedermi sbucciare delle mele. Bench anche questa sia una delle mie tante abilit... Guardi, solo la buccia, e non un pezzetto di polpa, con grande disperazione del Saraceno, a cui le bucce piacciono tanto.  proprio per parlare di lui che l'ho portato qua sopra.
Scost una tenda, fra l'armadino e il fornello, la quale celava un grande solaio quadrato, bassissimo, col tetto spiovente, col soffitto intonacato di bianco, attraversato dalle croci scure delle travi. Una tappezzeria a bamberottoli buffi rivestiva la stanza; un tappeto di juta, assai grande, ricopriva il pavimento.
In fondo, una scaletta in legno conduceva all'abbaino che si apriva sul tetto. In terra, sul tappeto, giocattoli e scatole aperte; piccoli treni pronti alla partenza, altri deragliati; pupattole sventrate; orsi e scimmie di pelo; una nave, due o tre automobilini, un triciclo. I balocchi di un bambino felice, che ha giocato fino allora e ha lasciato tutto cos, perch la mano della mamma passi sopra ogni cosa e la riordini.
Ma accanto all'abbaino, dove c'era pi luce, una piccola oasi di ordine emergeva. C'era un tavolinetto ed una seggiolina da baby, il quale mette ancora insieme i quadretti dell'alfabeto e le costruzioni con le figurine; ma c'era anche, sopra una mensola, una fila di vasetti fioriti, e sul ripiano del tavolino un bicchiere con dell'acqua insudiciata nella quale facevano il bagno alcuni pennellini; della carta da disegno, una scatola di colori ad acquerello, delle matite, dei gessetti. Tutto il materiale di un pittore in erba.
- Il regno del Saraceno - spieg Domina. - La prego, monseigneur, attento alla testa... Queste travi sono pericolose. Non c' che il Saraceno che ci passi sotto senza doversi abbassare. E quando crescer, dovremo far alzare il tetto. Vede quanti giuochi, monseigneur? Non passa settimana, si pu dire, che suo padre non ne porti a casa uno: Daniele ha dei giocattoli da reuccio.
Era vero: tutto il superfluo passava nei giocattoli per il Saraceno, ed anche un po' del necessario. Nell'idolatria per il figlio, Spinovich non sentiva il sacrificio di spese superiori ai suoi mezzi, e dimenticava talvolta se stesso, e quasi sempre la madre. Ma questo Domina non lo disse.
Port il Principe nell'angolo accanto alla scala e lo invit a guardare.
- Il Saraceno non giuoca per tutto il giorno. Vuole osservare questi disegni, monseigneur?
Aperse sotto gli occhi di lui un album rettangolare, dove linee e colori prodigiosamente cantavano.
- Quattro anni, mon Prince. Guardi bene.
-  impossibile!
Pareva impossibile, infatti. Da una mano di bimbo quattrenne, ancora forse incapace di tracciare una lettera, erano uscite quelle meraviglie vive: di una meticolosit da stampa giapponese, di una freschezza, di una verit e di una poesia incomparabili. Il Saraceno osservava con grandi occhi di bambino dalle ciglia frangiate, ma dipingeva con l'anima di un grande, innamorato del fiore, della sua forma, delle sue tinte.
Aveva dunque preso dal padre la passione botanica, ma l'aveva, con l'intuizione del genio, trasportata nel regno magico del colore: e questo gli veniva dal sangue materno.
Louis osservava le candide rose sbocciare dalla carta bianca, con un contorno sfumato, rorido e come venato. Lo studio meticoloso delle azalee, sezionate petalo per petalo. I vasetti riprodotti in tutte le dimensioni, visti persino in scorci impossibili. Non osava alzare gli occhi. Sentiva di essere davanti a qualcosa di prodigioso, che superava i confini del mondo comune. Quel bambino bellissimo, di cui aveva veduto l'immagine e non il volto, gli incuteva ora, bench lontano, una specie di rispetto pauroso. E Domina sentiva tutto quello che c'era nel silenzio di lui.
- Miracoloso, vero? - chiese infine, quando egli chiuse il fascicolo ed os guardarla. -  nato con l'istinto del colore: potrei raccontarle a questo proposito delle cose commoventi, come fanno le mamme. Ma so che lei mi crede, se le dico che questa "genialit" - non c' altra parola, vero, per un bimbo di quattro anni che tratta il colore e il disegno come fa il Saraceno? - io l'ho desiderata e quasi, posso dire, preveduta.
Parlando, aveva spalancato la porta del terrazzo: il sole del tramonto irruppe, illuminandola in pieno. Era ancora bellissima, cos, sullo sfondo della torre di Palazzo, che pareva una pennellata rossa sul grigio e sul bianco delle altre costruzioni.
Prepar per lui una poltrona di legno: gli sedette accanto guardando l'orologio di Sant'Ambrogio:
- Non sono ancora le cinque. Abbiamo tempo di parlare, mon Prince. Fumi pure, la prego.
L, nel terrazzo aperto, faceva gli onori di casa con una disinvoltura, che nelle camere ottuse non sapeva trovare:
- Posso offrirle qualcosa, monseigneur?
Egli fece un gesto di diniego. Nel volto di lui non c'era pi amarezza, ma solo una stanchezza morale che lo invecchiava subitamente. Ella ebbe piet di lui, ed anche un poco di se stessa.
* * *
- Io la capisco - confess. - Quello che lei mi ha detto, gi di sotto, crede che io stessa non me lo sia detto, altre volte? Ma ammesso che io abbia sposato Pietro "per amicizia", e ch'egli abbia mancato al comandamento di fede, di perseveranza, di coraggio, che doveva portarlo a non adagiarsi nel fatto compiuto, nella posizione conquistata, cos'altro posso fare se non cercare di volergli bene egualmente?
Egli neg, aggrappato all'unico argomento in cui sentiva di essere forte.
- Lei meritava di pi.
- Va bene. Perch mi paragona ad un capolavoro non valorizzato. Alla Saracena, infatti, e nella vita, forse, se le fossi rimasta accanto, avrei avuto l'ambiente per fiorire. Ho letto di una morta illustre, che era "come una bella pianta tutta fremente e luccicante nel mezzo del domestico giardino". Ed io sono stata per lei appunto questa pianta, non  vero, monseigneur? Creda che ancor oggi le sono grata della bella parte che mi aveva assegnata. Ma le piante non danno solo fiori e fronde, mio Principe. Danno anche frutti. E il Saraceno  il mio frutto.
Voce che acqueta il tumulto, che molce il rancore. E campane gravi da San Lorenzo, da Sant'Ambrogio, che l'accompagnano scandendo le ore. L'orlo della collina, lass al Righi, si fa color d'oro caldo.
- Pensa che io non abbia rimpianto ci che ho perduto? Oh, non la ricchezza materiale, non intendo dire quella, mio Principe. Ma tutto ci che in quella ricchezza era degno di essere amato, di essere vissuto. Ho sentito, sento ogni giorno pi, che il mondo, ch'io desideravo conoscere, mi  precluso per sempre. Ci sono viaggi che avrei desiderato fare, citt che avrei voluto vedere; cose belle che mi tentavano, e che ancora mi tentano, gioie terrene, s, gioie spirituali ch'io non conoscer mai, o non conoscer pi.
"Lei non sa che cosa terribile sia affondare nella mediocrit, mon Prince: sentire che l'uomo che  accanto, che aveva promesso tutto, non dar pi nulla, perch nell'amore egoistico, condiviso, ha esaurito se stesso. Sapere che per lui non ci sono n ci saranno pi mete da raggiungere, ostacoli da scavalcare, lotte da osare. Ch'egli non soffre nemmeno di non aver realizzato le cose alle quali pareva promesso. Oggi, la sua donna accanto  tutto per lui; e pi della donna il figlio, di cui  pazzamente idolatra.
"Lo credo; ci sono tante che per avere solo questo ringrazierebbero la Provvidenza. Ed io che non lo faccio sono ingrata. Lo riconosco, mon Prince. Ma non  colpa mia se la vita mi aveva promesso qualcosa che non ho raggiunto. Se nemmeno io stessa so che cosa fosse precisamente questo "qualcosa".
Era l'amore, anche lei lo sapeva, invece. Ma non poteva confessarlo al suo Principe. Come non voleva dirgli che da pi di un anno Pietro non aveva toccato un innesto, guardato una pianta. Non s'interessava pi di un libro. Non sapeva che cosa fosse un concerto, una mostra di quadri, una gita in montagna. Di tutti gli amici intelligenti e vivi, solo Dan era rimasto vicino a lui.
- Per, c' un compenso anche per i capolavori incompresi... - Tent di ridere e lo guard, con gli occhi umidi, senza sottrarre la mano alla sua stretta. - C' il Saraceno, Principe. C' il frutto, nato dalla pianta "bella". Egli  la mia rivalsa. Tutto quello che io non sono stata, ch'io non sar pi; tutto quello che a sua volta mio padre non ha potuto essere, Daniele dovr raggiungerlo; lo raggiunger di certo.
"Da me, dai miei, egli ha preso questa potenza di espressione che stupisce gli altri, ma non sorprende me. Io volevo che mi nascesse cos; sapevo che egli doveva ripagarmi di ci che non avevo acquistato, arrivare alla mta che avevo abbandonata.
"Quando ho capito questo, monseigneur, quando ho visto il primo disegno della mia creatura - una rosa-bambina che parlava di gioia - ho pianto di consolazione. Ho capito che non ero vissuta, che non avevo fiorito inutilmente. Capisce, monseigneur.
- Capisco, Domina.
- Tante volte mi ero chiesta, prima, che cosa significavano, dunque, le cose di cui avevo sofferto; quelle che avevo cercate per non soffrire; quelle che avevano marcato la mia anima; quelle che avevano decisamente svoltato la mia vita. Non capivo. Io mi vedevo - gliel'ho gi detto altra volta, monseigneur? - come sopra una scala di cui non sapevo la fine. Pensavo dovesse un giorno improvvisamente cessare: c'era il vuoto, disotto? Oppure si doveva tornare indietro? Oggi so. Il Saraceno  con me: il giorno in cui io non potr pi continuare egli continuer da solo.
"Monseigneur, quando ci sono dei figli, la scala  infinita, e salire insieme con loro non fa pi paura. Lei mi comprende, mon Prince?
S, la capiva. Capiva quello di cui, fino allora, aveva sempre dubitato: che cio la sofferenza, la rinuncia, il dolore, fossero una legge veramente necessaria.
Ora sapeva, anche lui. Sapeva che c'erano appunto voluti tutti gli anni di Domina, la sua sete d'arte e di vita, il suo istintivo orientarsi verso il mondo della bellezza, per produrre quella piccola grande cosa che si chiamava il Saraceno. Ci volevano l'incontro di Murano, le giornate di Genova e del Piano, il desiderio e il pianto di lui, quand'ella era partita. Tutto ora diventava chiaro, ma desolatamente chiaro; perch, insieme alla prima, un'altra certezza si precisava, amara, questa, come era consolante quella: accanto a Domina, a "quella" Domina, non c'era davvero posto per lui.
Ella non aveva fiorito inutilmente? E allora adesso bisognava lasciarla inaridire, nel terreno dove il nuovo pollone cresceva prepotente, nutrendosi dei succhi materni e paterni. Sarebbe avvizzita, senza che nessuno pi si desse la pena di vedere se ella poteva dare altri fiori: fiori di gioia, fiori di passione.
La creatura prodigiosa cui ella aveva dato la vita le avrebbe ben presto rubato e terra e sole e spazio: gi le rubava l'esclusivo amore del marito. Questo Domina non lo diceva, ma lui lo aveva perfettamente compreso. Una donna amata per se stessa non dice del figlio: "Egli  la mia rivalsa". Eppure, malgrado questo, aveva ragione lei.
Imbruniva. Si alz, facendole osservare l'ora che Domina aveva dimenticato:
- Desidero che nessuno sappia della mia visita. Posso chiederle questo?
- Volevo chiederglielo io stessa, mon Prince... Pietro  un poco strano, lei lo sa. Forse potrebbe offendersi che ella abbia cercato prima di me, e non di lui...
Era geloso, dunque. Questo gli diede una fuggitiva, amara soddisfazione.
Ridiscesero nel solaio, ora tutto angoli bui, dove i giocattoli apparivano come una strana fauna grottesca. Nuovamente ella lo guid per la cucina e la scaletta, precedendolo per accendere la luce, pregandolo cerimoniosamente di scusarla. Man mano che si avvicinava il momento del distacco, tutti e due si irrigidivano nel convenzionalismo delle parole.
In anticamera, Louis le prese le mani; le tenne un poco chiuse nelle sue, baciandole una dopo l'altra, avvertendo con dolore sotto le labbra il contatto ruvido della pelle.
- La prego di scusarmi per questa visita tanto inaspettata e inopportuna.
- Oh, monseigneur! - proruppe lei, alzando verso di lui un volto ch'egli non doveva pi dimenticare. - Non dica cos. Sono cinque anni che aspettavo questo momento.
- Lo so, Domina.
Le chiuse il volto fra le mani, lo rovesci un poco, bevendo con gli occhi quelle lacrime, cogliendole lievemente ad una ad una con le labbra aride.
- Non pianga, Domina mia.
Tent anzi di scherzare:
- Spero di vivere tanto da vedere i quadri del Saraceno. Io sar il primo acquirente, va bene?
Riuscirono a sorridere tutti e due senza parlare.
Poi Domina schiuse l'uscio adagio. Sapeva che non l'avrebbe riaperto mai pi per lui, il suo Principe; che non si sarebbero rivisti pi. Voleva dunque, prima di congedarlo per sempre, imprimersi bene negli occhi il volto che non era quello di un cinico, di un gaudente, ma di un uomo che soffre. Not la bocca sigillata, amara, chiusa fra due profonde rughe che tremavano.
- Addio, mon Prince.
Egli la salut muto, rigido, con un inchino da cerimonia. Scese lento il primo tratto delle scale, voltandole le spalle. E dalla rampa seguente la vide per l'ultima volta, alta sopra di lui, nello spiraglio della porta che si chiudeva piano, come a malincuore.
Spar cos, cancellata davvero, per sempre.
- Non pianga, Domina mia...
Infatti, non c'era tempo di piangere, dietro quella porta. Il bambino stava per rientrare. Pietro non avrebbe tardato.
Appunto dopo un istante la scampanellata del Saraceno irruppe nelle piccole stanze, facendola sussultare, passare una mano lesta sul volto infocato.
Il Saraceno era stato accompagnato fino al portone dalla donna in giornata. Aveva fatto le scale di corsa, come glielo permettevano le gambette sode. Ora batteva i piccoli pugni, impaziente che la mamma gli aprisse, e appena la vide le si precipit fra le braccia.
- Merenda, mina!
-  su, la tua merenda, tesoro. Ma  molto tardi, mi pare. Hai giocato tanto, Picci?
Il bambino non rispose. C'erano dei sassolini nella sua scarpetta, e dopo averli tolti, li faceva risonare nelle manine chiuse, col gesto di un suonatore di rumba. Poi la vocetta sospirosa imploro:
- Fame, mammina.
- Ora prepariamo subito la cena; lo sai che pap non pu tardare.
- Ma io muoio quasi, mina.
- E allora, per non morire del tutto, prendi un po' d'uva. Vai pure, Picci.
Il Saraceno, malgrado la fame, non si mosse. Le gironzava d'attorno, l'annusava quasi, col fiuto che hanno i cuccioli e i bambini. Lo sguardo di lui, diretto, coglieva nella penombra della camera, sul volto della madre, la traccia di strane cose che dovevano essere successe nella sua assenza. Era di malumore.
- Non hai pi fame, Saraceno mio?
- Perch non hai dato il soldino al povero?
Parlava benissimo, senza cantilena, quasi senza parole storpiate. Bene, come tutto quello che faceva, e con una nota di maschile prepotenza che Domina non era mai riuscita ad addolcire.
- Quale povero, Picci? Non c' stato nessun povero.
- Oh, S! - si ostin il bambino. -  gi. L'ho visto io.
Lo prese contro di s, imbronciato, ancora scalpitante di giuochi. con i riccioli neri sudati e le ciglia lunghe impolverate.
- C' un povero gi, Saraceno?
- S - confid il piccolo uomo, e adesso il mento gli tremava di tenera compassione. - Nel portone. Un povero "ricco", mammina.
Voleva dire "vestito bene". Per lui, bambino, chi vestiva bene era ricco.
- Ha suonato, e tu non hai dato il soldino, cattiva. Gli porto gi la mia merenda, mina?
- Ma sai che io do sempre qualche cosa. Ti sbagli, Saraceno. Non era un povero.
- Ma se l'ho visto io! - protest il bambino, agitandosi nelle braccia materne, troppo calde, ora, troppo strette. - L'ho visto proprio io!  appoggiato al muro, l sotto. Domandalo domani all'Alice, mammina... Oh, ha tanta fame... Piange, lo sai, mina?
Si ferm nella sua commozione indignata. Disse solo: "Oh..." sentendo sui riccioli il caldo di una lacrima.
Poi chiese piano, posandole la testina sulla spalla, cercandole nel collo quell'odore di mamma che lo calmava sempre; accaldato, stanco, pi assonnato che affamato:
- Anche tu, mammina?
...
.
...
FINE.